Due sedie vuote a tavola Con «I compagni di Ventura». Enrico Pandiani congeda la banda più amata del noir torinese: un lutto, una lettera, una strada che porta a Marsiglia e ritorna tra le Langhe

C’è una fotografia appesa a una parete: un tavolo sotto le piante, i piatti sporchi, le bottiglie vuote. È la famiglia che Max Ventura, marsigliese ed ex rapinatore di banche, non aveva mai avuto. Comincia da qui, da un’istantanea di felicità, l’ultimo romanzo di Enrico Pandiani, I compagni di Ventura (Rizzoli, 2026), e basta una pagina perché il lettore ne senta il peso. In un noir la quiete assoluta è sempre un conto in sospeso, e la frase più bella del primo capitolo è anche la più minacciosa: «La libertà non faceva rumore».
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È domenica, a Torino, e nella sala del biliardo del suo ristorante Max ha apparecchiato il pranzo sociale: pintade alla salvia e all’arancia, pâté, un Langhe bianco. La grazia è arrivata tre mesi prima. Per la prima volta nessuno dei quattro dovrà piegarsi ai voleri di Numero Uno, il vecchio ricattatore che li ha tenuti al guinzaglio per due anni. Restano due sedie vuote: la sua e quella di Elettra, la poliziotta della Scientifica. Quando entra, trafelata, le forchette restano a mezz’aria. «Ho una brutta notizia.»

Chi ha amato Alan Ford sa chi è Numero Uno: un vecchio capo che nel maggio del 1969, in edicola, affidava lavori impossibili a una banda di spiantati. Pandiani ne ha tenuto l’idea e ne ha tolto la caricatura. Il suo vecchio porta la lobbia, guida una Tesla e nasconde dietro la gentilezza un’ombra di dolore. I suoi quattro evasi, scappati da un furgone cellulare dopo un tamponamento a catena, a Torino si sono rifatti una vita: Max cucina e fuma la pipa, Abdel restaura auto d’epoca, Sanda, già ballerina del Crazy Horse, insegna arti marziali, Vittoria, alsaziana, tiene in piedi tutti gli altri. È la serie che parte da «Fuoco», con cui Pandiani ha vinto il Premio Scerbanenco, e qui trova il suo congedo.
Tutto giura che sia stata una fatalità: un camion da quaranta tonnellate sul Monginevro, un autista ubriaco, i freni difettosi. Ma in un noir più si insiste sulla fatalità, più il lettore sospetta il contrario. E poco dopo il funerale ad Annecy arriva una busta senza mittente: ritagli di giornale su una strage di famiglia nelle Langhe e una lettera che porta la firma del morto. «Se stai leggendo questa lettera, per me le cose stanno andando male.»
Da lì il romanzo si apre a ventaglio, e Pandiani mostra la mano sicura di chi sa mettere in fila gli indizi e farli suonare come una musica. C’è una casa isolata a Moncaro d’Alba, i sigilli dei carabinieri, un tavolo e delle sedie di plastica dimenticati nell’erba. C’è un traffico di armi che dai Balcani risale fino al Mediterraneo. Soprattutto c’è Marsiglia, che per Max non è una tappa ma una ferita. «Marsiglia era una direzione», scrive Pandiani, e la banda la imbocca come si imbocca una strada che si è giurato di non fare più: la Thunderbird di Abdel, il Vieux-Port, il Panier ridipinto e senza più anima.

Ed è qui, nel cuore del libro, che il noir si fa romanzo. Mentre la trama corre, Pandiani si ferma davanti a uno zio che non ricorda più nulla: un uomo che ha dimenticato tutto davanti a uno che non riesce a dimenticare niente. Il vecchio che cacciò Max di casa a quindici anni, dando il via a un’esistenza disastrata, è ormai un volto spento sotto un plaid. A prendersene cura è Solène, che dice «Max» con la tenerezza con cui altri dicevano «César» per scherno. Max esce da quella casa piangendo, e non ricorda quando gli fosse successo l’ultima volta. È la pagina più vera del libro.
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Intorno, la Marsiglia del potere ha i tratti accesi di un fumetto adulto. Ricevimenti con vista sulla basilica, comizi con il braccio alzato «nostalgicamente casuale», uomini in smoking da cerimonia degli Oscar che minacciano con garbo. «Se c’è da sparare lo si fa altrove, sarebbe dannoso per il turismo»: una battuta che vale un trattato sulla quiete delle città costruite sui morti degli altri. Pandiani viene dal fumetto e dall’infografica, e si vede: le scene sono quadri, un peschereccio arenato dentro una cala al tramonto, il nome scrostato sulla prua, una luce che si spegne sul mare. Chi conosce Dumas capirà da solo perché quel nome non è casuale.
Poi il libro torna a casa, perché la verità, come intuisce Max, sta in una «terra straniera» che sta tra le vigne delle Langhe. Lo fa con una struttura che è un piccolo azzardo riuscito: a intervalli, con tanto di data e ora, compaiono voci senza nome e senza volto. Parlano di un uomo, di un prestito, di una notte, di una resa dei conti. Pandiani ci fa ascoltare il colpevole prima che lo trovi il detective, e sposta la domanda: non più «che cosa succederà?», ma «che cosa accadrà dopo che l’avrà detto?». Non diremo chi parla. Diremo che il male, qui, ha un tono ragionevole, quasi d’affari, e che proprio questo lo rende insopportabile.
Perché questo è un libro sul rimorso, la parola che in latino significa «mordere di nuovo». Max non viene assolto: di capitolo in capitolo gli viene chiesto conto di una bestia «ruvida, coperta di scaglie» che ancora si agita nel petto. Intorno a lui la famiglia che ha scelto, con le sue ironie e i suoi sottintesi: Abdel che accarezza le auto come si accarezzano i ricordi, Sanda con la sua dignità feroce, Vittoria divisa tra l’amore e il dovere, la giovane Matilde che trova i segreti dove altri non guardano. E la giustizia? Quella degli uomini arriva prima di quella di Dio, e a volte ha la mano pesante. Il finale sta in un capannone dismesso e in una scelta che lasciamo al lettore. Il romanzo si chiude su un fiume, una pipa e un gesto che vale più di un epilogo. Dopo cinque libri la banda Ventura smette di scappare, e noi, che abbiamo imparato a volerle bene, restiamo a tavola con due sedie vuote e il rumore leggero di una libertà che finalmente fa rumore.

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E poi, dulcis i fundo, Enrico Pandiani sarà ad Asti venerdì 16 ottobre, alle 18:30, alla Caffetteria Mazzetti (Corso Vittorio Alfieri 357), ospite di Ubik Asti, in dialogo con chi scrive. E per me, credetemi, sarà un grande onore, oltre che un grande piacere, presentare questo suo intrigante romanzo.
