Tre tenori, un salotto improvvisato e una soprano – bravissima – esclusa da cotanto consesso. Diario semiserio di una divertente pomeriggio lirico a Valenza.

Esistono concerti che filano lisci come un’aria di Puccini ben preparata, e concerti che prendono vita propria fin dal primo momento, scivolando verso il territorio imprevedibile dell’umano. Il concerto lirico del 10 maggio all’Auditorium San Rocco di Valenza, organizzato dall’A.M.I. Associazione Mozart Italia in onore del tenore valenzano Piero Visconti, appartiene con orgoglio alla seconda categoria. E ne è tanto più bello per questo.

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Cominciamo dall’inizio. O meglio: da prima dell’inizio. Il programma prevedeva che Piero Visconti facesse il suo ingresso in scena come ospite d’onore, con il dovuto riguardo cerimoniale. Visconti, ottant’anni portati con la scioltezza di chi ha vissuto abbastanza da non preoccuparsi più delle convenienze, ha anticipato i tempi con la disinvoltura di un uomo abituato a fare esattamente quello che vuole. È entrato prima. Non di poco. Con l’aria di chi non vede perché mai debba aspettare il proprio tributo quando può andarselo a prendere. Il pubblico ha riso, con affetto. Luigina Ganau, consigliere artistico dell’associazione e anima organizzativa della serata, ha guardato la scena con un’espressione che conteneva, in proporzioni difficili da stabilire, stupore, rassegnazione e tenerezza.

Ma il momento più memorabile della serata, quello che resterà negli annali non scritti di Valenza Classica, è accaduto dopo. I tre tenori, Piero Visconti, Silvano Santagata e Maurizio Saltarin, hanno formato spontaneamente quello che non esito a definire un salotto. Non era in programma. Non era stato provato. Era semplicemente la cosa naturale da fare quando tre uomini che hanno vissuto di palcoscenici, tournée e camerini si trovano insieme su un podio e scoprono di avere molto da raccontarsi. I pettegolezzi sul passato si sono intrecciati con la musica, le allusioni a vicende non meglio precisate hanno aleggiato nell’aria con la stessa leggerezza di una romanza di Tosti. Luigina Ganau li guardava con quell’espressione inconfondibile di chi ha organizzato un concerto e si ritrova a gestire una rimpatriata.

Esclusa ineffabilmente dal salottino, con una grazia che diceva tutto sulla sua classe, la soprano Yuliya Vyshnyvetska non ha protestato né si è indignata- Semplicemente ha scelto la strada migliore: cantare. E lo ha fatto in modo tale da rendere superfluo qualsiasi commento. Voce limpida, ben distribuita su tutta la tessitura, capace di passare dall’intimità raccolta di ‘Adieu notre petit table‘ di Massenet alla luminosità pucciniana della Canzone di Dorena dalla ‘Rondine‘ pucciniana senza mai forzare, senza mai cercare l’effetto a tutti i costi. La ‘O mio babbino caro‘ dal Gianni Schicchi è stata eseguita con una semplicità disarmante, che è la cosa più difficile da ottenere in un’aria che tutti conoscono e che tutti si aspettano di sentire sbagliare. Yuliya non l’ha sbagliata. È stata, in una parola, incantevole. Di aspetto e di canto, con quella coerenza rara tra la bellezza che si vede e quella che si ascolta.

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Ma poi, gli indisciplinati tenori, come se la sono cavata, musicalmente parlando. Direi egregiamente. Silvano Santagata ha aperto il programma con con ‘L’Alba separa dalla luce l’ombra’ di Tosti,, che ha il pregevole requisito di musicar4 una composizione poetica di Gabriele d’Annunzio.  Ha poi proposto ‘La roca fria del calvario‘ di Serrano. Si tratta di due brani che richiedono controllo e proiezione in eguale misura. Santagata ha dimostrato entrambe le cose, con una voce che può essere stentorea, ma conosce questo rischio e lo abita con intelligenza, senza mai spingersi oltre il punto in cui la bellezza si trasforma in sforzo.

Maurizio Saltarin, ni suoi momenti, ha affrontato ‘E lucevan le stelle’ dalla pucciniana  Tosca e ‘Amor ti vieta‘ da Fedora di Giordano, con una solidità tecnica che si sente nei momenti in cui un tenore decide di suonare il pieno senza paura: molto bravo, nel senso pieno del termine, quello che si usa quando non si vuole aggiungere riserve. E dirlo quando parliamo di brani veramente celeberrimi non è cosa certamente scontata,

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E Piero Visconti? Ottant’anni, ma densi di una affascinante vitalità.  Ha cantato ‘Malia‘ di Tosti, e in quei minuti la sala ha capito perché era lì. Una voce ancora vibrante, annotavo sul programma, e mi rendo conto che non è un’immagine originale, ma è quella giusta: una voce che non urla la propria presenza ma la irradia, con quella naturale autorevolezza che appartiene solo a chi ha cantato abbastanza da smettere di doverlo dimostrare. Il pubblico lo ha accolto con un calore che andava ben oltre il dovuto omaggio a un concittadino: era il riconoscimento di una vita dedicata a qualcosa di bello.

Al pianoforte, il Maestro Stefano Velluti, presidente dell’Associazione Mozart Italia e direttore artistico della rassegna Valenza Classica, ha tenuto le fila di una serata che aveva tutto per sfuggirgli di mano e che invece ha retto, con quella capacità del vero musicista di assecondare l’imprevisto senza perdere il centro. Accompagnare tre tenori e una soprano in una serata che a tratti somigliava più a una riunione di famiglia che a un concerto richiede doti che vanno ben oltre la tecnica pianistica. Velluti le ha dimostrate tutte.

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E poi, sono uscito dall’Auditorium San Rocco con nelle orecchie i commenti soddisfatti delle persone. Ancora una volta la lirica ha dimostrato tutta la sua pulsione popolare e comunicativa. E la sensazione finale è di aver assistito a qualcosa che non si ripeterà mai esattamente così. Ed è, in fondo, la migliore definizione di un concerto riuscito.