Alessandria e Acqui, quando un solo vescovo non bastava a fare una sola Chiesa – da LMCA 659

Tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo il difficile rapporto fra le due diocesi aveva coinvolto papi, vescovi, Comuni e marchesi. Innocenzo III aveva tentato una soluzione quasi “federale”: due sedi e due Chiese distinte, ma un unico vescovo. Anche quel compromesso, però, non aveva risolto il conflitto.
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La nascita della diocesi di Alessandria, nel 1175, aveva provocato conseguenze destinate a prolungarsi per decenni.
La nuova città, fondata soltanto pochi anni prima e ormai uscita vittoriosa dal confronto con Federico Barbarossa, aspirava infatti non soltanto all’autonomia politica, ma anche a quella religiosa. Papa Alessandro III le aveva riconosciuto un proprio vescovo, un capitolo e una cattedrale, assegnando alla nuova diocesi territori che fino ad allora erano appartenuti soprattutto ad Acqui e Tortona. Anche Asti aveva dovuto cedere alcune località, tra cui Quargnento.
A risentire maggiormente della nuova situazione era stata però Acqui. E la questione non riguardava soltanto l’organizzazione ecclesiastica. Nel Medioevo l’estensione di una diocesi significava prestigio, diritti, terre e potere. Acqui si era quindi trovata a perdere una parte consistente del proprio territorio a favore di una città appena nata.
Un vescovo per due città
Già nel 1180 Alessandro III aveva tentato una soluzione radicale: unire le due diocesi sotto il vescovo di Acqui, Uberto II, che avrebbe dovuto trasferire la propria residenza ad Alessandria. Ottone, eletto vescovo degli alessandrini, avrebbe invece dovuto lasciare la propria cattedra. Il progetto era apparentemente semplice: due realtà ecclesiastiche ricondotte sotto un unico pastore. Ma nessuno dei protagonisti aveva mostrato particolare entusiasmo. Ottone non voleva rinunciare al proprio ruolo, gli acquesi non intendevano perdere il loro vescovo e soprattutto Uberto II non si era trasferito ad Alessandria. La soluzione era così rimasta sostanzialmente sulla carta. Alla morte di Uberto era stato eletto ad Acqui Ugo III, detto Ugone, appartenente alla potente famiglia novarese dei Tornielli.
La sua scelta era stata sostenuta anche dagli alessandrini, convinti che un uomo proveniente da Novara, città loro alleata, avrebbe potuto favorirli. Gli acquesi, dal canto loro, avevano visto in lui una personalità sufficientemente forte da difendere le ragioni della propria Chiesa. Giulio Fiaschini, studiando questa complessa fase della storia ecclesiastica del basso Piemonte, ne aveva tracciato un ritratto tutt’altro che accomodante, definendolo «uomo energico, subdolo ed ambizioso», deciso ad agire soprattutto per sé e pronto a considerare la possibilità di spostare verso Alessandria l’asse ecclesiastico delle due diocesi.
Alessandria, «come pecore senza pastore»
All’inizio del Duecento la questione era ancora irrisolta. Nel frattempo il quadro politico europeo era mutato. Si profilava una nuova contesa tra il papato di Innocenzo III e l’Impero e il Monferrato meridionale assumeva nuovamente un ruolo strategico. Alessandria poteva far pesare la propria tradizione di città legata alla causa pontificia e alla lotta contro Barbarossa.
Gli alessandrini si erano quindi rivolti direttamente a Innocenzo III lamentando di essere rimasti «tamquam oves sine pastore errantes», come pecore erranti senza pastore. Nel 1205 il Papa aveva incaricato il vescovo di Tortona, Opizzone degli Opizzoni, e il canonico vercellese Bongiovanni di cercare una soluzione. Il conflitto, però, andava ben oltre i rapporti tra due diocesi.
Nel 1198 Bonifacio I, marchese del Monferrato, aveva sottoscritto a Valenza un’alleanza con gli acquesi contro Alessandria, insieme al marchese del Bosco e ad altri feudatari.
Gli alessandrini avevano risposto costruendo proprie alleanze, anche con Ottone del Carretto e con Tortona. La controversia ecclesiastica si intrecciava così con gli equilibri politici dell’intero territorio.
I delegati pontifici avevano incontrato le parti ad Alessandria, a San Leonardo — dipendenza del monastero cistercense di Tiglieto — e nell’abbazia di Santa Giustina a Sezzadio, senza riuscire a raggiungere un accordo definitivo. Proprio a Sezzadio si era verificato anche un pesante incidente diplomatico: un laico della delegazione acquese aveva accusato apertamente il Papa, i cardinali e la Chiesa romana di avere prodotto turbamenti e cattivi esempi. L’incontro si era interrotto bruscamente.
Il compromesso di Innocenzo III
Il problema di fondo era quasi insolubile. Applicare integralmente il progetto elaborato ai tempi di Alessandro III avrebbe significato per Acqui perdere insieme il proprio vescovo e una parte importante del proprio prestigio. Ma neppure Alessandria poteva accettare di rimanere diocesi soltanto sulla carta. Nel 1206 Innocenzo III aveva quindi elaborato un compromesso assai più raffinato. Il principio stabilito dal breve pontificio dell’8 giugno era che tutto ciò che apparteneva alle singole Chiese sarebbe rimasto distinto e riconosciuto separatamente, mentre ciò che competeva al vescovo sarebbe stato riunito in una sola persona, obbligata però a esercitare le proprie funzioni alternandosi tra le due sedi. Il vescovo avrebbe dunque avuto due sedi. Per gli affari di Acqui avrebbe operato insieme al clero e ai rappresentanti acquesi; per quelli di Alessandria avrebbe dovuto fare riferimento al Capitolo alessandrino. Persino il sigillo episcopale avrebbe avuto una doppia iscrizione, una acquese e una alessandrina. Era, in sostanza, il tentativo di conservare due Chiese distinte affidandole però allo stesso vescovo, evitando che una delle due potesse prevalere definitivamente sull’altra. Pochi mesi prima, il 25 aprile 1206, anche il Comune di Milano aveva tentato una mediazione facendo incontrare le parti a Bassignana. Erano presenti Uberto Visconti, i podestà Pietro Negri per Acqui e Pietro Pietrasanta per Alessandria e lo stesso vescovo Ugo. Era stata raggiunta una tregua, ma neppure quella pace era durata. Già nel 1209 acquesi e alessandrini avevano dovuto affidarsi a un nuovo arbitrato, questa volta al podestà di Alba Niccolò da Foro. Dopo oltre trent’anni di tentativi, emergeva insomma un dato piuttosto evidente: immaginare due diocesi storicamente e politicamente distinte come un’unica Chiesa — e, sullo sfondo, due comunità cittadine quasi come un unico soggetto — si era rivelato molto più difficile di quanto papi, vescovi e mediatori avessero immaginato. E la vicenda non era ancora conclusa. I suoi effetti avrebbero continuato a condizionare per secoli i rapporti fra le Chiese di Alessandria e Acqui.
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Nell’immagine: Lettera con la quale Alessandro III onora la comunità alessandrina con la dignità episcopale e nomina primo vescovo di Alessandria il suddiacono Arduino (1175)
