Mistero Buffo a Bistagno: Ugo Dighero, Dario Fo e una festa incantata

Un doppio passato. C’è un teatro dove la scorsa stagione sono tornato tante volte, con gioia: il teatrino della SOMS di Bistagno. E c’è un tempo lontanissimo, quando avevo sedici, diciassette anni e studiavo nel convitto di Casale Monferrato. In sala comune troneggiava una vecchia televisione monumentale, in bianco e nero. Una sera, su una coraggiosa Rai 2, scoprii l’incredibile, irriverente, meraviglioso teatro di Dario Fo: il Mistero Buffo, le Caravelle, Bonifacio VIII. Rimasi inchiodato davanti a quello schermo come davanti a una finestra spalancata su un mondo che non sapevo esistesse. Poi l’ho visto dal vivo molte volte, e l’ho amato moltissimo. Così, mercoledì 28 ottobre, varcando la soglia a Bistagno per ascoltare Ugo Dighero, non andavo soltanto a teatro: andavo a incontrare due volte il mio passato.
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Un invito, anzi due. Devo confessare una cosa buffa. Per questa serata sono stato invitato due volte: da Patrizia Velardi, l’organizzatrice di Rete Teatri, e da Laura Deluigi, vicepresidente della SOMS. Ciascuna all’insaputa dell’altra, naturalmente, e ciascuna con la gentilezza di chi pensa di essere l’unica ad aver avuto l’idea. Rivelo qui il piccolo segreto, confidando nella clemenza di entrambe: sono venuto per tutte e due, e credo di aver applaudito per quattro.
Una sala strapiena. La serata apriva, insieme a quella del giorno prima a Cortemilia, la stagione 2026-2027 di “Teatro nelle Valli Bormida”, che si intitola, con un nome che a posteriori suona come un presagio, Che incanto!. Bistagno entra quest’anno per la prima volta nella rete, accanto a Cortemilia e Monastero Bormida, in un progetto condiviso tra tre Comuni e tre province. Quando sono entrato la sala era strapiena: e la serata è andata avanti fra risate e applausi abbondanti e sinceri, di quelli che non si ordinano.

Il coraggio dei ragazzi della SOMS. Qui va detto, e con fervore, che cosa hanno fatto i ragazzi della SOMS. Il livello delle precedenti rappresentazioni era già notevole, e l’ho potuto verificare di persona, sera dopo sera. Eppure hanno avuto il coraggio di alzare ancora l’asticella, portando in un piccolo teatro di paese un nome come Ugo Dighero e un testo come Mistero Buffo, che non è un titolo qualsiasi: è un pezzo di storia del teatro italiano. Ci vuole audacia, e un po’ di sana follia, per scommettere così in alto in un paese di provincia. E ci vuole l’ostinazione dei volontari per riempire poi la sala fino all’ultimo posto. Hanno vinto la scommessa, e con quanta classe.
Il bambino foresto. Dighero ha scelto due giullarate. La prima è Il primo miracolo di Gesù bambino, ispirata ai Vangeli apocrifi dal Mistero Buffo. Nella fuga, la Sacra Famiglia si ferma a Jaffa in cerca di lavoro, e il piccolo Gesù prova a fare amicizia con i bambini del posto, che lo deridono come “foresto”, un povero emigrante dal dialetto incomprensibile. Per farsi accettare compie un piccolo miracolo e diventa il capo dei giochi, finché il divertimento non è guastato dall’antipatico figlio del padrone della città. È la storia del diverso, del rifiuto e del bisogno di essere accolto: scritta decenni fa, e capace di parlarci ancora con la voce di un bambino.

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Il capraio e la sposa. La seconda è La parpàja topola, dal Fabulazzo osceno, che affonda le radici in un fabliau medievale. Giavan Pietro è un giovane capraio semplice, cresciuto in solitudine e terrorizzato dalle donne, che si nasconde tra le pecore ogni volta che ne vede arrivare una. Quando eredita la ricchezza del suo padrone, un misogino paranoico che era il suo unico contatto umano, si ritrova assediato da pretendenti e la spunta Alessia, la più bella. Ma lei è l’amante di Don Faina, e la madre costringe il prete a trovarle un marito. La prima notte di nozze è architettata a vantaggio del prelato, ma l’ingenuità del capraio commuove la ragazza e la storia si chiude a favore di lui. Un racconto “osceno” che diventa una favola poetica, comico ma mai volgare, in cui a vincere è l’innocenza e a perdere il potere che controlla i corpi con il senso del peccato.

La galoppata. E Dighero? Da solo sul palco interpreta tutti i personaggi, in una galoppata teatrale che toglie il fiato, e porta con immensa qualità e partecipazione il peso e la leggerezza di questi testi. Mi ha emozionato la sua intelligenza nel non imitare Fo, ma nel restituirne lo spirito: l’irriverenza e la tenerezza, la satira e la poesia, quel modo antico di far ridere per far pensare, di giullare che parla al popolo nella lingua del popolo. Dighero viene dalla scuola del Teatro Stabile di Genova e da una lunga storia con l’Archivolto e con Giorgio Gallione, e si vede in ogni gesto: nella voce che cambia, nel corpo che diventa un altro, nella sala che segue ogni passaggio senza perdere un respiro.

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Ci ha donato anche un bis, una irriverente e politicamente scorrettissima poesia dedicata agli sforzi -vani, assurdi, ingloriosi – che l’occidente fa per esportatore, armi in pugno, la Democrazia…il ridicolo della tragedia, semplicemente. E anche qui, appalusi scroscianti e meritatissimi.
Che incanto. Nell’anno del centenario della nascita di Dario Fo, premio Nobel per la letteratura nel 1997, questo teatro ha fatto festa. Il presidente della SOMS di Bistagno, Jacopo Gallo, ha ricordato che il teatro è una linfa vitale per i piccoli luoghi della cultura e ha chiesto sostegno per realtà come questa. Dopo una serata così, è difficile non essere d’accordo. Anche il sindaco di Monastero Bormida, Luigi Gallareto, era in sala, e ha ribadito quanto sia importante una programmazione condivisa tra i territori. Uscendo, mi sono ritrovato con una sensazione rara: quella di aver vissuto una festa incantata e incantevole, e di aver chiuso un cerchio. Perché quel ragazzo di sedici anni, davanti alla tv in bianco e nero del convitto, in quella sala strapiena avrebbe applaudito più forte di tutti.

