Gallese lascia Alessandria: le ragioni sembrano essere altrove


La Visita apostolica non si è conclusa con una sanzione al vescovo. Lo dice lo stesso Guido Gallese nell’intervista concessa a “Voce”. Tesla, sport e polemiche mediatiche potrebbero quindi avere occupato la scena più del problema reale: un rapporto divenuto difficile con buona parte della Chiesa alessandrina e un progetto pastorale che, nella sua attuazione, non è riuscito a diventare pienamente condiviso.
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Alessandria. Adesso sappiamo qualcosa di più. Non tutto, naturalmente. Probabilmente non sapremo mai tutto, perché una Visita apostolica non è un processo pubblico e le sue conclusioni non sono destinate necessariamente a trasformarsi in un documento consegnato alla stampa. Ma alcune tessere del mosaico possono finalmente essere messe al loro posto. Il vescovo Guido Gallese ha rinunciato al governo della diocesi di Alessandria, la rinuncia è stata accettata dal Papa e monsignor Luigi Testore, vescovo di Acqui, assume l’incarico di amministratore apostolico. Gallese, a 64 anni, diventa vescovo emerito e intraprende un nuovo servizio come assistente spirituale del Collegamento nazionale santuari. Perché? Pochi mesi fa, quando era stata annunciata la Visita apostolica, su queste colonne avevamo invitato alla prudenza. Una Visita non è una condanna preventiva e non autorizza a trasformare sospetti, immagini e suggestioni in una sentenza. Avevamo anche osservato come una parte della rappresentazione mediatica si fosse concentrata rapidamente su Tesla, attività sportive e altri elementi personali, prima ancora che fosse noto l’esito della Visita condotta dal cardinale Bertello. Oggi quella cautela non appare fuori luogo. È infatti lo stesso Gallese, nell’intervista rilasciata a Voce, ad affermare di non avere ricevuto, al termine della Visita, «neppure una riga scritta e nessuna sanzione».
Il clamore e la crisi
Il passaggio successivo dell’intervista, però, merita di essere letto con attenzione. Gallese ricorda il «clamore mediatico» sviluppatosi intorno alla sua persona, ma aggiunge che «il clima generale e le circostanze che si sono create hanno evidenziato il bisogno di voltare pagina, per tutti». Che cosa intende esattamente «clima generale»? Può certamente comprendere l’esposizione mediatica degli ultimi mesi. Ma sarebbe forse troppo semplice concludere che proprio quella esposizione abbia determinato la rinuncia. Il clamore può avere accelerato un processo, reso più difficile una situazione già complessa, magari trasformato tensioni interne in un caso pubblico. Non necessariamente, però, ne è stato l’origine. Anzi, le stesse parole del vescovo sembrano indicare che le difficoltà fossero precedenti. La Visita apostolica, dice, era scaturita da «una serie di fatiche e tensioni che la diocesi ha attraversato». La questione più importante potrebbe essere stata molto meno pittoresca di quelle finite sui giornali e, nello stesso tempo, assai più seria: il rapporto fra il vescovo, il presbiterio e le diverse componenti della comunità diocesana.
Un progetto e la sua messa a terra
Gallese rivendica con convinzione uno degli elementi del suo episcopato: le unità pastorali. Lo aveva fatto anche in un’intervista concessami per “Traguardi Sociali”, la rivista nazionale del MCL. Nell’intervista a Voce le descrive come una risposta alla crisi della parrocchia tradizionale e alla diminuzione delle presenze, uno strumento attraverso il quale parrocchie vicine possono mettere in comune persone, energie e competenze. Ma una riforma non si giudica soltanto dalle intenzioni che la muovono. Conta anche il modo nel quale viene realizzata, il consenso che riesce a costruire e il coinvolgimento delle persone chiamate concretamente ad attuarla. Le unità pastorali non rappresentano infatti soltanto un invito generico alla collaborazione. Hanno modificato equilibri consolidati, funzioni, responsabilità e modalità di governo delle comunità parrocchiali, concentrando anche alcune responsabilità prima esercitate dai singoli parroci. Ed è proprio nella traduzione concreta di quel disegno che sono emerse resistenze e difficoltà. Gallese stesso, parlando del clero, riconosce che quello fra sacerdoti e vescovo è un rapporto complesso e definisce i preti la parte più «esposta e ferita» del popolo di Dio. Poco dopo arriva a chiedere perdono alle persone che non è riuscito ad accompagnare come avrebbe voluto e a coloro per i quali possa essere stato «motivo di fatica, di disorientamento o di inciampo». Parole che possono naturalmente essere lette nella loro dimensione spirituale. Ma che, nel momento in cui si chiude anticipatamente un episcopato, acquistano anche un significato ecclesiale. La questione non è stabilire se il progetto delle unità pastorali fosse giusto o sbagliato. È capire quanto sia riuscito a diventare il progetto della diocesi, e non soltanto il progetto del suo vescovo. È una differenza sostanziale.
E i laici?
C’è poi un altro aspetto che nell’intervista emerge molto meno: il ruolo del laicato. La Chiesa contemporanea richiama continuamente la corresponsabilità dei laici, la necessità di valorizzarne competenze ed esperienze, il contributo delle associazioni e dei movimenti. Ma la corresponsabilità non può consistere soltanto nel chiedere ai laici di essere disponibili quando occorre organizzare un’attività o sostenere un servizio. Per partecipare occorre essere chiamati. Per essere corresponsabili occorre essere ascoltati. Durante questi quattordici anni il rapporto della diocesi con il mondo associativo laicale è stato intenso con alcune realtà e molto meno con altre. E questo pone una domanda che va oltre la vicenda personale del vescovo emerito: quanto è possibile costruire una nuova organizzazione della Chiesa senza coinvolgere sistematicamente quel mondo di associazioni, volontariato, aggregazioni cattoliche e presenze sociali che costituisce ancora una parte importante del tessuto ecclesiale? Lo stesso vale per l’accento posto sui giovani. Nessuno può mettere in discussione la necessità di parlare alle nuove generazioni, tanto più in una Chiesa che vede diminuire rapidamente partecipazione e vocazioni. Gallese ricorda con particolare soddisfazione le Giornate mondiali della gioventù, i cammini e il Collegio Santa Chiara. Ma una comunità ecclesiale vive anche grazie alle generazioni adulte e anziane che oggi tengono in piedi molte parrocchie, associazioni e servizi. Il futuro non può essere costruito dimenticando coloro che reggono il presente.
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Strutture o relazioni?
Rimangono infine le realizzazioni concrete di questi anni. Santa Chiara, Casa San Francesco, su tutte: le operazioni immobiliari e patrimoniali rappresentano interventi importanti e, sotto molti aspetti, duraturi. Gallese li inserisce nel bilancio positivo del proprio episcopato. Ma anche qui rimane una domanda. La Chiesa nuova nasce soprattutto dalle strutture o dalle relazioni? Naturalmente ha bisogno delle une e delle altre. Gli edifici devono essere amministrati, il patrimonio conservato, i servizi organizzati. Ma una diocesi è prima di tutto una comunità di persone: sacerdoti, diaconi, religiosi, laici, associazioni, giovani, famiglie, anziani. E un progetto pastorale funziona quando queste persone non si limitano a subirlo o ad applicarlo, ma finiscono per riconoscerlo come proprio. Forse è proprio qui che va cercata una parte significativa della vicenda Gallese. Non nello “scandalo” della Tesla, non nella pratica di uno sport, non nelle caricature costruite attorno alla persona. Quelle vicende rischiano persino di avere nascosto il problema più profondo. Il punto sembra essere stato la progressiva difficoltà di trasformare una visione pastorale in un cammino realmente condiviso. Non sappiamo quali conclusioni il visitatore apostolico abbia consegnato a Roma. Sappiamo però quale sia stato l’esito pubblico: nessuna sanzione, afferma Gallese, ma ugualmente una rinuncia accettata dal Papa e la convinzione che per Alessandria fosse venuto il momento di “voltare pagina”. È forse questa la distinzione più importante. Non la conclusione di uno scandalo personale, ma la conclusione di una stagione pastorale che non sembrava più nelle condizioni di ricomporre le proprie fratture. Una responsabilità, dunque, c’è, è quella propria di chi governa: avere indicato una direzione e non essere riuscito, fino in fondo, a farne il cammino condiviso della comunità affidatagli.
