Tempesta e impeto nella musica di Beethoven, con due interpreti superbi: Claudio Barbetti al pianoforte e Roberto Baldo alla direzione de “I Regi”

Ora, sembrava andare tutto male, quella sera, sabato scorso. Perchè per vari motivi eravamo in ritardo, perchè faceva freddo, troppo, per essere il 17 maggio, perchè entrato in chiesa era strapiena, perchè non sapevo se avevo ancora i miei posti a disposizione, dato che ero, appunto, in ritardo. Poi però un paio di posti un po’ laterali ma che perlomeno si intravvedeva l’orchestra (e il pianoforte). Ma la visibilità dei musicisti era davvero scarsa. Mi è venuto alla mente un mio amico cornista che mi diceva, alzando le spalle, che in chiesa si va per pregare o ascoltare l’organo, ma che le orchestre dovrebbero suonare nei teatri…cioè su un palco, cioè più in alto del pubblico… Però io sapevo, perchè la frequento come ascoltatore da tanti anni, quella chiesa, la S. Giovanni prospiciente a Piazza Ceriana, al quartiere Cristo, che lei, la chiesa, ha un asso nella manica: l’acustica. Formidabile, avvolgente, presente e possente. E se i suonatori li intravvedevamo appena, la musica ci è volta addosso, eccome: ci ha posseduti senza pietà, senza freni e senza remore: fantastico! Poi, il mio scopo, era, quella sera, anche di far conoscere Beethoven, quel Beethoven, ad una mia cara amica che mi aveva accompagnato, e che non aveva mai ascoltato quelle composizioni. Anzi, che di Luigi l’immenso non aveva mai ascoltato proprio nulla. E allora, la mia curiosità era molteplice. Primo: come avrebbero interpretato Beethoven quella sera (anche se lì di dubbi ne avevo pochi, visto che si tratta di interpreti di notevole valore). Secondo: come sarebbe stata la percezione di quella musica da parte di una persona colta, attenta e sensibile, ma che non l’aveva mai ascoltata, quella musica sublime. Un ascolto attento, con in più un’attenzione ancor più particolare per chi mi era accanto in tale ascolto. Bellissima sfida.

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E allora via, con il gigantesco, titanico 5° Concerto per pianoforte e orchestra in mi bemolle maggiore, op. 73 (detto in maniera del tutto apocrifa Imperatore, che tale nominativo mai gli venne attribuito dall’autore). Spiego alla mia amica. naturalmente non certo in un unico discorso, ma un po’ a pezzi (approfittando anche del fatto che siamo seduti addossati ad una colonna, quindi non disturbiamo nessuno dietro di noi) che la grandiosità del concerto per pianoforte e orchestra, dalla tonalità eroica e solenne di mi bemolle maggiore, si sposa in modo sorprendente con una amabilità che prosegue il clima tenero e dolce del meraviglioso concerto precedente, il quarto (ovvio, direte voi, ma non troppo, perchè non sempre la numerazione delle opere segue la cronologia delle composizioni, in Beethoven).  C’è nel Quinto – come nel precedente – il dono poetico dell’ornamentazione (ovvero scale, arpeggi, trilli), ma anche la ricerca di una sonorità da glockenspiel (che è uno strumento che consiste in una serie di campanelli di diverse dimensioni montati su un telaio, che viene suonato con un paio di mazze di legno oppure di metallo e produce un suono brillante e metallico), nel registro acuto del pianoforte. sono comuni alle due opere. Poi le facevo osservare che il tema principale del primo movimento (Allegro), quando è esposto dall’orchestra risulta di imponente muscolatura, ma, affidato al pianoforte, risulta ogni volta variato e addolcito nei contorni. Poi, nello sviluppo, la dinamica del conflitto – potente e sonoramente immensa – fra orchestra e solo ha momenti spettacolari, che però sono assai intervallati dagli indugi poetici proposti dal pianoforte, con imprevedibile fantasia.

Va notata l’abolizione della cadenza, tolta dalla sua casella alla fine del movimento, ma che circola lungo tutto il brano, come elemento portante e costruttivo: funzione già evidente nelle prime battute, con le cadenze virtuosistiche che il pianoforte estrae dagli accordi dell’orchestra. E alla fine di un movimento che dura più di 20 minuti (un intero concerto di Mozart o Haydn) e la sua fantasmagorica volata finale, dove pianoforte e orchestra si specchiano nella più pura tempesta & impeto, la mia amica aveva gli occhi spalancati di stupore per cotanta bellezza unica e trascinante..Poi è venuto l’Adagio un poco mosso, e le spiegavo che il cui primo tema ha la compostezza di un corale luterano. Al senso di di raccoglimento, con un pianoforte che ci stupisce con una melodia avvolgente e indimenticabile, contribuisce anche l’uso della sordina per gli archi. Un brano sognante e delicatissimo, commovente, con un passaggio di melodiosità tra strumenti vari e il pianoforte, di una bellezza incredibile. Il brano è poi collegato direttamente all’ultimo movimento mediante due battute di transizione che ne anticipano l’idea fondamentale: è un Rondò (Allegro), dominato da un inesausto slancio ritmico, che si propaga da pianoforte ad orchestra e viceversa, interrotto da arguti episodi intermedi di vario genere, con anche il passaggio di improvvise modulazioni lontane dal tono di base, che, come nel primo movimento, cementano lo spirito improvvisatorio della cadenza nella logica del discorso sonatistico, cioè di quella che è la forma principale del grande brano. E dopo la codetta finale, travolgete, i meritatissimi applausi. Per la coerenza dell’interpretazione, dove Claudio Barbetti al pianoforte e Roberto Baldo alla direzione dell’orchestra, si sono amalgamati con sapienza e maestria, dove il virtuosismo, limpido, del pianista non ha mai sovrastato la musicalità. Ma anche per la compatta morbidezza di un suono sinfonico possente ma anche trasparente, senza sbavature e senza durezza, con una conduzione ferma e travolgente, mai banale. Davvero straordinario. Avevamo gli occhi pieni di bellezza, entrambi.

E poi un’altra meraviglia, un altro capolavoro: la Settima Sinfonia in La maggiore op. 92. Di questo immenso capolavoro si potrebbe scrivere per ore. Mi limito a dire che il magnifico primo tempo è preceduto da un’introduzione – Poco sostenuto – che è  la più lunga che Beethoven abbia mai composto, che possiede una sua forma ben definita: due temi, il primo scandito in valori larghi, di compressa energia, il secondo tenero e grazioso; ma quel che più conta per il divenire del pezzo è una scala in quartine di semicrome, staccato, che collega l’uno all’altro, e fissa soprattutto un sottofondo ritmico. Che poi diventa una sola nota, ribattuta a perdita di vista. Ed ecco, il ritmo insensibilmente muta, mentre dal canto suo il timbro va trascolorando, nel pianissimo, dai legni ai violini e viceversa, e quindi, quasi senza accorgercene siamo entrati nel Vivace, cioè nel primo tempo propriamente detto, dove quel metro sarà la base di tutto, rendendo praticamente irrilevante la distinzione fra primo e secondo e terzo tema. E il discorso sarà un discorso unico, dominato da un’unica, trattenuta tensione, tra abbandoni quasi canori e complesse rifrazioni armoniche. Il che avviene per esempio in un originalissimo frammento della coda, in cui su un tormentato ostinato dei bassi i violini tentano, quasi balbettando, un loro disegno melodico che li porterà a ritrovare il ritmo fondamentale del pezzo. Magnifico e travolgente. E via con il celeberrimo Allegretto, che anche la mia amica. digiuna di questa musica, conosceva, pur non avendo mai saputo di che cosa in effetti si trattasse. Assolutamente particolare nella sua andatura immateriale, da quel suo librarsi in una sorta di malinconia della coscienza. L’Allegretto è articolato in forma-canzone, secondo uno schema A-B-A’-B’-A. Con una melodia (in la minore) che è enunciata quattro volte di seguito, ma che solo a partire dalla seconda volta assume i suoi connotati definitivi; ad ogni ritorno la veste strumentale si arricchisce, fino a comprendere tutta l’orchestra, con una potenza trascinante e incredibile. Qui, forse, il fatto più rilevante è la continuità ritmica. Con un ritmo che  percorre tutto il pezzo, in modo trascinante. Stupendo.

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Lo Scherzo (in fa maggiore, col Trio in re maggiore) propone, cosa non usuale, una seconda apparizione del Trio dopo la ripresa della prima parte, seguita da una ulteriore ripresa di questa in fine.  Qui il Trio ha carattere molto diverso dell’accelerato presto che costituisce la prima parte: è una distesa melodia (in tempo assai meno presto) che deriva, a quanto pare, da un canto popolare di pellegrini. Una sorta di oasi fra le ritmiche fluenti del motivo principale. Il finale, Allegro con brio, è il culmine della Sinfonia, dove le emozioni variamente proposte prima, arrivano al dispiegamento più possente, in un’esaltazione dionisiaca. Il suo carattere è determinato soprattutto dal primo tema, che è come un seguito di scosse tumultuoso. I temi secondari sono come ingoiati nel suo gorgo ascendente. Nel quale d’altronde sembra sfociare l’intera Sinfonia, anche perché molte idee ritmiche e armoniche dei tempi precedenti vi riappaiono, a un grado di esaltazione maggiore. Il tutto reso da un’orchestra inappuntabile, guidata senza tema di sbavature o esitazioni da un bravissimo Roberto Baldo, che ha saputo trascinare noi e i musicisti in una vera e propria Apoteosi della danza (come aveva definito Wagner questa composizione). Anche la mia cara amica era in anch’essa travolta e avvolta da tanta magnificenza ritmica e sinfonica. Eh si, Beethoven è immenso, e con noi stasera ce lo hanno narrato, con partecipazione travolgente, due splendidi interpreti e una grande orchestra.