Casale e il rito della metamorfosi: il vernissage di Gloria Iodice ad Aperture sull’Arte.

Vado allo Showroom Zaffiro sempre con un sentimento di gioia e amicizia. È un luogo che non tradisce mai: ogni volta che varco quella soglia, ho la sensazione di entrare in una piccola oasi dove l’arte non è un oggetto da osservare, ma un’esperienza da attraversare. C’è qualcosa di familiare e insieme di avventuroso in quello spazio: come se ogni inaugurazione fosse un viaggio, un passaggio, un piccolo rito civile che si rinnova. Così è stato anche venerdì scorso, 16 gennaio, quando la Galleria d’Arte di via Luparia 16 ha presentato la mostra di Gloria Iodice, vincitrice del Primo Concorso Enrica Morbello Core. L’atmosfera, fin dall’ingresso, aveva il passo lento delle occasioni importanti. Le luci morbide, le voci che si abbassavano spontaneamente, il modo in cui le persone si muovevano tra le opere: tutto pareva suggerire che non eravamo lì per “vedere”, ma per ascoltare.

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Gloria Iodice, nata a Castelfranco Veneto nel 1992 e formata tra Padova e Venezia, oggi lavora come orafo a Valenza, ma insegna a Casale un percorso chiamato “Ascolto Creativo”, dove oli essenziali, meditazione e tecniche miste si intrecciano come fili di un’unica trama. Ha l’età di mia figlia, e forse anche per questo il suo lavoro mi ha toccato con una risonanza particolare: come se in quelle opere ci fosse non solo un talento giovane, ma una generazione intera che cerca la propria voce con coraggio e delicatezza. E, come mia figlia, è dotata di una forza creativa piena di straordinaria energia. Poi. ad osservare bene le sue opere, si capiva subito che il suo gesto artistico nasce da un luogo profondo: un luogo dove la materia diventa simbolo, il colore diventa respiro, il segno diventa preghiera. Non c’è nulla di decorativo nel suo lavoro: tutto è essenziale, tutto è rituale. Di un rito che ha radici profonde e importanti.

 

Animali guida e il richiamo dell’avventura interiore. Le opere esposte erano popolate da animali simbolici, figure che sembravano emergere da un altrove. Non erano semplici rappresentazioni: erano presenze. Presenze che ti osservavano, che ti chiamavano, che ti invitavano a seguirle in un territorio che non è geografico, ma interiore. Guardate la foto in evidenza, con Gloria circondata da due sue opere: un cervo e un leone, ma il primo di fronte, l’altro di profilo. Il cervo, dalla forte simbologia celtica, che ti guarda e ti dice di fidarti di te stesso, il leone che ti propone di essere compagno per affrontare le tue paure. Simbologie antiche, medievali, dense di grande suggestione. E poi i suoi magnifici gatti, spiriti-guida nel tempo e in questo universo, ma simbolo di un ineffabile altrove. Mi veniva in mente che proprio lì, da Zaffiro, avevo presentato il bel romanzo di Elisabetta Raviola, La casa col pioppo, dove, appunto, il gatto Rogitum è lo spirito guida della protagonista. Tutto torna, no? E che dire di quel bellissimo felino qui sopra che guardava con la calma di chi conosce il silenzio delle origini? Ogni animale un archetipo, un simbolo, un compagno di viaggio. E mentre mi muovevo tra le opere, prima da solo, come faccio sempre, e poi anche con Gloria, avevo la sensazione di essere dentro una foresta immaginaria, una foresta fatta di colori, di intuizioni, di respiri trattenuti.

“Per me l’arte è un rituale”, aveva scritto Gloria nella presentazione. E in quel momento, tra le tele e le tavole, ho sentito davvero la forza di quel rituale: un invito a rallentare, a respirare, a lasciarsi trasformare. La decorazione lapidea, l’oreficeria artigianale, la meditazione: tutto convergente in un’idea di arte come atto sacro, come luogo di metamorfosi. C’era pathos, sì — ma un pathos quieto, profondo, che non cercava di impressionare. Era il pathos di chi sa che la vera avventura non è fuori, ma dentro. E che ogni opera, se la si ascolta davvero, può diventare una soglia. Del resto, sotto molte opere c’era cartigli assai esplicativi del suo pensiero, artistico, come questo, splendido: Meditare dipingendo? Si. L’aria è quieta, il respiro lento, i pensieri scorrono, non li trattengo. La mente si apre, libera il segno e tutto tace. Oppure, ancora, proprio a proposito del gatto, così bene ritratto: Il gatto come Animale Guida, la mia Musa misteriosa, Una presenza intuitiva e profondamente indipendente. Porta con sé un’energia che parla di libertà, confini, magia e libertà interiore. Simbolo della liberà, dell’anima, dell’intuizione affinata e della capacità di muoversi fra i mondi visibili e invisibili. Un compagno che insegna a fidarsi del proprio sentire e a proteggere il proprio spazio sacro. Che dire? Io che vivo con un gatto nero di nome Merlino, ero semplicemente incantato.

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E poi, lei alla ribalta, nel fuoco amico, incrociato, della presentazione del pittore, e mio grande amico, Piergiorgio Panelli e di Johnny Zaffiro, sempre preso da feconda passione. Piergiorgio Panelli, nella sua presentazione, era visibilmente emozionato: ha ricordato il suo primo vernissage, quasi come se quel ricordo lontano si intrecciasse con la freschezza del lavoro di Gloria. Le sue parole, semplici e sincere, hanno aggiunto un tono affettuoso alla serata, come se la storia dell’arte casalese si fosse improvvisamente riaperta davanti a noi, mostrando continuità, passaggi di testimone, fili che non si spezzano. E poi il magistrale Zaffiro, che ci ha condotto nella biografia di Gloria, il suo veneto meraviglia, dove ha studiato, la sua burbera ma importantissima insegnante. E poi l’approdo a Casale, che Gloria ha dichiarato di amare e apprezzare moltissimo, e debbo dire che a tutti è sembrata assai sincera. Johnny ha chiamato accanto a loro anche la sorella di Gloria, e ne è venuto fuori un momento assai familiare, caldo e molto coinvolgente. L’Arte un po’ messa da parte, ma era tutto così naturale e giusto che nessuno se ne lamentava.

Ma ora torniamo alla sua Arte. Che riassumo in questa frase: il gesto, la materia, la trasformazione. Eh si, e o dico partendo da un altro cartiglio scritto da Gloria: Il blu mi calma, il verde mi radica, il rosso mi attiva.  Ogni colore è un mantra, ogni forma prende vita. Infatti una delle cose che più mi ha colpito è stata la fisicità del gesto coloristico. In alcune opere, il colore sembrava emergere come una fiamma; in altre, come un sussurro. C’erano superfici che parevano pietra, altre che ricordavano la pelle, altre ancora che evocavano l’acqua o il vento. Era come se ogni elemento naturale trovasse un suo posto, una sua voce, una sua forma di presenza. Si percepiva molto bene che Gloria, assolutamente coerente con quanto scrive non dipinge semplicemente: compie un atto. Ogni segno sembra nascere da un movimento meditato, da un respiro, da un ascolto. La materia — pigmenti, texture, stratificazioni — non era mai un fine, ma un mezzo per arrivare a qualcosa di più sottile: una vibrazione, un’energia, un richiamo. E mentre osservavo, mi rendevo conto che la mostra non era costruita per colpire, ma per accompagnare. Accompagnare chi guarda in un percorso che non è lineare, ma circolare. Un percorso che non ha un inizio e una fine, ma un centro: il centro dell’ascolto.

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Un progetto che accende il futuro. Perchè la mostra rientrava nel Progetto Giovani, un’iniziativa che non si limita a valorizzare i talenti emergenti, ma li ascolta, li accoglie, li lascia fiorire. Il concorso Enrica Morbello Core ha premiato Gloria Iodice per la sua capacità di unire tecnica, visione e profondità, restituendo all’arte un ruolo che oggi è più necessario che mai: quello di bussola interiore. In un tempo in cui tutto corre, in cui tutto si consuma, in cui tutto si misura, l’arte di Gloria invita a fare il contrario: a fermarsi, a respirare, a sentire, a meditare. Mi ha fatto molto piacere quando mi ha detto che dipingendo ascoltava Mozart, meditazione su meditazione, bellezza su bellezza. Si cercare ed impregnarsi di bellezza, che si ascolta, che si produce. E questo, oggi, è un gesto rivoluzionario. E mentre parlavo con Gloria, mi è tornato alla mente quella splendida poesia di Robert Frost: Quand’ero giovane, erano i vecchi i miei maestri: andavo a scuola da loro per imparare il passato. Ora che sono vecchio, ho per maestri i giovani: vado a scuola da loro per imparare il futuro. Io venerdì scorso, e Panelli che ha solo un anno meno di me, e tanti altri in quella galleria, eravamo lì per imparare il futuro. E mentre uscivo, con la pioggia fredda e invernale che cadeva su Casale, e le luci della città che a malapena contrastavano la foschia, ho avuto la sensazione di aver attraversato un confine sottile: quello tra il vedere e il sentire, tra l’osservare e il lasciarsi toccare. Una piccola avventura di bellezza, sì. Una di quelle che non fanno rumore, ma che restano.