Invito ad una mostra: “Sotto osservazione”, ecco la presentazione della mostra di Giorgio Grosso e Piergiorgio Panelli nella Ex Cappella del Castello dei Paleologi, Casale Monferrato

Ieri, 6 giugno 2026, si è inaugurata la mostra Giorgio Grosso e Piergiorgio Panelli nella Ex Cappella del Castello dei Paleologi, Casale Monferrato. Per me è stato un onore poter fare la presentazione della stessa, leggendo alcune parole, che ora vi ripropongo perchè siano viatico per una feconda e piacevolissima visita ad una mostra davvero interessante.

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Ex Cappella del Castello dei Paleologi, Casale Monferrato — 6 giugno 2026

Quando Piergiorgio mi chiesto di presentare questa mostra, ho risposto subito di sì, genuinamente entusiasta di poterlo fare. Perché Piergiorgio Panelli, non è soltanto un artista che ammiro. È un amico. Ed è uno di quegli amici con i quali il confine tra la conversazione e l’arte non esiste: quando parli con lui, stai già dentro un quadro. Quando guardi un suo quadro, senti che lui è ancora lì, che non se n’è andato del tutto, che ha lasciato qualcosa di sé nella materia, nel colore, in quei segni trasversali che attraversano le sue tele come una presenza silenziosa.

 

Poi, dovete sapere che nella mia living room c’è una sua Tartaruga lenta. La vedo ogni giorno. E ogni giorno mi dice qualcosa di diverso. Questo, credo, è il segno più semplice e più vero di cosa significhi avere un’opera d’arte in casa, che non un per nulla un oggetto decorativo, ma una presenza viva che continua a parlarti, che cresce con te, che, anche quando senti addosso la stanchezza, ti ferma e ti chiede di vivere la bellezza. Beh, devo poi confessare che di Piergiorgio ho scritto più volte, nel corso degli anni. Ho cercato di capire, con le mie parole di non-critico, di semplice appassionato, cosa succede dentro quei paesaggi che lui chiama Paesaggi Lenti. E credo di aver capito che la lentezza per lui non è pigrizia, non è indugio: è una forma di rispetto verso il mondo. È la convinzione che le cose belle vadano attraversate con la giusta calma, che il paesaggio del Monferrato, queste colline che ben conosco e amo, non si riveli a chi passa di corsa ma solo a chi si ferma, a chi ha il coraggio di sostare.

E Piergiorgio si ferma. Da anni si ferma davanti al paesaggio, lo assorbe, lo vive, lo porta dentro di sé. Poi lo restituisce sulla tela: non certo come una fotografia e men che mai come una cartolina, ma come emozione pura: colori che colano come linfa da un albero ferito, violetti e rossi che sono colline viste con gli occhi chiusi, delicatissimi verdi che ci narrano l’ambiente monferrino, bianchi che sono i silenzi che tutto avvolgono. In questo modo non si descrive la natura: la si lascia affiorare nella purezza dei sentimenti.

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Poi c’è Giorgio Grosso. E qui devo confessarvi una cosa: quando ho incontrato per la prima volta, le sue proposte artistiche, mi sono trovato davanti a qualcosa che non mi aspettavo. Perché Giorgio Grosso prende la plastica, quella materia che il mondo ha condannato a un destino di vita lunghissima e contaminante, e la trasforma. Ma, a mio avviso, non si tratta di un semplice gesto provocatorio, né di un manifesto ecologista nel senso didascalico del termine. È qualcosa di molto più sottile, ma anche molto più potente.

È, se vogliamo usare una parola sola, un miracolo. Il miracolo del pensiero artistico che rovescia il senso delle cose: lasciatemelo dire con esplicita brutalità: la monnezza diventa bellezza! Ovvero, il rifiuto che diventa forma, ciò che sembrava senza redenzione trova una seconda vita, anzi trova la sua vita vera, quella che non aveva mai avuto. Giorgio Grosso prende la materia dimenticata e disprezzata: la plastica che il mondo ha già condannato, e la porta in un altrove che non ti aspetti: forme organiche, metamorfosi di elementi naturali e astratti, strutture che sembrano emergere da un sogno. Le sue sculture, percorse da colate di colori vividi, post industriali, a volte angoscianti: verdi, arancio e rossi come sangue rappreso, hanno tuttavia la leggerezza paradossale di qualcosa che il tempo non sa consumare. C’è in questa utopia del riciclaggio qualcosa di profondamente umano: la convinzione che nulla sia perduto davvero, che anche ciò che abbiamo scartato contenga ancora una scintilla di bellezza in attesa di essere liberata.

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Sono oggetti che ci osservano. E questo, non a caso, è il titolo della mostra: Sotto osservazione. Due parole che contengono tutto il senso di questo incontro tra due artisti e amici. L’arte come sguardo reciproco: l’opera osserva chi la guarda, l’artista osserva il mondo, il mondo osserva l’artista e ne viene trasformato. Non c’è passività in questo sguardo. C’è tensione, c’è cura, c’è quella forma di attenzione profonda che oggi è diventata rara e preziosa quanto l’oro.

Insieme, in questa mostra, Panelli e Grosso costruiscono quello che qualcuno ha chiamato un sequestro emotivo. E io trovo questa definizione bellissima e vera. Perché uscire di qui come si è entrati sarebbe impossibile. Qualcosa resterà. Una forma. Un colore. Uno sguardo che non sapevamo di avere.

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E allora guardiamo. Con la lentezza – che dona comprensione e profondità – che ci chiede Piergiorgio. Con la meraviglia per un’utopia realizzata – che ci impone Giorgio. Con quella disponibilità a lasciarci sorprendere, a lasciarci osservare, che è forse la cosa più bella e più difficile che un essere umano possa fare.

E allora Benvenuti…ma… Sotto osservazione.