Gennaio 1522, la notte in cui Alessandria cambiò padrone

Trentanove fuoriusciti alessandrini scalarono le mura approfittando dei fossati ghiacciati. La fuga dei francesi aprì poi le porte alle truppe del “Cagnazzo di Imola”: seguirono saccheggi, violenze e una delle pagine più sanguinose della storia cittadina Alessandria, gennaio 1522. La città era racchiusa entro le sue possenti mura. Oltretanaro, sulla sponda sinistra del fiume, Bergoglio appariva quasi come una seconda città. La nebbia riempiva la pianura e rendeva incerti i contorni degli edifici. Faceva un freddo intensissimo. Le acque ferme ghiacciavano e lo stesso Tanaro era diventato un lastrone tanto compatto che, secondo le cronache, poteva essere attraversato dai carri senza utilizzare il ponte. Anche nei fossati che proteggevano le mura cittadine il ghiaccio aveva raggiunto uno spessore tale da trasformare una difesa naturale in un possibile vantaggio per chi avesse voluto assalire Alessandria. E qualcuno, infatti, stava pensando proprio a questo.

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Una città francese circondata dai nemici
Alessandria era allora controllata dai francesi, sostenuti dalla fazione guelfa cittadina. Intorno, però, la situazione militare stava rapidamente cambiando. Da circa venticinque anni il Ducato di Milano era conteso tra gli Sforza e la monarchia francese e, all’inizio del 1522, la guerra era nuovamente divampata. Il papa Leone X e l’imperatore Carlo V si erano alleati per cacciare i francesi dalla Lombardia e riportare Francesco II Sforza sul trono ducale. Leone X era morto nel dicembre 1521 e il 9 gennaio 1522 era stato eletto Adriano VI, ma il quadro politico e militare costruito negli ultimi mesi del precedente pontificato continuava a produrre i suoi effetti. Le forze imperiali e pontificie avevano già ottenuto importanti successi. Milano era passata nelle loro mani e altri centri del Ducato erano caduti. Il comando principale era affidato a Prospero Colonna, affiancato dal marchese di Pescara, Ferdinando Francesco d’Avalos. Anche intorno ad Alessandria il cerchio si era progressivamente stretto. Tortona era stata espugnata; Bosco, Frugarolo, Castellazzo e Oviglio erano ormai controllati dagli avversari dei francesi. Verso Bormida e Orba l’accerchiamento della città era sostanzialmente completato. Una parte delle milizie era comandata da Giovanni Sassatelli, personaggio che godeva di una fama sinistra e che era conosciuto con un soprannome destinato a rimanere nella memoria: il Cagnazzo di Imola. Sassatelli aveva già mostrato una notevole ferocia nelle lotte di fazione della sua città natale. La voce popolare gli attribuiva persino un episodio raccapricciante: dopo avere ucciso un nemico, gli avrebbe aperto il petto, strappato il cuore e lo avrebbe addentato. È difficile distinguere, in racconti di questo genere, la realtà dalla costruzione leggendaria destinata ad accrescere la paura del condottiero. Ma proprio quella fama rendeva ancora più inquietante, agli occhi degli alessandrini, l’esercito che si trovava ormai alle porte.

Trentanove uomini nella nebbia
In città si sapeva perfettamente di essere circondati. Tuttavia il gelo sembrava offrire una sorta di tregua. Le truppe di Sassatelli erano accampate a Castellazzo e un attacco frontale attraverso la pianura ghiacciata appariva improbabile.
Anche i francesi dovevano esserne convinti, tanto che il presidio di Alessandria era stato parzialmente ridotto. Fu proprio questa sicurezza a rivelarsi fatale. Nella notte un piccolo gruppo di prodi avanzava verso le mura. Erano appena trentanove uomini, in gran parte fuoriusciti alessandrini, decisi a tentare un’impresa che sembrava quasi impossibile. Li guidava Pietro Andrea Inviziati, giovane nobile ghibellino costretto da circa due anni all’esilio per sottrarsi alle persecuzioni della fazione guelfa. Portavano con sé lunghe scale. Il gelo, che avrebbe dovuto proteggere Alessandria, li aiutava. I fossati erano ghiacciati e potevano essere attraversati. Nel buio, mentre la nebbia inghiottiva le poche luci della città, il gruppo si era avvicinato senza essere scoperto, aveva scalato le mura ed era penetrato nella cittadella, che si trovava nell’area corrispondente all’odierna piazza Matteotti. L’obiettivo non era semplicemente entrare in Alessandria: bisognava eliminare il corpo di guardia e impadronirsi del punto fortificato prima che fosse dato l’allarme. L’azione era riuscita. Secondo la narrazione tramandata dalle cronache, le sentinelle francesi si trovavano raccolte in un locale appena illuminato da una lucerna e riscaldato da una brace. Erano state colte completamente di sorpresa. Gli uomini dell’Inviziati avevano attaccato con rapidità e nessuno del corpo di guardia era sopravvissuto.

La fuga dei francesi e l’arrivo del Cagnazzo
Al mattino i cadaveri avevano rivelato ciò che era accaduto durante la notte. La notizia aveva immediatamente provocato il panico. Giovanni Biraghi, governatore della città, aveva interpretato l’occupazione della cittadella come il segnale dell’imminente arrivo dell’intero esercito nemico. Senza attendere di conoscere la reale consistenza degli assalitori, aveva raggiunto porta Bergoglio ed era fuggito. Il presidio francese, rimasto senza una guida, aveva fatto altrettanto. Le forze presenti venivano indicate dalle fonti in trenta lance e circa cinquecento fanti. Abbandonando precipitosamente Alessandria, i francesi avevano lasciato dietro di sé anche armi e munizioni e, soprattutto, una città ormai priva di una vera difesa. A quel punto l’esercito accampato a Castellazzo aveva potuto muoversi verso Alessandria senza incontrare una resistenza organizzata. Sassatelli era entrato da porta Genovese alla testa di venticinque compagnie di fanteria. La liberazione della città dai francesi si era però rapidamente trasformata in una tragedia per una parte della popolazione. Le case dei guelfi che avevano appoggiato la presenza francese erano state incendiate o abbattute. Le truppe avevano cominciato a cercare denaro e beni da depredare. Le cronache descrivono torture inflitte a chi si rifiutava di consegnare le proprie ricchezze o di indicarne i nascondigli. Nemmeno le chiese avevano garantito protezione, perché anch’esse erano state violate e saccheggiate. Le testimonianze ricordano frustate, braci ardenti poste sotto i piedi e il terribile supplizio del canapo stretto attorno alla testa e ritorto mediante un legno. Violenza, omicidi e saccheggi erano continuati per più giorni. Era stata una delle pagine più cupe della storia alessandrina del Cinquecento.

da LMCA

Nell’immagine: Pianta di Alessandria del 1620. La città, cento anni dopo i fatti raccontati, non appariva molto diversa: la cittadella spagnola era posta ove oggi vi è la zona di piazza Matteotti. (immagine tratta da Dameri A., Livraghi R., Alessandria disegnata, Alessandria, 2009