Ridateci i maledetti, prima che diventino santi

«La maturità è una cosa seria. Bisogna arrivarci in tempo per non diventare maturi». Ennio Flaiano, più o meno, avrebbe potuto cominciare così. Io, invece, l’altra notte ho fatto di peggio. Sono tornato negli anni Ottanta.
Nel sogno Vasco era ancora Vasco. Non il Vasco delle celebrazioni, delle lauree honoris causa morali, delle interviste sulla responsabilità e della saggezza conquistata attraversando quarant’anni di vita. Era Vasco quello che le madri guardavano male e i figli guardavano come si guarda un santo prima che venga istituzionalizzato. Ribelle, irriverente, provocatorio, con una certa familiarità con gli eccessi e con le cronache giudiziarie. Uno che sembrava aver fatto della contraddizione un mestiere. «Ma questo qui dove vuole andare a finire?», si chiedevano gli adulti. E i figli, naturalmente, volevano finirci insieme a lui.
Benigni, poi, era quello della televisione che faceva arrossire i mobili di casa. Sboccato, irrefrenabile, politicamente scorretto secondo i parametri dell’epoca e politicamente correttissimo secondo i suoi. Parlava di Berlinguer, della falce e del martello, entrava in scena come se avesse appena bevuto tre caffè e poi, se capitava Raffaella Carrà, ci saltava sopra mentre lei cercava disperatamente di mantenere un contegno da prima serata. Era il guastatore. Quello che non si poteva invitare a cena con i parenti senza prima nascondere le posate.
Nel sogno, però, accadeva una cosa ancora più strana: mi addormentavo. E sognavo un futuro.
Vasco teneva una lectio magistralis all’università sulla responsabilità individuale. Parlava agli studenti con l’aria di chi aveva finalmente trovato la risposta a tutte le domande che aveva passato una vita a evitare. I ragazzi prendevano appunti. Io guardavo il titolo della lezione, «Dalla trasgressione alla responsabilità: il valore delle scelte».
Benigni, intanto, era diventato il biografo ufficiale di San Francesco e il commentatore della Divina Commedia. Dante, spiegato da lui, aveva assunto la forma di una gigantesca parabola sulla bontà, sulla redenzione e sull’amore universale. In odore di santità, nessuno saltava più addosso a Raffaella Carrà.
Cominciavo a preoccuparmi.
Perché nel frattempo anche i maledetti erano stati santificati. Johnny Cash era diventato il vecchio saggio dal cuore ferito. Charles Bukowski, morto da tempo, veniva studiato come maestro della fragilità esistenziale. Lou Reed era diventato un monumento alla profondità. Keith Richards, invece di essere semplicemente Keith Richards, era diventato una specie di filosofo sopravvissuto per spiegare agli altri come vivere. Persino certi cattivi ragazzi del rock sembravano essere stati convocati a un convegno sulla crescita personale.
E lì mi è venuto il dubbio: ma crescere significa necessariamente diventare presentabili?
La maturità è una gran cosa, per carità. Dopo una certa età uno impara che alcune cose fanno male, che altre fanno bene, che le conseguenze esistono e che forse il mondo non è obbligato a pagare il conto delle nostre bravate. Si può cambiare. Si deve cambiare. A volte è persino doveroso raccontarlo.
Ma c’è una differenza enorme tra maturazione e redenzione. Tra avere imparato qualcosa e riscrivere tutta la propria biografia alla luce di ciò che si è imparato dopo.
Se è conversione, diciamolo. Se è redenzione, dichiariamola. Se l’ex maledetto ha visto la luce, che venga fuori dal confessionale e lo racconti senza lasciare dubbi. Altrimenti rischiamo di fare una cosa curiosa: prendere un’esistenza piena di ombre, contraddizioni, errori ed eccessi e trasformarla retroattivamente in un corso di buone maniere.
Nel sogno, allora, mi sono svegliato. Ma continuavo a sognare. «Meno male», mi sono detto. «Era solo un sogno».
E invece no. Perché forse la vera paura non è che i nostri miti invecchino. È che diventino troppo simili a noi quando abbiamo smesso di essere giovani. Un mito resta mito anche perché conserva una zona d’ombra. Una certa distanza. Un’aura magica, che sia maledetta o luminosa. Se la sostituiamo con una bella lezione sulla responsabilità, con il manuale delle buone intenzioni e con la spiegazione di come siamo diventati persone migliori, rischiamo di perdere proprio ciò che ce li aveva fatti amare. Vasco deve poter essere anche Vasco. Benigni anche quello che faceva vergognare la mamma davanti alla televisione. Perché una volta i miti ci insegnavano a trasgredire. Adesso rischiano di insegnarci a comportarci bene. E questa, per me, è una cosa molto più inquietante di qualsiasi sogno.

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