«Tales»: quattro artiste e una mostra intrigante e, a Santa Croce, ho imparato il futuro

C’è una poesia di Robert Frost, What Fifty Said (Quel che dissero i cinquant’anni), che il poeta raccolse in West-Running Brook nel 1928, dove si legge: «Quand’ero giovane, erano i vecchi i miei maestri: andavo a scuola da loro per imparare il passato. Ora che sono vecchio, ho per maestri i giovani: vado a scuola da loro per imparare il futuro.» Stamattina, nel chiostro di Santa Croce a Bosco Marengo, quei versi hanno smesso di essere letteratura e si sono fatti cronaca.
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Sono arrivato presto, prima ancora che il tavolo imbandito nel porticato finisse di prendere forma, e ho trovato Tatiana Palenzona e Amina Berdin già lì, disponibili come sanno esserlo solo le persone davvero innamorate di quello che fanno. Con loro Anna Maria Tortorici Montaperto, la voce che tiene i fili della comunicazione, capace di quella cordialità pratica che rende meno formale anche una preview stampa. E poi le quattro artiste, Lucia Cristiani, Martina Ferrari, Benedetta Fioravanti, Krizia León Porta, mescolate al gruppo di curiosi e addetti ai lavori con una naturalezza che mi ha subito colpito: nessuna posa da vernissage, solo la voglia di raccontare quello che hanno costruito in oltre due mesi di residenza dentro queste mura.
Perché Tales non racconta soltanto quattro mostre affiancate. Racconta un edificio che nella sua storia è stato convento domenicano, deposito militare, ospedale, riformatorio minorile, e che oggi si lascia attraversare di nuovo, questa volta da chi cerca non di sfruttarlo ma di ascoltarlo.

Si comincia dall’alto, dove un lucernario lascia cadere la luce su Dopo tanto perdermi di Lucia Cristiani: una trama di catene annodate in argento, rame, ottone, acciaio, che da lontano sembra un corpo organico sospeso e da vicino si rivela per quello che è, materia che ha scelto di farsi presenza. Parlando a lungo con lei ho capito che quel gesto verticale, dal soffitto verso il pavimento, non è casuale: c’è in Lucia il tentativo concreto di umanizzare ciò che scende dall’alto, di prendere qualcosa che sembrerebbe destinato a restare distante, quasi divino nella sua sospensione, e restituirlo a una materia che si può toccare, annodare, quasi accarezzare. Poco più avanti, nell’antica sala colloqui del riformatorio, undici elementi di vetro compongono Living Mesh: un lampadario smembrato e ricomposto, che pende dal soffitto come un grappolo di ghiaccio ancora liquido, ancora in trasformazione.


Poi le stanze di Martina Ferrari, le più inquietanti, forse. Due lanterne magiche proiettano immagini ottocentesche di ghiacciai, alpinisti minuscoli in cordata contro pareti di roccia nera, un crepaccio che si apre come una ferita nel bianco. Il titolo dell’opera, urlato in maiuscolo, MOSTRO MUTANTE NATO ARTIFICIALMENTE ESCE DALLA GROTTA, sembra fatto apposta per stridere con la delicatezza di quelle lastre d’epoca, e in quello stridore trovo tutta l’intelligenza del lavoro: il folklore alpino che incontra la fantascienza pulp, la memoria che diventa presagio. Martina Ferrari non si ferma all’immagine: è anche autrice della musica concreta di slow pulse boy, un lavoro sonoro a tre canali che scorreva nel corridoio superiore mentre lo attraversavo, prima ancora di raggiungere la stanza successiva. Un respiro elettronico e materico che accompagna il visitatore come una corrente sotterranea, e che prepara, senza che ce ne si accorga, all’incontro con l’opera che segue.
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Poi la grande sala del carbone, che è la cappella, l’antica biblioteca del convento, dove tutto cambia registro. Krizia León Porta espone El fin de la tormenta: tre grandi tela nera popolata di nuvoloni che sembrano usciti da una pala d’altare, o da un delirio biblico, ovvero da un cielo di annunciazione o di giudizio, sospesa sopra un cerchio di pietre nere posato a terra come un rito appena concluso. Ma quella tela non resta sospesa nell’astrazione del sacro: sotto, il carbone la riporta bruscamente al mondo, come un gesto deliberato di far scendere il trascendente lontano fino al popolo, di farlo toccare, di sporcarsi le mani con quello che prima era solo cielo dipinto.


Poi, nell’ex lavanderia del convento, dove i muri portano ancora i graffiti di generazioni di ragazzi reclusi, nomi, date, un “peace of the world” scritto a mano come una preghiera ingenua, Benedetta Fioravanti proietta Us above the brutes. Immagini d’archivio, una caccia ridotta a sagome nere contro la vegetazione, un campo che brucia nella sera con un uomo minuscolo tra le fiamme, si alternano a un video contemporaneo: un ragazzino ripreso di spalle, maglietta a righe, che guarda un verde che non sapremo mai cosa gli dica davvero. Alle celle di isolamento, l’artista tedesco Till Gerhard ha lasciato tre dipinti dedicati alla spensieratezza adolescenziale, come per restituire a quei muri qualcosa che non hanno mai avuto.
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È lì, dubito dopo, ho riflettuto di quello che credo possa essere il filo che tiene insieme l’intera mattina, l’intera mostra, lo stesso che avevo già intuito parlando con Lucia davanti alle sue catene: umanizzare ciò che scende dall’alto, un po’ come fanno, ciascuna a modo suo, tutte e quattro queste ragazze. Le catene di Lucia Cristiani che si fanno corpo pesante e tangibile. I ghiacciai ottocenteschi di Martina Ferrari trascinati fuori dall’archivio e fatti vibrare nel presente da un mostro mutante. I graffiti dei ragazzi reclusi che Benedetta Fioravanti rimette in circolo accanto a un adolescente di oggi. E ora queste nuvole bibliche che toccano terra sotto forma di carbone. In tutte e quattro le opere c’è lo stesso movimento: dal sublime lontano, dall’astrazione che non si lascia afferrare, verso una semplicità concreta e complessa insieme, che cerca il nocciolo dell’essere, la cosa vera sotto la superficie.

Ma quello che porto via da questa mattina non è solo quello che ho visto. È quello che ho ascoltato parlando con loro, con le quattro artiste, una per una, tra un’opera e l’altra. Ho trovato in ciascuna una profondità di pensiero che non mi aspettavo così piena, così priva di retorica, e delle vibrazioni artistiche vere, di quelle che non si fingono. Parlare con loro è stato come mettere l’orecchio a terra e sentire, sotto la crosta delle parole di rito che di solito accompagnano una preview, il battito autentico di chi crede in quello che fa.
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Quando sono uscito da Santa Croce, con il sole ormai alto sul porticato, ho ripensato a quei versi con cui ero entrato. Sì, questa mattina ho imparato il futuro, e mi è piaciuto.
