Ambiente: “Abbandonare i PFAS? Si può”

Un piccolo contributo mutuato da alcune delle mille fonti autorevoli che trattano di “alternative ai PFAS – PFOA” perché esistono queste alternative, esistono eccome. E ben lo sanno le aziende che hanno letteralmente “virato” su questo settore in qualche modo “correttivo” dell’attività industriale chimica. Prodotti di avanguardia che riguardano guarnizioni a tenuta stagna, elementi sottoposti a pressioni di migliaia di tonnellate, magari a duemila metri sott’acqua. Oppure elementi proiettati nello spazio con tanto di firma “made in Italy” anche se considerare la Solvay-SyEnsQo è un pochettino azzardato. Come è la definizione “SyEnsQo” che sa molto di cinese (e non a caso) e che abbiamo coniato noi di “Laboratorio Synthesis” quasi come un esorcismo …. Perché noi, NOI, non vogliamo che la fabbrica chiuda con conseguente trasferimento delle stesso produzioni in Cina o altrove. La battaglia deve essere vinta qui…”hic et nunc”…con questi protagonisti, con la scarsità di finanziamenti ormai cronica, nelle sabbie mobili dei comportamenti di Comune, Provincia e regione e, soprattutto, con una proprietà (Solvay-SyEnsQo) che deve investire miliardi (non milioni) nelle opere di bonifica e di rilancio con altre lavorazioni e…non lo fa. Ma andiamo per ordine…
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Alcune considerazioni utili su PFAS e possibili alternative.
(in origine esclusivamente ad uso della fase preparatoria del documento di richiesta di “class action” finalizzato ad inibire attività ambientalmente e socialmente pericolose da parte della SyEnsQo-Solvay) .
I PFAS – sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche – sono, come è noto dalla documentazione scientifica, attualmente impiegate in molte applicazioni industriali e, allo stesso tempo, rappresentano uno dei maggiori pericoli ambientali e per la salute del nostro tempo. I sistemi di filtraggio o di reazione e di inertizzazione si sono dimostrati insufficienti comportando una unica soluzione possibile: la eliminazione completa dei PFAS stessi.
D’altra parte queste sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche sono considerate una delle classi di sostanze chimiche più persistenti al mondo. Utilizzate nell’industria e nei beni di consumo da decenni, sono persistenti e rilevabili nel suolo, nell’acqua, nell’aria come pure nel corpo umano. Le loro proprietà idrorepellenti, oleorepellenti, di copertura e fluidità, le rendono difficilmente sostituibili per molte applicazioni, ma è proprio questa stabilità che le rende praticamente non biodegradabili, causandone l’accumulo nell’ambiente e la persistenza nel corpo umano.
Molti studi scientifici (ben conosciuti in tutte le Università e nei Centri di Ricerca europei, asiatici e americani) collegano le PFAS a tumori, disturbi ormonali e immunodeficienze. Solo in Europa, i costi sanitari stimati ammontano a circa 80 miliardi di euro all’anno . Non a caso la pressione normativa è crescente in molte Nazioni e si attende come uno scatto, un “via libera” generale che può scaturire solo da decisioni attinenti i massimi organi decisionali e regolativi.
La nuova Direttiva UE sull’acqua potabile (2020/2184) imponeva limiti significativamente più severi per i PFAS nell’acqua potabile a partire dal 2026: un massimo di 0,1 µg/L per i singoli composti e 0,5 µg/L per i gruppi. Ora siamo nel 2026 e i nodi vengono al pettine. Anche la Direttiva sulle Emissioni Industriali (IED) e il Regolamento REACH stanno ridefinendo i limiti al ribasso confermando quella che è una richiesta pressante di tutto il movimento ambientalista e di tutela della salute: il principio di precauzione, quello che può ammettere solo “tolleranza zero”. .
Come contributo ad una eventuale azione inibitoria si ricorda che già diversi Stati dell’UE (Germania, Danimarca, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia) stanno spingendo per un divieto totale dei PFAS, che potrebbe interessare un paniere enorme di sostanze già ora superiore alle 20.000 varianti, ma probabilmente superiore vista l’estensione degli usi in essere. Ricordiamo che un simile provvedimento avrebbe conseguenze di vasta portata per diversi settori industriali. Uscendo dal ristretto perimetro europeo poi, viene facile ricordare che negli Stati Uniti, l ‘Agenzia per la protezione ambientale (EPA) ha introdotto per la prima volta, nella primavera del 2024, limiti vincolanti per sei PFAS nell’acqua potabile. Si tratta di (nota 1)
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E non sono solo le agenzie governative ad aumentare la pressione: anche consumatori singoli o in associazioni, il variegato mondo degli investitori e le organizzazioni commerciali di settore si interrogano sempre più spesso sulle catene di approvvigionamento, sulle possibilità concrete di cambiamento, sui costi di queste variazioni di politica industriale, oltre che per le “grane” già conosciute riguardanti emissioni e smaltimento. Anche i rischi legali derivanti dalla contaminazione da PFAS sono in aumento così come quelli strettamente commerciali inerenti il danno di immagine e una conseguente preoccupazione negli acquisti a tutti i livelli. Esempi come l’ondata di cause legali contro “3M” e “Chemours chemical” ci confermano non solo che il problema esiste (ed è enorme) ma che i rischi per tutto un mondo industriale e commerciale legato alle diverse fasi di produzione e commercializzazione di prodotti contenenti i PFAS, avrebbero conseguenze letali per molte aziende.
Al proposito, e proprio per evitare situazioni ingestibili, ricordiamo che una stretta regolamentazione dei PFAS comporterebbe sostanziali cambiamenti in molti comparti industriali. I settori “chimico”, dei “semiconduttori”, “tessile”, “cartario” e “aerospaziale” ne sarebbero direttamente interessati. Si tratta, infatti, di “specialità” in cui i PFAS sono stati indispensabili per la resistenza al calore, per la stabilità chimica e il basso attrito. Una eliminazione graduale o il passaggio ad alternative ai PFAS è sicuramente un passo difficile, certamente con scelte “ab origine” nette rispetto alla stessa concezione dei prodotti, alla loro compatibilità e alle possibilità di smaltimento o recupero totale. Un salto di qualità non più procrastinabile.
Giorgio Nebbia sicuramente ne sarebbe felice e ne trarrebbe conferme al suo mantra di una vita: “L’oggetto, lo strumento, dal piuù piccolo al più grande, deve essere concepito in modo da non essere inquinante mai, e – soprattutto – totalmente riciclabile”. Eravamo nel 1976 e non faceva, il compianto prof. Nebbia, che dare risalto a quel che già “oltreatlantico” si predicava dagli anni Cinquanta. Ma…il campo è minato e disseminato di interessi pronti ad esplodere…e i risultati si vedono (o, meglio, “non si vedono”).
Più tecnicamente come stanno le cose?
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Attualmente, le tecnologie di adsorbimento come il carbone attivo, lo scambio ionico e la filtrazione (ad esempio l’osmosi inversa) sono predominanti. Queste tecnologie rimuovono i PFAS dall’acqua, ma producono residui altamente concentrati che richiedono poi un ulteriore smaltimento. Questo sposta il problema, anziché risolverlo. Tali metodi mostrano i loro limiti – è bene saperlo – soprattutto con acque reflue saline o fortemente contaminate da sostanze organiche. Una possibile soluzione (non completamente “matura”) potrebbe essere la loro completa decomposizione a livello molecolare. Potrebbe essere l’unico modo per impedire che rientrino nel ciclo. Il processo, però, è estremamente complesso poiché i PFAS possiedono legami carbonio (C) e fluoro (F) estremamente stabili che possono essere spezzati solo con un elevato apporto di energia. E tale operazione, evidentemente, implicherebbe costi ulteriori e fasi intermedie di lavorazione e trattamento del tutto nuove.
“Processi termici” (ad esempio, incenerimento ad alta temperatura), “Tecnologie al plasma”, “Processi fotocatalitici”, “Ossidazione elettrochimica”, potrebbero anch’essi servire per sezioni di prodotti ora composti (anche) da PFAS ma molti di questi approcci, in particolare i processi termici, sono considerati ad alta intensità energetica, costosi o discutibili dal punto di vista ambientale, cioè forieri di ulteriori problemi. L’ “ossidazione elettrochimica” offre vantaggi sicuramente di rilievo in questo ambito: opera direttamente in ambiente acquoso, senza l’aggiunta di sostanze chimiche o alte temperature. Le molecole di PFAS vengono decomposte selettivamente su elettrodi appositamente sviluppati, sotto l’influenza di una corrente elettrica. Il processo è spesso integrato dai cosiddetti Processi di Ossidazione Avanzata (AOP). Ma forse “il gioco non vale la candela” perché possono essere trattate piccole quantità di prodotto con la necessità di riadattare ciò che viene interessato dal processo di ossidazione in modo da ottenere un risultato affidabile, PFAS-free e perfettamente commerciabile senza problemi.
Una operazione che di sicuro andrà a triplicare i costi attuali di produzione e che alla lunga non si rivelerebbe efficace. Meglio ripensare i prodotti nel loro insieme, già all’origine, così come abbiamo anticipato scomodando l’ambientalista professore universitario Giorgio Nebbia.
Pier L. Cavalchini (gruppo di laboratorio Synthesis) – Pro Natura Alessandria – e.r.i.c.a. i 2 fiumi)
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La parte tecnica e di impostazione del presente testo è stata possibile grazie agli interventi presso l’Università di Francoforte S-M (16 sett. 2025) della dott.ssa Jana Söffken
Co-Foundatrice e “Head of Operations” presso “PFAS-altern-DE” – GmbH
…
Nota 1
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Indicazioni utili presso: Final PFAS National Primary Drinking Water Regulation e Per- and Polyfluoroalkyl Substances (PFAS) NPDWR Implementation. Sullo stesso argomento molto interessante il seguente doc.: EPA Water Technical Assistance.
Immagine: www.fsawwa.org
