Arte in fiera. Quando un “non luogo” diventa casa d’Arte & Bellezza

C’è qualcosa di leggermente paradossale — e proprio per questo bellissimo — nel trovarsi davanti a un quadro che ti ferma il respiro mentre intorno a te scorre il rumore sordo di una fiera. Casale Monferrato, 77ª Mostra Nazionale di San Giuseppe: stand, insegne, pavimenti rossi, gente che cammina con quella velocità distratta di chi ha una lista di cose da vedere. E poi, in un angolo che non ti aspetti, l’arte. Vera. Quella che non chiede permesso. Si chiama ArteInFiera — e il titolo è già un manifesto. XXIIX edizione, curata da Piergiorgio Panelli, che tra i pannelli grigi di un padiglione fieristico ha costruito qualcosa che somiglia a un mondo. Il tema scelto per questa edizione è tutto in un’invocazione: Guardami dentro gli occhi. Sei artisti, sei sguardi, sei modi diversi e inconciliabili di stare di fronte all’altro.
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Conosco Piergiorgio Panelli da anni, e ogni volta che lo frequento mi sorprende. Quella domenica sera abbiamo camminato insieme tra le opere, poi ci siamo seduti a cena, e ho ritrovato intatto ciò che ho sempre ammirato in lui: una capacità organizzativa fuori dal comune, quella rara dote di chi sa tenere insieme la visione artistica e la concretezza del fare, senza che l’una soffochi l’altra. E il tutto con una modestia encomiabile. Costruire una mostra di arte contemporanea dentro una fiera — alla sua ventottesima edizione, non alla prima — richiede una tenacia creativa che pochissimi hanno. Io sono fiero e felice di poterlo chiamare amico.

E poi c’è un dettaglio che racconta molto, forse più di qualsiasi critica. Nel soggiorno di casa mia fa la sua bellissima figura uno dei suoi dipinti — le tartarughe lente, come le chiamo io. Alla mostra ho potuto rivedere quel mondo: una tartaruga verde, massiccia e silenziosa, che emerge dal basso della tela come se stesse risalendo da un fondale antico. Non è un animale ritratto — è un’idea. La lentezza come forma di saggezza. Il verde intenso, rugoso, quasi tattile, che contrasta col bianco del fondo come la vita reale contrasta col silenzio. Accanto, un paesaggio fiorito — papaveri rossi, verde tenero, una linea bianca sinuosa che attraversa la tela come un respiro o un ruscello. Panelli dipinge la natura come se la conoscesse da dentro. Non la osserva — la abita. Ogni volta che guardo il suo dipinto in salotto, penso che l’arte vera funziona così: non urla, non si impone, aspetta. E poi ti entra dentro, piano piano, come fanno appunto le tartarughe.

Ma ora lasciate che, brevemente, vi parli degli altri artisti in una esposizione. A cominciare dall’unica presente quella sera. Simonetta Guschino porta il mondo lontano — New York, i mercati caraibici, le metropolitane con le loro solitudini parallele. Le sue fotografie (due delle foto dell’articolo, quelle di gruppo, sono sue) hanno quella qualità, rara, di chi entra nei luoghi senza disturbare niente, di chi sa aspettare il momento in cui la vita si fa immagine da sola. C’è una donna sola in un diner americano che legge, assorta nel suo universo. C’è una ragazza con le cuffie e un uomo che la guarda riflesso nel finestrino — due solitudini a un metro di distanza. Simonetta non ruba le immagini: le riceve. Era lì, con lei ho potuto parlare davvero — dirle di persona quanto la sua fotografia mi colpisca, di quella capacità di cogliere l’espressività nascosta nelle scene di vita quotidiana, nei volti che non posano, nei corpi che non sanno di essere guardati. È una donna, tra l’altro, che non ama essere fotografata. Eppure quella sera si è lasciata ritrarre con un sorriso aperto, davanti alle sue storie di città. Certi incontri hanno la loro grazia silenziosa.

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Delle altre e altri posso solo dare qualche fuggitiva impressione di intrigante bellezza. Claudia Geronzi apre il percorso con una forza che disarma. I suoi ritratti non stanno fermi sui supporti — sfondano la carta, la accartocciano, la fanno esplodere ai bordi come se la figura umana non potesse più contenere se stessa. Volti di vecchi, di bambini, di donne che ridono con tutta la bocca — ritratti che non chiedono di essere ammirati, chiedono di essere riconosciuti. Guardami, dicono. E non è una preghiera gentile.

Massimo Pagani Rizzieri abita l’altro capo dello spettro emotivo. Il suo uomo a figura intera — dipinto su due tele accostate, testa rovesciata all’indietro, braccia aperte — è un grido che non si sa se sia dolore o estasi. Probabilmente entrambi, come sempre nelle cose vere. Accanto, figure notturne, perturbanti, che appartengono ai sogni difficili. Se Geronzi ti guarda con tenerezza e Guschino con discrezione affettuosa, Pagani Rizzieri ti afferra per le spalle e ti scuote. Non chiede il tuo consenso.

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Lorena Festa Bianchet attraversa il tempo in tre quadri che sembrano tre secoli diversi. Una suora che piange davanti a un muro di mattoni rossi — lacrima precisa, crocifisso sul petto, dolore dignitoso e antico che non cerca consolazione. Poi una figura cyborg, metà donna metà macchina, cranio aperto su circuiti e formule matematiche — il futuro che guarda il presente con occhi ancora umani. E infine un vecchio africano nella luce calda dell’oro, la saggezza che non urla, che aspetta. Passato, futuro, eternità. Tutto in pochi metri quadri di pannello grigio.

Shana Boetto chiude il cerchio portando la mostra su un altro pianeta — letteralmente. Le sue figure sono esseri cromatici, alieni eppure familiari, con quegli occhi grandi e quelle palette psichedeliche che parlano la lingua della pop art digitale, del fumetto cresciuto, di una generazione che ha trasformato gli schermi in arte. Accanto alla suora in lacrime e ai ritratti strazianti, il suo sguardo alieno e sorridente dice: il mondo è anche questo. Strano, colorato, un po’ matto. E ha ragione.

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Piergiorgio Panelli, curatore e anima di tutto, guarda la sua creatura con le braccia conserte e un sorriso soddisfatto — quello di chi sa di aver fatto una cosa giusta. Mettere l’arte dentro una fiera non è un compromesso: è una scommessa. Che il bello possa sorprendere anche chi non lo stava cercando. Che un padiglione fieristico possa, per qualche giorno, smettere di essere un non luogo e diventare casa.

ArteInFiera va avanti fino al 22 marzo. Se passate da Casale Monferrato, fermatevi. Lasciatevi guardare dentro gli occhi.
