Ero, l’ultima luce: a Monastero Bormida il mito si è fatto carne, attesa e addio

Ci sono luoghi che custodiscono un incanto tutto loro, e il castello medioevale di Monastero Bormida è fra questi. Lo frequento e lo amo da tanto tempo: l’ultima volta vi ero salito per presentare la mostra di Pietro Racchi, «L’Urlo della Natura», che ancora oggi abita il sottotetto con le sue opere. Ogni volta che varco quella corte, fra le pietre secolari e gli archi sospesi nel tempo, avverto che l’atmosfera del luogo è di per sé una potente meraviglia, una scenografia che nessun teatro saprebbe costruire. Domenica 5 luglio vi sono tornato su invito di Patrizia Velardi di Rete Teatri, che ringrazio di cuore, per una serata che non dimenticherò.  Ci sono sere, infatti, in cui il teatro non si guarda soltanto: si respira, si vive, ci cambia. Il buio è sceso piano sulle pietre e, quando le luci hanno acceso la scena, lei era già lì: una figura fasciata di blu, dal cui corpo si irradiavano lunghi teli che invadevano il selciato come onde, come correnti, come braccia liquide di un mare venuto a riprendersi la sua creatura. Ho capito in quell’istante che non avrei guardato un’attrice: avrei incontrato Ero, figlia dell’acqua e dell’attesa.

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Era la prima nazionale di «Ero, l’ultima luce», il testo di Alessandro Pertosa portato in scena dalla regia di Graziano Piazza, con Melania Fiore protagonista assoluta e le scene e i costumi di Maria Alessandra Giuri, nell’ambito del Festival Rete Teatri diretto da Paolo La Farina. Il mito è quello, antichissimo, di Ero e Leandro: lei sacerdotessa di Afrodite, chiusa in una torre a Sesto, sulla riva europea dell’Ellesponto; lui giovane di Abido, sulla sponda opposta. Ogni notte Leandro attraversa a nuoto lo stretto per raggiungerla, ed Ero accende una fiaccola in cima alla torre per guidarlo nell’oscurità. Finché una notte di tempesta il vento spegne la luce, e Leandro, perduta la rotta, annega.

Ma il testo di Pertosa non racconta la leggenda: la spoglia di ogni retorica e ci consegna una donna. Sono molte notti, ormai, che Leandro non arriva. E quella figura che Ero scorge in lontananza, quel corpo che nuota verso di lei, è davvero il suo amato o soltanto una proiezione del desiderio, un’illusione partorita dall’attesa? In questa domanda, mai risolta, sta la vertigine dello spettacolo. «Questo amore che ha la forma dell’attesa», recita Ero, ed è la chiave di tutto: non il destino tragico di lui che muore, ma la tragedia più silenziosa e più crudele di lei che resta, che aspetta, che accende ogni notte una luce per nessuno.

La lingua di Pertosa è alta, tesa, incandescente come la migliore lirica degli antichi Elleni. Ascoltandola ho pensato a Saffo, alla sua capacità di nominare l’amore con la nudità assoluta di chi non ha più nulla da difendere. «Sei altare del piacere e prigione del desiderio», sussurra Ero al suo Leandro lontano, «bello come la luce del mattino». E ancora: «Sei un sospiro che non finirà mai di risuonarmi dentro», «sei amore come un canto antico, bellissimo e profondo», «ti amo con la fame di chi non ha più nulla». C’è la carne, in queste parole, e c’è lo spirito: «il pensiero si fa corpo, calore, si fa brivido», mentre la memoria custodisce «la tua voce impastata di vento e di miele» e la dolcezza perduta di quel «silenzio appoggiato al mio corpo». Poi, quando lui non torna, «ogni suono del vento sembra un presagio».

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Melania Fiore ha attraversato tutto questo con una recitazione intensa, coinvolgente, di rara verità. L’ho vista cambiare volto e gesto, scena dopo scena: la fanciulla sensuale e desiderata, la sacerdotessa votata alla castità che si spoglia del suo ruolo per farsi donna, e infine la creatura che invecchia mestamente dentro un amore irrisolto, consumata da un’attesa che non avrà risposta. È lì la grandezza della sua prova: nel farci vedere il tempo che passa sul corpo e nella voce, senza artifici, con la sola forza dell’anima. La regia di Graziano Piazza, che approda a questo lavoro dopo il Tiresia dell’Antigone di Robert Carsen al Teatro Greco di Siracusa, la accompagna e la spinge oltre le parole, in un territorio viscerale dove il mito torna a essere materia viva, pulsante, tragicamente contemporanea. E quando, nel finale, Ero ha sollevato tra le mani una piccola candela, ultima luce sul vuoto del mare e dell’esistenza, la corte intera tratteneva il respiro.

A fine serata ho avuto il piacere di trattenermi con Melania Fiore e Graziano Piazza, nella corte ormai svuotata e ancora calda di emozione. Ho confidato loro che la loro Ero mi era parsa una figlia del mare, una creatura parzialmente marina, e ho citato «Ondina» di Peppe Siliotto, quel disco progressive degli anni Settanta che custodisco gelosamente tra i miei vinili, dove un’altra creatura d’acqua canta il suo amore impossibile. Hanno accolto il riferimento con un entusiasmo sincero che mi ha commosso, e in quello scambio caloroso ho ritrovato la conferma di una mia antica convinzione: l’arte, quando è vera, dialoga sempre con altra arte, attraverso i decenni e i linguaggi.

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Tornando a casa, nella notte tiepida di inizio luglio, mi risuonava dentro una frase su tutte: «Mi muovo lentamente, come se ogni cosa fosse già un addio». Ecco cosa ci lascia questa Ero: la consapevolezza che amare è anche questo, custodire una luce piccola, fragile e ostinata sull’orlo del buio, sapendo che forse nessuno la vedrà. «Io non volevo essere leggenda», confessa lei alla fine, «io volevo soltanto essere tua». Non conosco parole più umane per nominare l’amore. Quella notte, nella corte di Monastero Bormida, io vibravo con lei e con il suo dolente amore. E vibro ancora.