San Francesco e la lupa: una storia che Alessandria continua a raccontare

Nell’ottavo centenario della morte del Santo, la memoria francescana unisce la città medievale al monumento di piazza Carducci, inaugurato nel 1981. Alessandria ha una lupa nella propria memoria. Quando si parla di Francesco e dell’animale feroce ricondotto alla mitezza, il pensiero corre a Gubbio. Ma anche la nostra città custodisce una tradizione simile: un racconto tramandato per secoli, diventato infine un monumento e un appuntamento del calendario cittadino.
Nel passato anche una formella in bassorilievo, oggi incastonata nella parte a destra del Duomo, ricordava l’episodio. Il 4 ottobre 2026, nell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, questa memoria torna al centro della puntata numero 740 di La mia cara Alessandria, che riprende le trasmissioni ordinarie dopo i mesi estivi dedicati al “Meglio”. La presenza di Francesco ad Alessandria viene generalmente collocata dalla tradizione nel 1213, anche se le fonti non concordano sulla data.
La città era nata da pochi decenni e stava ancora costruendo la propria identità. Gli ordini mendicanti avevano portato una presenza religiosa vicina alla vita urbana: predicazione, assistenza, contatto quotidiano con la popolazione. In questo contesto si inserisce il racconto della lupa. Guglielmo Schiavina, occupandosene molto tempo dopo, lo aveva indicato come «antica tradizione». Una definizione che invita alla prudenza nella ricostruzione dell’episodio, ma testimonia quanto la vicenda fosse entrata nella memoria locale.

Continua a leggere l'articolo dopo il banner

Il cappone, la cappella e la grande chiesa

La lupa non era stata l’unico episodio francescano associato ad Alessandria. Il racconto del cappone trasformato in pesce trova un riferimento nella Vita seconda di Tommaso da Celano. Un’altra tradizione aveva legato al passaggio del Santo una piccola cappella, attorno alla quale potrebbe essersi sviluppato il successivo insediamento francescano. La costruzione della grande chiesa era iniziata nel 1269; l’edificio era stato completato nel 1309 e consacrato nel 1314.
Nel tempo era diventato parte essenziale della vita cittadina: luogo di culto, di assistenza e di incontro. Nel 1546 aveva ospitato persino il Consiglio generale dei cittadini. Secondo le fonti richiamate nella trasmissione, si erano riunite oltre duemila persone, con discussioni e contrasti tali che i giudici avevano dovuto sciogliere l’assemblea. Per qualche ora, Alessandria si era ritrovata dentro San Francesco con tutte le proprie voci e divisioni.

La chiesa nascosta nell’ospedale

L’edificio aveva poi attraversato trasformazioni radicali. Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento erano arrivati gli eserciti, le soppressioni e gli usi militari. Nel 1816 la chiesa era stata divisa orizzontalmente da un solaio: al piano inferiore erano stati ricavati magazzini e servizi, a quello superiore un’infermeria di circa centotrenta letti. Gli archi, le murature e gli affreschi erano rimasti, ma la funzione originaria era diventata sempre meno riconoscibile.
Nel 1894 si era arrivati a prospettarne la demolizione per aprire un collegamento stradale tra piazza della Libertà e piazza Garibaldi. Gli studiosi avevano contribuito a richiamare l’attenzione su ciò che si nascondeva sotto le trasformazioni militari. San Francesco aveva così cominciato a essere nuovamente riconosciuta come una testimonianza della città medievale.

Un monumento offerto ad Alessandria

La memoria di Francesco aveva continuato a vivere anche fuori dalle mura della chiesa. Negli anni Settanta del Novecento, nella sezione alessandrina del Movimento Cristiano Lavoratori, era maturata l’idea di dedicarle un monumento. Al comitato promotore avevano partecipato Nando Arobba, Carlo Zambruno, Renato Bodellini, Mario Colonna, Bruno Paradiso e altri esponenti dell’associazionismo cattolico cittadino.
Avevano raccolto fondi per la scultura, la fusione e la collocazione dell’opera, pensata fin dall’inizio come un dono all’intera cittadinanza. L’incarico era stato affidato a Silvio Monfrini, allievo di Giacomo Manzù. Il titolo scelto, San Francesco d’Assisi e la lupa, aveva posto al centro i protagonisti dell’incontro. Il gesto rappresentato nel bronzo suggerisce ancora oggi la possibilità di placare la ferocia attraverso la mitezza.

Dal 1981 al centenario di oggi

Continua a leggere l'articolo dopo il banner

Il gruppo bronzeo era stato collocato nel giardino accanto alla scuola Carducci e inaugurato sabato 9 maggio 1981. Alla cerimonia avevano partecipato il vescovo Ferdinando Maggioni, il sindaco Francesco Barrera, padre Emiliano Vallauri e la Schola Cantorum di Bergamo. L’opera era stata presentata come un’offerta alla città degli “Amici del Poverello di Assisi”. Da allora, davanti alla statua, si era continuato a tornare ogni 4 ottobre con i francescani, le autorità, il MCL e, in molte occasioni, gli alunni della Carducci con i loro insegnanti. Nel 1981 lo sguardo era stato rivolto all’ottavo centenario della nascita del Santo; oggi la ricorrenza riguarda gli ottocento anni dalla morte. Fra le due celebrazioni passano quarantacinque anni. Restano lo stesso monum