Ottiglio, suggestioni a teatro

La ragnatela di strade che si dipana da un paese all’altro del Monferrato sembra aver conservato il solco dei miei abituali percorsi, quando, prima ancora di apprezzare l’incanto delle colline, venivano i locali in cui far festa il sabato sera.

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Il piede sull’acceleratore non spinge per arrivare, la strada è panoramica e invita a una guida lenta e rilassata. Il paesaggio che si accavalla fuori dal finestrino svaga i miei pensieri e infonde immediato sollievo. Mi perdo guardando il panorama, i sentieri segnare i campi come scriminature, le vigne ordinate, le frontiere boschive e le spighe mature imbellettate di papaveri rossi. La dolce malia di queste colline si ripropone costantemente come la prima volta che le ho vedute e ogni qualvolta le guardo e le riguardo il mio benessere non fa altro che accrescere. Il mio animo entra in un porto sicuro, il verde mi circonda e mi ritrovo, di collina in collina, appresso a manciate di case ammucchiate che insieme danno vita a un paese e dentro al paese, un dedalo di viuzze quasi sempre porta a una villa o a un castello o a quel che ne è rimasto. In Monferrato si sta bene, l’aria è straordinariamente luminosa e leggera, la vita più semplice e più genuina. L’auto rallenta come conoscesse la strada, quasi percepisse il mio desiderio.

Mi ha portato a Ottiglio mentre io sovrappensiero quasi non me ne accorgo.

E’ un pomeriggio di quasi estate questo, i roseti sono al massimo del turgore, non c’è casa che non  risplenda di colore e, a ogni refolo di vento, le note profumate si espandono risalendo la collina tra il grappolo di case verso la cima e il castello.

Ottiglio è un paese bellissimo e al tempo stesso straniero. Nemmeno frugando tra i ricordi riesco a cogliere la familiarità delle sue strade, delle borgate che non corrispondono affatto a quelle frequentate tempo addietro. Le reminiscenze non aiutano a riaccendere il dialogo che si interrompe nel momento in cui  comprendo di aver frainteso la realtà, vedendo solo ciò che volevo vedere.

Evidentemente non era stata la fisicità del suo tessuto urbano a interessarmi, bensì l’astrazione verso qualcosa di inafferrabile.

Di Ottiglio conoscevo le fredde notti d’inverno, la semioscurità in cui le vie del paese erano immerse e i coni di luce dei lampioni appesi agli intonaci grigiastri che illuminavano la nebbia dei nostri fiati.

Passi rapidi e tacchi a spillo risuonavano nelle vie deserte.

Era sempre così ogni sabato sera. Portavamo a spasso l’allegria dei nostri anni e le membra infreddolite rinchiuse nei paltò.

Ottiglio aveva un teatro, un luogo storico di fine ottocento di cui in paese poco si ricorda, anzi, a sentire alcuni, un teatro non lo è mai stato, nel senso letterale del termine, bensì veniva usato dalla banda musicale del paese per le prove. Mancava infatti di palcoscenico, ma si dava il caso che possedesse dei graziosi palchi di legno color burro che facevano sul serio pensare a un teatro in miniatura.  Per gli abitanti di Ottiglio sentirne parlare come di un teatro parrebbe un malinteso, ma tralasciando ciò che in realtà è stato, per noi Ottiglio era il teatro, punto e basta: il resto non esisteva.

Negli anni ’90 era diventato un’istituzione sebbene l’elegante bomboniera, beffeggiasse se stessa, accogliendo gruppi musicali mediocri e chiassosi, talvolta improvvisati, ingenerando un’atmosfera dai tratti decisamente pacchiani.

Il parterre era l’arena in cui si esibivano i gruppi. In un clima da stadio mostravano la loro anima rock producendosi in tormentoni musicali dalle parole improvvisate, e senza ritegno, alcune delle quali riecheggiano ancora nella mia testa.” Ne devi fare di cacca bimbo per riempire tutto quanto il mondo” eh se me le ricordo! E poi giù, a sbellicarci dalle risate fino a piangere dal ridere dopo aver letto l’incredulità nei nostri occhi.

Poi satura di quella musica da sballo, alzavo gli occhi per separarmi dagli amici, almeno con lo sguardo, attratta dalle discordanze della sala; perché era lassù che si ricreava la sua vera essenza.

Restavo a lungo sospesa tra i palchi di legno color burro estraniandomi completamente. Qualcuno seduto in poltrona mi faceva cenno di sedergli accanto. Io acconsentivo accomodandomi, tra dame guantate appoggiate al parapetto di legno, occhialini lorgnette e cappelli di feltro. Composti ascoltavamo Chopin, ma la musica si confondeva con quella martellante del piano di sotto e allora qualcuno tra i palchi, indispettito si inalberava per il gran baccano e intimava ai musicisti di fare silenzio, che lassù era tutt’altra musica.

Poteva capitare anche questo al teatro di Ottiglio, di sentirsi non soltanto in un altro luogo ma anche in un altro tempo.

Dopo  lungo cercare tra le strade tortuose di Ottiglio finalmente il mio luogo prediletto si svela.

Il paese dimostra il suo lato sincero, ricompensandomi.

Così l’astrazione diventa immediata realtà.

Sono qui dinanzi alla porta chiusa del teatro. Sarei tentata di indagare su ciò che ne è stato, ma mi ricredo pensando sia meglio lasciare le cose come stanno e i ricordi pure. Essi vagano indisturbati dietro la porta chiusa.

Volteggiano prigionieri, insieme alla polvere del grande salone, corrono lungo le pareti rovinate fin lassù tra i palchi su cui il tempo ha steso il suo velo bianco: senza andarsene mai.

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