Piazza della Libertà, diciotto nomi per raccontare otto secoli di Alessandria – da LMCA 652

Un documento comunale del 1873 permette di correggere un particolare della storia della piazza principale della città: il nome di Vittorio Emanuele II non arrivò dopo la morte del re, ma era già stato stabilito cinque anni prima. L’occasione per ripercorrere gli oltre ottocento anni di una piazza che ha cambiato nome almeno dieci volte ufficialmente e molte altre nell’uso degli alessandrini.

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Qualche volta una vecchia storia torna d’attualità non perché sia cambiato il passato, naturalmente, ma perché salta fuori un documento che permette di leggerlo meglio. È accaduto preparando la puntata numero 738 de Il Meglio de La mia cara Alessandria. Natalino Ferrari, uno dei collaboratori storici della trasmissione, mi aveva portato un documento particolarmente interessante: la Nomenclatura delle Vie, Piazze e loro Limiti della Città di Alessandria, adottata dal Consiglio comunale nella seduta del 12 maggio 1873, vista dal Prefetto il 18 giugno dello stesso anno e sottoscritta, per il Comune, dal facente funzioni sindaco Alfonso Balbi-Viecha. È quasi una fotografia della città attraverso i suoi nomi. Alessandria vi appare divisa nelle sezioni Marengo, Gamondio, Borgoglio e Rovereto, gli stessi nomi che ancora oggi ritroviamo negli Spalti. Per ogni strada e piazza sono riportati la vecchia denominazione, i limiti, la lunghezza, la larghezza e il nuovo nome stabilito dall’Amministrazione comunale. Sfogliarlo significa passeggiare nell’Alessandria del 1873: strada del Carmine diventava via Guasco, Porta Ravanale via Mazzini, strada Marengo via Dante. Compaiono piazza della Cattedrale, la Gambarina Nuova, strada del Palazzo di Città, la Trinità, Cavour, Santo Stefano, Ponte Tanaro, Monserrato, Santa Maria di Castello. Ma una riga, in particolare, ci interessa.

Da Piazza Reale a Vittorio Emanuele: la correzione

È la prima della sezione Marengo. Alla voce «antica denominazione» si legge Piazza Reale. A quella della nuova denominazione: Piazza Vittorio Emanuele. Questo documento permette di correggere quanto avevo raccontato nella puntata 652 di La mia cara Alessandria. Avevo collegato il cambiamento di nome alla morte di Vittorio Emanuele II, avvenuta nel 1878. Non era così. Il Consiglio comunale aveva stabilito la nuova denominazione già nel 1873, quando Vittorio Emanuele II era ancora sul trono.
Una correzione piccola, forse, ma significativa. E anche un buon motivo per tornare sulla storia di quella piazza che oggi tutti chiamiamo piazza della Libertà e che, nel corso dei secoli, ha accumulato un numero sorprendente di nomi.

La piazza c’era già alla nascita di Alessandria

La piazza esiste praticamente dalla fondazione della città. Pochi anni dopo il fatidico 1168 vi si affacciavano alcuni degli edifici fondamentali della nuova Alessandria: il Palatium Vetus, il Broletto nel quale si esercitavano l’amministrazione pubblica, la giustizia e altre funzioni comunali; la cattedrale di San Pietro, eretta nel 1174 e poi demolita nel 1803; successivamente il Palatium Novus, sede di altri uffici pubblici. A quel tempo era la Platea Maior, la piazza Maggiore. Ma era diffusissimo anche il riferimento alla presenza del Duomo: piazza della Cattedrale. Queste denominazioni avevano attraversato circa sei secoli. Claudio Zarri, storico e da sempre amico di LMCA, in un suo importante saggio1, ricorda come ancora nel Seicento fossero utilizzati i toponimi di piazza Maggiore e piazza Grande. Tra il Duomo e il lato dell’attuale via Verdi esisteva anche una piazzetta chiamata San Giuseppe, probabilmente per la cappella dedicata al santo all’interno dell’antica Cattedrale. Era sostenuta dagli artigiani alessandrini, dei quali Giuseppe era protettore. L’«Università dei calzolai» vantava sulla cappella uno giuspatronato e proprio lì venivano celebrate annualmente le ricorrenze dei santi Teobaldo, Crispino e Crispiniano.

Arrivano i francesi: Place d’Armes

La cesura più vistosa era arrivata con Napoleone. Nel 1803 l’antica Cattedrale veniva demolita e, liberata dal grande edificio religioso che per secoli ne aveva occupato una parte, la piazza assumeva il nome francese di Place d’Armes. Per il settore sudorientale sopravviveva anche la denominazione di Place Saint-Joseph. Caduto Napoleone e tornati i Savoia, dopo il 1814 la piazza diventava Piazza Reale, denominazione coerente anche con il ruolo assunto da Palazzo Ghilini. Attorno alla demolizione del Duomo erano nate naturalmente anche le leggende. Piero Angiolini ricordava sulle pagine de Il Piccolo, negli anni Cinquanta del Novecento, una delle dicerie circolate all’epoca: Bonaparte avrebbe fatto abbattere la cattedrale per compiacere una bellissima nobildonna che, da Palazzo Ghilini, mal sopportava la vista dell’abside del vecchio Duomo, mentre un’altra dama godeva da Palazzo Cuttica della vista della facciata di San Marco.
Storia o maldicenza, naturalmente. Ma le maldicenze, quando resistono per un secolo e mezzo, finiscono anch’esse per diventare un piccolo pezzo della storia di una città.

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Il palazzo che Napoleone non riuscì a costruire

Bonaparte aveva progettato anche un’altra trasformazione. All’angolo tra Place d’Armes e rue Marengo, l’attuale via Dante, erano state abbattute alcune casupole per lasciare spazio a un nuovo palazzo che avrebbe dovuto completare la prestigiosa quinta formata da Palazzo Cuttica e Palazzo Ghilini. I lavori erano iniziati, ma la caduta dell’Impero aveva interrotto tutto. I materiali erano stati dispersi e l’edificazione sospesa. Curiosamente, molti decenni più tardi, proprio in quell’area sarebbe sorta la sede della Banca Nazionale, poi Banca d’Italia. Tra il 1951 e il 1954 arrivava l’edificio che conosciamo oggi, con i suoi portici e i marmi bianchissimi. In un certo senso, il progetto napoleonico di chiudere quel lato della piazza con un edificio monumentale si realizzava con quasi un secolo e mezzo di ritardo. Nel frattempo, nel 1833, anche i canonici del Duomo avevano pensato di riportare la Cattedrale sulla vecchia piazza. Insoddisfatti della sistemazione in San Marco, avevano avviato un progetto che sembrava procedere rapidamente. Secondo Angiolini erano stati presi accordi con il governo di Torino ed era stato assicurato un finanziamento di 300.000 lire. Poi tutto si era improvvisamente fermato. Il motivo? Non si sa. È una delle tante piccole questioni ancora aperte nella storia alessandrina.

Vittorio Emanuele, Rattazzi e i nomi inventati dagli alessandrini

E arriviamo al punto che il documento del 1873 consente oggi di precisare. Piazza Reale diventava ufficialmente Piazza Vittorio Emanuele già nel 1873, e non, come avevo precedentemente scritto, dopo la morte del sovrano nel 1878. Dieci anni dopo, il 30 settembre 1883, veniva inaugurato il monumento a Urbano Rattazzi, opera dello scultore Giulio Monteverde. Gli alessandrini facevano presto a ribattezzare familiarmente il luogo Piazza Rattazzi, benché nessuna intitolazione ufficiale avesse mai cancellato quella a Vittorio Emanuele. Del resto, il nome ufficiale non sembrava entusiasmare troppo la popolazione. La piazza diventava così, a seconda delle abitudini e dei punti di riferimento, piazza della Luna, per uno dei quadranti di Palazzo Rosso – ma già era nome in voga a Cattedrale esistente con la sua torre campanaria – e in particolare per quello del lunario; piazza del Comune o del Municipio; piazza del Comando, per il Distretto militare; più tardi piazza delle Poste, dopo la costruzione del grande palazzo delle Poste e Telegrafi.
I toponimi ufficiali raccontano la storia istituzionale. Quelli popolari raccontano forse ancora meglio il modo in cui una città vive i propri luoghi.

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Dal 1943 a piazza della Libertà

Il Novecento avrebbe aggiunto altri cambiamenti. Nel 1943, nel pieno della guerra e degli sconvolgimenti seguiti all’8 settembre, la piazza assumeva ufficialmente il nome di piazza Italia. Nel 1945 compariva piazza del Popolo e, dopo il referendum istituzionale del 1946, piazza della Repubblica. Infine sarebbe arrivato il nome che conosciamo oggi: piazza della Libertà. Ed eccoci al conteggio. Platea Maior, piazza Maggiore, piazza Grande, piazza della Cattedrale; poi Place d’Armes, Piazza Reale, Piazza Vittorio Emanuele, piazza Italia, piazza del Popolo, piazza della Repubblica e infine piazza della Libertà. A questi si aggiungono i nomi nati spontaneamente nell’uso degli alessandrini: piazza della Luna, piazza del Municipio, piazza di Palazzo Rosso, piazza Rattazzi, piazza delle Poste, piazza del Comando. E ancora i riferimenti ai suoi angoli più riconoscibili, quello della Banca d’Italia e quello del Municipio. Siamo dunque intorno ai diciotto nomi per identificare, nei secoli, sostanzialmente lo stesso luogo.

La storia si corregge

Oggi per tutti è piazza della Libertà. Ma qualche alessandrino più anziano conserva ancora nella memoria i vecchi nomi, magari triturati dal dialetto, come quella “piasa Ratas” che continua a ricordare Urbano Rattazzi. E il nuovo monumento allo statista, opera di Ferruccio Pozzato, è ancora lì a dimostrare quanto profondamente quel nome fosse entrato nell’uso cittadino. Questa volta, però, alla lunga collezione di nomi possiamo aggiungere qualcosa che non è un nuovo toponimo, ma una nuova certezza. Un documento del 1873 ci ha fatto riaprire una storia già raccontata e ci ha permesso di correggerne un particolare. È anche così che funziona la ricerca storica: non soltanto accumulando nuove storie, ma tornando su quelle vecchie quando un documento ci dice che possiamo raccontarle un po’ meglio.

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1 – Zarri Claudio, Evoluzione della toponomastica cittadina, in Tipografie, accademie e uffici d’arte, Alessandria, 2003

Immagine: piazza della Libertà in un rendering su progetto di riqualificazione dell’arch. Testa presentato nel 2010, committente l’Amministrazione Comunale della città