Un viaggio fra tenerezza, impeto e nostalgia: al Marenco di Novi le «Tradizioni romantiche» fra Italia, Polonia e Russia

Da dove sedevo, a sinistra del palco, il Marenco era un teatro visto al rovescio: il pubblico nel buio, io nel cerchio di luce di una lampada da leggio. Ho presentato la serata, conducendo gli ascoltatori dentro un percorso tanto romantico e appassionato da mettere i brividi. E essere lì, sul palco, insieme agli artisti che ci hanno donato splendide emozioni musicali, era davvero esaltante. Accanto a me, il pianoforte nero, con il coperchio alzato come un’ala.

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Ho iniziato citando Goethe, che aveva messo in bocca a una ragazzina misteriosa, Mignon, una domanda impegnativa: «Conosci il paese dove fioriscono i limoni?». Per mezza Europa romantica quel paese era l’Italia: luce, mare, un’aria da innamorati in vacanza perpetua, un sogno perfetto soprattutto perché visto da lontano. A qualcuno, come Stendhal, a Firenze, fece perfino male al cuore. Domenica sera, al Marenco, la domanda è tornata, e la risposta è arrivata cantata, in polacco, in russo, in francese, in tedesco, in italiano: cinque lingue per una sola nostalgia.

Eh sì, era domenica 18 ottobre, al Teatro Marenco di Novi Ligure, e il concerto portava un titolo che era già un itinerario: Tradizioni romantiche tra Italia, Polonia, Russia. A organizzarlo, Patrizia Orsini infaticabile ambasciatrice dell’associazione Novi Musica e Cultura, e il Dott. Mauro Tasso con l’ing. Simone Mantelli, che mi hanno invitato a presentarlo: un invito che ho vissuto come un onore. Con Mantelli avevo avuto alcune conversazioni preliminari, e in ognuna era venuta fuori, prorompente e affascinante, la sua sterminata ammirazione e passione per Čajkovskij. In scena, il pianoforte di Giorgio Vercillo, le voci di Silvano Santagata, tenore, e di Sandra Pacetti, soprano, il violino di Francesca Lamborizio.

Si è cominciato da Čajkovskij, che di malinconia aveva una dote naturale e non si faceva pregare. Prima il pianoforte solo, la Dumka, e sono bastate poche battute per capire in che mani eravamo: quelle di Vercillo, che il lamento lo cantava, il fuoco d’artificio lo accendeva con un virtuosismo trascinante e il filo non lo perdeva mai. Poi è venuto il tenore, in piedi davanti al leggio, con uno squillo che si prendeva la sala, e la Déception: un uomo tornava nel bosco dove passeggiava con lei, la cercava, la chiamava, e gli rispondeva soltanto l’eco. Non un tradimento: un’assenza.

Alla delusione, per cortesia romantica, ha risposto subito una voce di donna, e con un bacio. Era quella di Sandra Pacetti, grande personalità della lirica, che ha cantato anche con Luciano Pavarotti alla Scala e portava in scena un grande temperamento melodrammatico. La sua partecipazione è stata davvero encomiabile, anche perchè ha accettato – grazie all’amicizia con Santagata – di sostituire all’ultimo minuto la prevista soprano Virginia Giordano, che ha dato forfait per un problema di salute. Il bacio era quello di Tosti, Pour un baiser. Poi il violino di Francesca Lamborizio, in nero sotto la luce blu, è entrato con delicatezza nella Sérénade mélancolique, una serenata che non arrivava a nessun balcone e cantava da sola, a mezza voce, per chi non c’era.

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Poi è successa una cosa da pianisti: la destra di Giorgio Vercillo si è fermata, e tutto è passato alla sola mano sinistra, come Skrjabin aveva scritto dopo un infortunio nato, si racconta, dall’orgoglio. Melodia, basso, armonia: faceva tutto lei, e non si sentiva la mancanza di niente. Dopo, la Vocalise di Rachmaninov, una voce senza parole che stavolta era un violino: a volte certi dolori. forse certe malinconie, sono così ben fatti che il testo diventa un ingombro.

Infine il mare. Karłowicz, uomo di montagna, nella voce del tenore ha cantato un mare calmo e scuro dove salpare per perdersi, e la montagna se l’è preso a trentadue anni, sotto una valanga Dopo tanto buio, a salvarci è stata la Malìa di Tosti, con il soprano: forse, nel fiore che qualcuno aveva ricevuto, c’era un filtro d’amore. Poi l’intervallo. Dove si è parlato di solidarietà, di UNICEF, di dolore e difficoltà di vivere.

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Dopo l’intervallo si è tornati in Polonia, con Chopin e la Polacca nota come Eroica. Il nome non era suo: lo diede la sua compagna, George Sand, che l’ascoltò a Nohant nel 1842 e ci sentì il soffio della Rivoluzione francese. Una polacca polacchissima, battezzata da una francese con la Francia in testa. Chopin aveva lasciato la Polonia a vent’anni, nel 1830, e non vi tornò più; il suo maestro, alla partenza, gli aveva regalato un’urna di terra polacca, e quell’urna lo seguì fino alla tomba. Certe patrie si capivano meglio da lontano. E il Maestro Vercillo ce l’ha apparecchiata con modo trascinanti e grande virtuosismo, ma senza farci mai dimenticare la grande poesia di Chopin.

Poi insieme al violino, e in un luogo caro: il Souvenir d’un lieu cher di Čajkovskij, scritto nella primavera del 1878, pochi mesi dopo la fuga dal suo matrimonio disastroso, alla tenuta di Brailov dove la mecenate Nadežda von Meck gli offrì un rifugio. Ne abbiamo ascoltato l’ultimo pezzo, una Mélodie: il canto di chi era uscito da una ferita e aveva trovato, per un po’, un angolo di pace. La delicatezza di un violino quasi timido, la tenerezza di un pianoforte che lo portava fra le sue robuste braccia musicali. Poi, per il solo pianoforte, Respighi, e una Siciliana nata come danza di autore ignoto: anche l’Italia, a quanto pareva, aveva il suo sogno di un paese lontano, e si chiamava passato. Qui a delicatezza di Vercillo è stata davvero tenerissima e encomiabile.

E il passato, a quel punto, aveva una stazione, di cui ho parlato dal mio leggio.

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Alessandria, gennaio del 1878: la stessa stazione a venti minuti di treno da Novi. Čajkovskij si era lasciato alle spalle la Russia e il matrimonio, e girava l’Italia con il fratello Modest come chi cercava di rimettere insieme i pezzi: da Milano a Genova, e un treno da aspettare qui da noi. Nessun concerto, nessuna musica: due fratelli, un binario, un orario da rispettare. Un anno dopo, a Digione, scrisse a Modest che a quell’ora, esattamente un anno prima, erano ad Alessandria ad aspettare il treno, e che ogni ora di ogni giorno ripensava a tutto quello che era successo. Poi, per chiudere, non trovò parole sue e ne prese in prestito di Dante: «Nessun maggior…». Si fermò lì, con un eccetera. Il resto era superfluo. E sarebbe stato così: Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / ne la miseria.

Poi il concerto è proseguito, dopo questa introduzione storica, ma densa di nostalgia, con le vicende di Mignon, con un lied affidato al tenore, che ha saputo modellare un suono appassionante ma ben lontano dalla temperie melodrammatica: non più la domanda sul paese dei limoni, ma il dolore di chi lo aveva perso o non lo aveva mai raggiunto. Nur wer die Sehnsucht kennt, solo chi conosce la nostalgia sa ciò che soffro. Un canto di un uomo solo, separato da ogni gioia, che guardava il cielo come una lontana dimora.

Si andava verso la fine e il clima è cambiato: dopo tanta nostalgia, un po’ di luce. Per qualche minuto. Con Schubert, e con la voce vibrante di Sandra Pacetti, è arrivata una serenata che cominciava sottovoce, Ständchen: era notte, nel boschetto silenzioso, e gli usignoli sapevano che cos’era il male d’amore. Poi lo Schiaccianoci, il Pas de deux nella versione per pianoforte firmata dallo stesso Čajkovskij: una scala che scendeva, e subito, scendendo, la risposta della sua relativa minore. Pochi mattoni, e una cattedrale. E un pianoforte che ce la donava con limpida attenzione.

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È tornato Tosti, stavolta con il tenore, che adora questo brano – lo ha detto molte volte in concerto, prima di eseguirlo – e si sente: L’alba separa dalla luce l’ombra, una romanza su versi dell’amico D’Annunzio. Un addio notturno che chiede all’alba di nascere dal proprio sangue, perché i poeti, a volte, non conoscono le mezze misure. Poi la notte di nuovo, nella voce stavolta suadente di Sandra Pacetti: Nuit d’étoiles di Debussy, scritta a diciotto anni, una rosa e due stelle, e non gli serviva altro.

E, lasciatemelo dire, il pianoforte a sostenere tutto. Che ha accompagnato due voci e un violino, e in mezzo ci ha regalato cinque brani da solo. A volte fiammeggiante, dunque, a volte doveva sapersi fare piccolo piccolo…ma senza mai sparire. Sì: Giorgio Vercillo ha tenuto insieme la serata come si tiene un filo, discreto ma inesorabile, senza che nessuno lo vedesse tirare.

Poi l’applauso ha chiesto il suo encore, ed è arrivata Musica proibita di Gastaldon: la ragazza che cantava di nascosto il ritornello che la madre le vietava. Non l’ho presentata io: l’hanno recitata loro, tutti insieme, come una piccola scena teatrale, con una passione che io, dal mio angolo, ascoltavo sorridendo.

Ho chiuso con queste parole, le stesse che ho detto dal palco, e che ora vi ripropongo:

«Mignon chiedeva: conosci il paese dove fioriscono i limoni? Credo che stasera, tra nostalgia e viaggio, abbiamo trovato una risposta: è un paese che si può cantare in polacco, in russo, in francese, in tedesco e in italiano; che ha una stazione ad Alessandria dove anche Čajkovskij ha aspettato il treno; e che alla fine, come la ragazza di Gastaldon, canta di nascosto. Grazie a Giorgio Vercillo, a Sandra Pacetti, a Silvano Santagata e a Francesca Lamborizio, che ce lo hanno fatto attraversare. E grazie a voi, per essere venuti a cercarlo con noi.»