Una passeggiata sentimentale nel Monferrato, fra libri, vigne e convivialità: Fontanile.

Ci andavo da bambino, a Fontanile. Si tratta tuttavia di un ricordo incerto, sognante, che si perde fra le nuvole e le colline, come spesso capita quando si è molto piccoli. Ci andavo una volta l’anno, un po’ stretto fra i miei nonni materni, perché a Fontanile c’erano lontani parenti della nonna, e almeno una volta l’anno si andava a trovarli, vietato esimersi. Mi sembrava così lontano, Fontanile, da quel mio paesino della valle del Belbo, Oviglio, con quel torrente cantato da Cesare Pavese che subito dopo averlo attraversato, va a morire nel Tanaro. Invece in auto, ora, ci ho messo una ventina di minuti, godendomi quelle colline monferrine e quei paesaggi sereni di vigne e silenzio. sarà per questo che Fontanile è un nome che trovo così deliziosamente musicale e d è un luogo che mi affascina moltissimo? Forse. Perché ci sono paesi che non si attraversano: si ascoltano. Fontanile è uno di questi. Ci arrivi da una strada che sembra disegnata apposta per rallentarti, per farti capire che stai entrando in un luogo dove il tempo non corre, ma si posa. Le colline qui non sono solo paesaggio: sono un respiro, un invito, una promessa.
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La mia passeggiata sentimentale a Fontanile comincia ai piedi della grande chiesa, quella che domina il paese come un faro di pietra. La sua cupola — enorme, quasi inattesa in un borgo così raccolto — sembra una lanterna posata sul dorso della collina. Da lontano la vedi brillare come un’eco di Torino o di Roma, e quando ti avvicini capisci che non è solo architettura: è un gesto d’orgoglio. È come se Fontanile avesse voluto dire al mondo “anche noi sappiamo elevarci”. La pietra chiara, le linee morbide, la verticalità che non schiaccia ma accompagna: tutto parla di un paese che ha sempre guardato in alto, pur restando profondamente radicato nella sua terra. E questa grande cupola è quella della Chiesa di San Giovanni Battista, ed è legata alla figura di Monsignor Alessandro Soave, che guidò e sostenne la ricostruzione della chiesa negli anni Cinquanta. Si tratta di un personaggio molto sentito nella memoria collettiva del paese: fu lui a volere fortemente la nuova chiesa e la sua imponente cupola, che oggi è il simbolo architettonico più riconoscibile di Fontanile. Ed è a lui che è dedicato uno dei testi Fuori concorso del volumetto Gente del Monferrato, (Neos Edizioni, 2025), di cui a breve vi narrerò.

Poi accade che, scendendo verso il centro, il paese si apre come un libro illustrato. Le facciate delle case sono tele piene di vita vissuta: murales che raccontano scene di vita contadina, e di paese: volti antichi, gesti quotidiani, memorie che qualcuno ha voluto fissare per sempre. Ogni muro è un racconto, ogni colore una voce. Camminare tra queste vie è come sfogliare un album di famiglia, dove le generazioni si parlano attraverso le immagini. i muri sono diventati pagine vive, fogli d’aria e di intonaco su cui scorre la memoria di chi ha abitato queste vie. Qui, camminare non è un gesto: è un attraversare epoche, è entrare nel respiro profondo di un borgo che ha deciso di non farsi dimenticare.

E il custode di questa magia è Luigi Amerio, pittore di paese e di anime, che ha trasformato Fontanile in un museo a cielo aperto. Le sue opere, nate nel progetto I Muri Raccontano, non decorano: evocano. Ogni pennellata è una carezza data al passato, ogni figura un pezzo di vita che torna a camminare tra i vicoli. Ma voglio ribadire che il progetto I muri raccontano non è solo un’iniziativa artistica: è un rito di comunità, un modo di riconoscersi attraverso il colore. Dal 2016 cresce come una vite antica che abbraccia le facciate, aggiungendo ogni anno un grappolo di storie nuove. Nel 2025, è fiorito il 25° murale, portando il suo canto fino alle borgate, tra ricordi di scuole scomparse, sale da ballo di paese e fisarmoniche che, forse, risuonano ancora la sera nelle vene dei muri.

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E allora, forse non è un caso che io senta questo paese così vicino. Sarà per questa sua unicità che domenica scorsa, proprio qui, si è parlato del libro Parole in collina. C’era un’aria particolare, nella piccola Biblioteca di Fontanile, quasi sospesa, come se le storie contenute in quelle pagine trovassero, tra le mura sabbiate della Biblioteca, un’eco naturale con i muri dipinti e le morbide colline. Le parole sembravano risuonare meglio, più vere, più radicate. Al tavolo della presentazione l’Editore della Neos, Silvia Maria Ramasso e la Presidente del Comitato Organizzativo del Premio Parole in collina, Patrizia Monzeglio, raggiunte poi, ma in piedi, dalla sindaca Sandra Balbo, che ha pronunciato parole attente e appassionate.

Già, parole che dimostrano un impegno gioioso della vita pubblica. Oltre ad esibire un magnifico sorriso e una notevole simpatia, mi è parso che Sandra Belbo porti il paese sulle spalle e nel cuore. Eh si, ci sono figure pubbliche che amministrano un comune. E poi ci sono persone — rare — che lo incarnano. Credo che Sandra Balbo appartenga a questa seconda specie: quella di donne che non governano semplicemente un territorio, ma lo abitano con senso di responsabilità, radicamento e dedizione profonda. Forse per questo nel 2024, Fontanile l’ha voluta ancora: una conferma netta, quasi inevitabile, al suo terzo mandato consecutivo. Una fiducia che non si concede per abitudine, ma per riconoscenza: riconoscenza verso chi ha saputo accompagnare un piccolo paese senza mai smarrirne l’identità.

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E il libro? Quasi con imbarazzo, confesso che in quel libro c’è anche un mio racconto, una vicenda antica e nera, che affonda le sue radici tra Oviglio e le campagne intorno. Riparlarne qui, tra i murales che raccontano altre vite e altre epoche, mi ha dato la sensazione che la letteratura non sia mai lontana dai luoghi che la ispirano: a volte basta camminare per ritrovarla. In questo Gente del Monferrato, venti voci fanno tornare alla luce chi non ha mai smesso di abitare queste terre: contadini che parlano con le mani, partigiani che camminano nella nebbia, ragazzi innamorati che fuggono in bicicletta, e persino il respiro grande di Fausto Coppi, che si allunga come una salita tra Castellania e l’infinito. L’antologia non teme neppure di affrontare il linguaggio che ferisce, le parole che discriminano, i rischi nascosti dietro i toni che separano invece di unire. Ogni antologia è accompagnata da immagini in bianco e nero, scelte dal Club per l’UNESCO di Vignale: sono scatti sospesi, fermi, profondi, che sembrano dire: “Ecco la terra. Ascoltala. Vivila. Ricordala.”

Poi si è parlato del testo – fuori concorso – di Silvano Palotto e Maria Francesca Ramorino, Quando cielo e terra si toccano, dove si narra, appunto, della vicenda umana – e non solo – di chi fortissimamente volle la chiesa e il cupolone che la sovrasta e che domina il piccolo borgo. E che bello sentire parole appassionate e coinvolgenti da parte di Silvano Palotto, esile e splendido riepilogatore di cotanta vicenda,

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Poi tutto si conclude. Ed è ormai buio, mi accingo al rientro a casa, ad Oviglio. Distrattamente, però, sbaglio strada, ne prendo una che mi porta ad aver davanti un tramonto magnifico e un panorama infinito. E mentre mi fermo un momento a guardare – e fotografare – cotanto panorama, capisco che Fontanile non è solo un punto sulla mappa del Monferrato. È un nodo di bellezza e di memoria, di colori, di parole. Un paese che ti accoglie senza chiedere nulla, ma che ti lascia poi qualcosa di importante: un’immagine, un pensiero, un ricordo che non se ne va. Forse è questo il segreto delle colline: non ti danno risposte, ma ti mettono nelle condizioni di trovarle.

