Arte per come la vedo al primo impatto

il lavoro dell’artista non è mai finito (riflessione fatta in occasione Artissima 2015 nel ruolo di flaneur), ripresa ora come elemento di discussione sul futuro dei fatti d’arte

Il dono della creatività è attitudine al gioco, ma con questo non si deve affatto credere che l’attività creativa sia priva di fatiche o preoccupazioni.

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Il suo esercizio è strettamente connesso con l’emissione di energie, emozioni e violenza, che nell’artista si esprime con l’intensità dei momenti vissuti con angoscia, sensi di colpa, incertezze, esternazioni egocentriche.

Nulla di male o di triste, nonostante uno sciocco immaginario popolare voglia legare l’arte alla malinconia ed alla sofferenza.

Al contrario, l’artista esce fuori con slancio e rafforzato dal percorso del travaglio proprio quando decide di abbandonare l’opera (che per definizione non è mai finita) e la consegna agli occhi della gente, del popolo degli artisti, del popolo dei cultori d’arte, al popolo degli appassionati, del popolo dei curiosi, al popolo dei critici d’arte, al popolo di quelli che come me ora provano a narrare l’esperienza.

Sono queste tutte le tribù che affollano le vernici, gli eventi, le manifestazioni, le grandi esposizioni come quella della torinese Artissima, ad esempio (e nello specifico mi riferisco alla lunga passeggiata da flaneur fatta nel corso dell’edizione 2015 ospitata ancora all’Oval del Lingotto).

In quel contesto ho avuto modo di apprezzare qualcosa di più delle opere d’arte esposte, a cui singolarmente potrei forse attribuire una semplice espressione di simpatia o meno, poiché il tema forte che hanno saputo evocare è invece quello del valore alto che dobbiamo attribuire al lavoro dell’artista.

Il paradosso è quello di considerare l’arte come lavoro, tenendo conto che la relazione moderna di scambio fra impegno personale e denaro è sempre più difficile da affrontare con serenità in qualsiasi campo di interesse o situazione lavorativa.

Arte e denaro, questo è il centro d’attenzione di questo scritto: allora, sono nemici mortali ovvero amanti in perfetta comunione?

L’opera d’arte è sempre qualcosa di concreto che instaura un sistema di relazioni, pur se appare sempre un poco debole soprattutto quando si esprime secondo le tecniche contemporanee.

Si tratta comunque di materia che occupa uno spazio e trova collocazione in un ambiente sociale, anche quando si tratta di happening ovvero di performance (ah, ora ci sono anche quelle a domicilio).

L’arte si può sempre immaginare come un’essenza che appartiene al regno del valore che si proietta molto al di là delle mere considerazioni economiche, ma la verità è che il lavoro è comunque un elemento forte di trasformazione della società su cui si interrogano costantemente sociologi, filosofi, imprenditori, esperti di comunicazione, intellettuali ed artisti.

Insomma, tutti quelli che indagano sui codici sociali e per cui l’arte è forma di narrazione, come lo è sempre stata dal tempo dell’autoreferenzialità all’attuale rappresentazione di un frammento del Mondo.

Con quella grande capacità di rendere la vita quotidiana normale più interessante dell’arte stessa.

L’artista autentico si prende gioco delle contraddizioni apparenti, giocando bene il ruolo di persona morale essendo soprattutto un lavoratore e non già, pena l’apparire fasullo, una sorta di reietto, marginale, maledetto che si chiama fuori da una società che invece lo sostiene, quanto meno sopportandolo se non addirittura supportandolo.

Nella realtà come nell’immaginario popolare, l’artista muore di fame oppure sperpera risorse abbondanti esattamente come qualunque altro lavoratore, impegnato in lavori intellettuali o sportivi di grande visibilità.

Piuttosto, occorre tener conto che viene tratto in inganno dal denaro in quanto misura divenuta importante per certificare il successo artistico.

Questa opprimente condizione influenza le scelte tecniche e la diffusione dell’immagine, così come accadeva dal tempo dell’opera d’arte descrittiva a quello dell’opera rappresentativa ed anche oggi, tempo dell’opera parassitaria così detta perché dedita al riciclo di oggetti.

La fatica ed il sogno diventano ossessione ed il grigiore in cui vive la maggior parte dei lavoratori, spinge la maggioranza verso una commistione di sentimenti di ammirazione, invidia, risentimento e disprezzo nei confronti degli artisti.

Senza mai domandarsi perché creare sia così difficile; potrebbe sembrare poco serio fare arte, ma è pur sempre attività difficile soggetta alla cura costante delle passioni e del talento.

Per questo motivo l’accatastamento di mattoni ovvero l’esposizione oppure la rielaborazione di residui di cantiere edile diventano oggetto di perplessità o derisione, ponendo dubbi sulla natura della creatività che in tempo di abbondanza e dilettantismo culturale fa credere così disponibili a tutti gli strumenti dell’arte.

La realtà è che capire niente è quasi meglio di niente.

Se le parole fanno la differenza, il compito dell’artista non è affatto quello di contrastare le considerazioni sulle sue opere, quanto piuttosto quello di mostrare a noi tutti qualcosa che non sapevamo e che addirittura non avevamo alcun bisogno di vedere.

Questo è quello che si può definire “un buon lavoro”.

Come tale fa anche discutere.

L’opera d’arte insiste sull’incrocio fra intelligenza e prodotto, che le forze tecnologiche disturbano con i costanti tentativi di svilirne non tanto il valore, quanto piuttosto il reddito giustamente dovuto a quanti la realizzano.

Una delle azioni che creano nocumento è quella di incrementare il dilettantismo, spacciandolo per democratica norma culturale e mal celando la sua autentica natura di possibilità utopica.

Tutti noi possiamo fare arte comunque, girando video, cantando canzoni, scrivendo poesie, esponendo i nostri quadri e, perché no?, addirittura noi stessi.

Azioni che possono non essere pagate in denaro o beni alimentari, ma che potrebbero appagare essendo vendute come un percorso alternativo verso la ricchezza professionale, sociale, culturale.

Come poter diventare un artista famoso sintetizza gli sforzi del dilettante, che così facendo stratifica una disuguaglianza sociale ed economica che potrebbe minare profondamente la vita civile contemporanea.

Una delle colpe è l’aver reso leggendaria e pressoché inamovibile una pletora di “stelle” che la televisione ed in buona misura anche il web hanno consacrato per pigrizia, essendo facile chieder loro di fare semplicemente gli ospiti anche quando non hanno più nulla da dire o da mostrare.

In questo modo si burocratizza l’ascesa al successo, poiché tra rispetto dell’economia e sudditanza volontaria all’immagine si sono moltiplicati i passaggi obbligati che rendono impossibile emergere senza prima render conto di formalità, direttive, aspettative degne di approvazione.

A farne le spese sono soltanto quei professionisti che occupano la parte centrale, che compiono il loro lavoro in condizioni che non ammettono né guadagni, né improvvisazione rendendoli sempre prossimi al collasso in quanto lottano per veder riconosciuta la loro esistenza.

Gli artisti fanno parte di quelle categorie non protette dallo Stato, non rappresentate dalla politica o dal sindacato, non riconosciute per l’alto valore sociale che producono pur essendo la loro opera un rilevante valore comune altrimenti conosciuto come “contenuto” (questione su cui molti blaterano e basta).

Diventare famosi diventa una merce economica, quindi nasconde quella parte dei costi sociali e finanziari a carico di lavoratori sottopagati o pagati affatto, alimentando in modo truffaldino il concetto romantico dell’artista sognato nella sua singolarità oppure travisato nella sciocca convinzione che vi sia stata comunque una equa distribuzione del talento, tale da permettere a chiunque di fare arte.

Luoghi comuni che scatenano conseguenze politiche capaci di alimentare soltanto l’incomprensione su lavoro svolto dalla artista, il quale sta appunto svolgendo un lavoro, il proprio lavoro per quanto specifico e qualificato, come molti altri lavori, intellettuali o manuali che siano.

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ARTISSIMA 2015 / ventiduesima edizione / 5-6-7-8 novembre 2015 / COMUNICATO

207 gallerie da 35 paesi

67% di espositori stranieri

20.000 mq di esposizione

Più di 2.000 opere in mostra

Oltre 50 curatori e direttori di museo nelle giurie

Oltre 50.000€ di premi per artisti e gallerie

400.000€ di acquisizioni istituzionali (2014)

Oltre 50.000 visitatori (2014)

Artissima 2015, Internazionale d’Arte Contemporanea a Torino, sin dalla sua fondazione nel 1994, Artissima ha saputo unire la presenza nel mercato internazionale a una grande attenzione per la sperimentazione, la ricerca e la matrice curatoriale delle scelte e delle proposte.

Delle sei sezioni di cui si compone la fiera, tre sono dirette da board di curatori e direttori di musei internazionali.

I formati di queste sezioni speciali – dal focus sulla performance alla riscoperta dei grandi pionieri – si sono stabiliti come standard nel panorama fieristico internazionale.

La sua precisa identità e la sua forza attrattiva fanno sì che l’impatto di Artissima si estenda al di là dell’Oval, il padiglione di vetro che la ospita al Lingotto, riverberandosi per il territorio di tutta la città di Torino.

Durante Artissima, nelle parole di Le Monde, “la città si trasforma in un happening gigante”, attirando un pubblico di altissimo profilo con mostre ed eventi speciali nei suoi musei e fondazioni, e la rete di cultura enogastronomica per cui la città è famosa.