Una cascina di Valle Bormida trapiantata dentro il Teatro Romano di Acqui: la pietra antica intorno e la vita contadina nel mezzo, e il diavolo che ci mette la coda. E venerdì 7 si replica a Vesime

Sono arrivato al Teatro Romano di Acqui in una sera di fine luglio, dopo essere andato a trovare l’amico Piero Racchi che, con un pizzico di malinconia, chiudeva la sua mostra a Monastero Bormida, che ho avuto l’onore di recensire e presentare, ed ero come sempre invitato dall’amica Patrizia Velardi. Il Teatro è in un luogo appartato, del tutto avulso dal traffico cittadino, uno di quei posti che mi piacciono molto e chiamo fuoriluogo, Ci sono arrivato che la pietra ancora tiepida di sole e il cielo che si andava svuotando di azzurro, mentre il teatro si stava popolando di un pubblico certamente incuriosito dal tema della serata: le masche, le strie, insomma le streghe. Ma da un punto di vista particolare (ultima scena a parte): quello del mondo contadino, con la sua portata di crudele superstizione. Era domenica ventisei luglio, l’ultima serata della rassegna ReteAcqui 2026, ma ve ne parlo ora perchè il 7 agosto la pièce si replica a Vesime, fra i magnifici ruderi del castello, quanto mai adatti per parlare di masche.
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Lì ad Acqui ho trovato intorno a me una cascina di Valle Bormida trapiantata dentro le rovine romane, la pietra antica intorno e la vita contadina nel mezzo, un rosso che era brace e insieme sortilegio. Poi un fuoco vero ha cominciato a bruciare in un angolo, e dalle ombre del proscenio romano è entrata la voce narrante, quella di Paolo La Farina, autore e regista, in scena nei panni di un vecchio contadino della Valle Bormida, cappello bianco calato sulla fronte, camicia a scacchi, le mani larghe che parlavano nell’aria come sanno parlare quelle degli anziani che hanno raccolto storie per una vita. E sul muro la proiezione del demonio. Paolo ci ha accompagnati, e siamo entrati tutti nel mondo che lo spettacolo ci apparecchiava.

«Il diavolo ci mette la coda. Demoni e masche in Valle Bormida», produzione ReteTeatri, non ricostruisce il folklore come si ricostruisce un museo. Lo rimette in bocca a chi lo abitava, alle donne che nelle stalle raccontavano ai bambini per farli stare buoni, ai vecchi che nelle veglie giuravano di aver visto camminare qualcosa nella nebbia, ai preti che dal pulpito ammonivano contro il maligno con più paura che dottrina. La materia è quella delle valli povere e ostinate della Bormida, masche che leggevano nel latte, spiriti che tornavano a saldare i conti, patti taciuti con chi non si nomina, e sempre, sullo sfondo, il Libro del Comando, il grimorio nero che nella tradizione popolare piemontese si trasmetteva di masca in masca e non lasciava morire chi non l’avesse consegnato ad altri. La Farina, che di quella memoria è raccoglitore attento, lo evoca più volte dalla sua voce narrante, e ogni volta che lo nomina un brivido corre lungo la fila del pubblico. Con lui, in una compagnia larga e corale nata dalla sua scuola di recitazione, si sono alternati Francesca Aliprandi, Angelo Bonelli, Gabriele Buffa, Paola Cavo, Piercarlo Dagna, Francesco Gamba, Oreste Gondi, Christian Goslino, Mia Martinotti, Paolo Piovano e Augusto Zunino. Un teatro di comunità nel senso più autentico, dove il testo, detto con la semplicità del dilettante, che però ci crede eccome, in quello che fa, non è un pretesto ma una restituzione.

E però, dentro il carosello, probabilmente delirante, di fole nate dalla paura e dalla malvagità dei paesi, c’è una parte che delirante non è mai stata. Ce lo ha insegnato, tra gli altri, in forma splendidamente narrativa, Sebastiano Vassalli con «La Chimera», romanzo tragico e commovente sulla giovane Antonia, arsa a Zardino nell’Italia del Seicento, ce lo hanno insegnato gli atti dei processi che ancora dormono negli archivi. Le masche possono essere invenzione della miseria e dell’ignoranza, il diavolo con la coda una favola inventata per addomesticare i bambini, ma la tortura e l’interrogatorio della presunta strega sono realtà documentata, spietata, insopportabile. Ed è proprio in quel punto che lo spettacolo trova il suo cuore più vero.

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Perché in mezzo a questa polifonia è arrivata lei: Eleonora Trivella, nella parte della presunta strega. Interrogata, torturata, infine arsa viva. Chi scrive è rimasto senza fiato, per la qualità della sua interpretazione. C’è nel suo lavoro d’attrice quella qualità che non si insegna, la capacità di stare in scena come se ci fosse nata, di trasformare il corpo in un luogo dove qualcosa accade davvero. Quando le mani hanno cominciato a tremare sotto la corda invisibile, quando la voce si è spezzata nel grido, il rosso delle luci che tutto avvolgeva è diventato all’improvviso il rosso del rogo, e per pochi minuti nessuno nel pubblico ha respirato. Con lei, a chiudere il cerchio, la figura di Paolo La Farina era tornata in scena sotto il mantello dell’inquisitore, incappucciato, il volto ombrato, il gesto secco che manda al fuoco. La stessa mano che aveva raccontato le fole della memoria contadina, adesso condannava.

A serata finita, mentre il pubblico si scioglieva verso l’uscita e le lampade calavano d’intensità, chi scrive ha scambiato con Eleonora Trivella qualche parola fuori taccuino. Abbiamo parlato del ruolo della donna, di altri modi e spettacoli utili per parlare con coscienza e indignazione di questi argomenti. È stato un momento di interazione forte e stupendo: il sigillo giusto della serata.

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Ora la coda del diavolo si sposta. Venerdì 7 agosto, alle ore 21:15, «Il diavolo ci mette la coda» approda ai Ruderi del Castello di Vesime, in una cornice che pare fatta apposta per accogliere una storia di masche e di rovine. Ingresso a offerta libera, con la collaborazione del Comune di Vesime, della Società Agricola Operaia di Mutuo Soccorso e con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria. Chi ad Acqui non c’era ha ancora una notte davanti. E il consiglio è di non arrivare in ritardo, quando il libro si apre, si apre per tutti.
