Corna, Picasso e altre buone maniere: “Testa di Medusa” di Boris Vian al Teatro SMS di Bistagno.

C’è un teatro a Bistagno — il Teatro SMS, in Corso Carlo Testa — che per chi lo conosce e lo ama è qualcosa di più di un edificio. È uno di quei luoghi che proteggono, che accolgono, che fanno sentire a casa nel senso più profondo della parola. Entrando sabato sera, ho pensato all’inizio di Corte Sconta di Hugo Pratt: “Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti. Uno in Corte Bressana a San Giovanni e Paolo, un secondo vicino al Ponte de le Meravegie. Il terzo in Calle dei Marrani, nei pressi di San Geremia in Ghetto Vecchio. Quando i veneziani sono stanchi delle autorità costituite, vanno in questi tre luoghi segreti e, aprendo le porte che stanno nel fondo di queste Corti, se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie…” Il Teatro SMS di Bistagno è quella porta. E sabato sera, attraversandola, si entrava nella storia corrosiva e irresistibile di Boris Vian, che alle autorità costituite ha sempre dato molto fastidio!
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Credo sia opportuno spiegare che Boris Vian non era un singolo uomo — era una moltitudine. Scrittore, musicista jazz, cantautore, attore, ingegnere, inventore, corridore automobilistico, romanziere sotto pseudonimo: tutto questo, stipato in un corpo fragile che il cuore tradì a soli 39 anni, nel 1959, mentre assisteva in un cinema parigino alla proiezione di un film tratto da un suo romanzo. Come se la vita avesse voluto dargli un’ultima beffa degna di lui. Il suo teatro appartiene alla grande tradizione del surreale e dell’assurdo — vicino per spirito a Beckett e Ionesco, ma con un’ironia più carnale, più feroce, più francese. Dai suoi testi emergono l’antimilitarismo, l’anticlericalismo, la passione viscerale per la musica, il cinema, il ballo — e una creatività che non conosce confini di genere né di forma. Fu a lungo incompreso, i suoi testi più importanti riscoperti solo dopo la morte, quando una generazione di studenti – quelli che avrebbero fatto il ’68 – lo trovò e lo amò senza riserve.

Testa di Medusa, scritta nel 1951, e a Bistagno portata alla ribalta con la regia dinamica e coinvolgente di Antonella Orlandella, racconta di Antonio Bonneau (Guido Canepa) scrittore e grossista di segatura, ridotto precocemente all’impotenza, che costringe la moglie a cambiare amante ogni sei mesi e sei giorni — perché solo soffrendo così può trovare la giusta ispirazione per scrivere. È una commedia che ride del desiderio, della borghesia come ipocrisia di vivere, dell’arte come sofferenza esibita — e in quel pugno che spacca il quadro di Picasso c’è tutto Vian: il disprezzo per la mercificazione dell’Arte, per chi trasforma la bellezza in investimento, in status symbol, in oggetto da possedere invece che da vivere. Un atto di rabbia precisa, quasi chirurgica, che il pubblico di Bistagno ha accolto con la risata giusta — quella che lascia qualcosa dentro.

La denuncia passa anche attraverso i corpi e i vestiti. I due personaggi maschili che aprono la commedia, Franzo Lopez/Andrea Dupont, amante storico di Lucia (Daniele Grasso) e Claudio Vilebrequin, seduttore di Lucia (Davide Leoncino) entrano in scena conciati in modo volutamente ridicolo — abiti sgualciti, assemblati senza cura né grazia, quasi una parodia di se stessi. Non è una scelta casuale: è la Compagnia Tunes che traduce in immagine visiva quello che Vian scrive tra le righe. Quella goffaggine nel vestire è la goffaggine di una certa borghesia incapace di cogliere il valore estetico dell’esistenza — che cammina per il mondo senza vedere, che indossa la vita come si indossa un abito comprato a caso, senza attenzione, senza amore per la forma.

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E poi c’è lui — il marito tradito, il cornuto, come lo chiama senza pudori la tradizione comica più antica. Pelato, nevrastenico, agitato, sopra le righe in ogni gesto e in ogni parola. Sulla scrivania campeggiano, emblematiche e spudorate, le corna — oggetto di scena che la regia piazza lì con la sfrontatezza di chi non ha paura del simbolo, anzi lo esibisce e lo dilata fino all’assurdo. Questo personaggio cerca disperatamente un dolore emotivo autentico — ne ha bisogno per scrivere, per creare, per sentirsi vivo. Ma non lo trova. Non riesce a trovarlo. E in questa incapacità di soffrire davvero, di sentire davvero, sta forse la critica più feroce di tutta la commedia: una borghesia che non sa essere creativamente viva, che recita il dolore senza abitarlo, che si agita e gesticola e non produce nulla di vero. Vian sapeva che il ridicolo è la maschera più feroce della critica sociale. E la Compagnia Tunes lo ha capito.

C’è però un altro personaggio in scena, silenzioso e immobile, che chi guarda con attenzione non può non notare: una valigia. Sta lì, in mezzo al palco, fin dall’inizio — presente, ingombrante, misteriosa. I due protagonisti ci inciampano, ma anche la aggirano, la ignorano, ci convivono senza mai avvicinarsi davvero. Nessuno la apre. Nessuno ci curiosa dentro. Nessuno chiede cosa contenga. È un oggetto che in qualsiasi dramma realistico sarebbe al centro di una scena — e invece qui resta chiusa, intatta, come un segreto che tutti preferiscono non sapere. È la metafora perfetta di una certa borghesia che vive in superficie, che preferisce non aprire i cassetti, non sollevare i coperchi, non guardare in fondo alle cose. Perché aprire quella valigia costerebbe qualcosa — costerebbe dover fare i conti con ciò che c’è dentro. E la borghesia, ci dice Vian ridendo, questo non lo fa. Non lo ha mai fatto. Preferisce girare intorno, elegantemente, indefinitamente, finché la commedia non finisce e le luci si spengono.

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A portare in scena questo testo — originale, fuori dai sentieri battuti — è dunque la Compagnia Tunes, giovane e appassionata, ancora alle prime armi ma già con le idee molto chiare su cosa cercare. La regista, Antonella Orlandella, alla quale ho rivolto qualche domanda a fine spettacolo, ha raccontato che la compagnia cercava testi originali e diversi, lontani dal repertorio consueto — e con Vian è andata benissimo. Si vede. Questi ragazzi hanno dalla loro il lusso della giovinezza — e con esso una freschezza, una fame, un’energia che non si comprano. Sono già molto bravi, e chi li ha seguiti sabato sera con attenzione lo ha percepito chiaramente. Ma la cosa più bella è che cresceranno ancora — e molto. Sul palco c’è quella promessa silenziosa che fanno solo i talenti veri: quella di non aver ancora detto tutto. Dove la giovinezza artistica si faceva sentire, loro compensavano con un entusiasmo contagioso e sincero — e il pubblico lo ha ricambiato. Un dettaglio però non è sfuggito allo spettatore attento. La protagonista femminile, Lucia Bonneau (Silvia Fantoni) — che compare solo nella seconda parte della commedia, quasi un’apparizione — è un’attrice di professione. E quando è entrata in scena, qualcosa è cambiato impercettibilmente: gli altri attori si sono come messi sull’attenti, raddrizzati, affilati. Lei era fredda e straordinaria, con quella padronanza del palco che non si insegna ma si conquista anno dopo anno, recita dopo recita. È quella tensione silenziosa che nasce quando in scena arriva qualcuno che “sa” — e tutti lo sentono, e rispondono.

E allora l’altra sera è stata una serata bella, calda, autentica. Come sono le serate in cui si apre quella porta e si entra in un’altra storia. La porta del Teatro SMS di Bistagno, per fortuna, è ancora lì — e vale la pena varcarla nuovamente. E, lasciatemelo dire: è anche grazie a compagnie teatrali come questa, che possiamo ancora credere nel futuro.
