Muri di mattoni. Muri di pregiudizi. La comunità ebraica in Alessandria

Le prime notizie della presenza degli Ebrei in Alessandria risalgono al XVI Secolo, quando Alessandria (già detta di Lombardia dalla fondazione) è parte del Ducato di Milano retto da Francesco Sforza, Duca largo di privilegi essendovi in Milano e dintorni un notevole movimento industriale e commerciale, ma penuria di capitale mobile. Gli Ebrei che si insediano nel Basso Piemonte provengono soprattutto dalla Francia meridionale, dove sono frequenti le minacce di espulsione; altri provengono da Veneto, Stati estensi, Marchesato di Mantova.

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Le prime notizie in merito alle attività intraprese in Alessandria risalgono al 1490 e riguardano Abramo. figlio di Giuseppe Vitale de Sacerdoti, che apre un banco di prestito: il 30 agosto 1501 gli Anziani della Città convengono che Abramo, la sua famiglia ed i suoi eredi e successori possono trattenersi Città pur osservando alcuni patti, elencati in una convenzione per mezzo di strumento rogato dal notaio Aloisio de Stanchi; il patto più importante riguarda il suo banco, che deve essere sempre disponibile al prestito dei cittadini.

L’atto originale è andato smarrito, ma ancora si conserva copia assieme a quelle di altri patti stipulati: sono preziosi documenti da cui è possibile desumere l’origine del rapporto fra gli Ebrei e la Città di Alessandria gli Ebrei e la Città, tant’è che in seguito alla concessione di poter dimorare in Città vengono riconosciute alcune tutele ed addirittura delle esenzioni, fatto raro all’epoca.

Gli Ebrei sono esentati dal dovere di ospitalità nei confronti dei soldati e non sono costretti a portare segni distintivi della loro appartenenza religiosa, anche per non divenire facile oggetto di vessazioni; è riconosciuto loro il diritto di esercitare funzioni religiose senza temere alcun disturbo, neppure dagli ecclesiastici, e quello di seppellire i morti in un campo dedicato (ancor oggi esistente); inoltre possono macellare le carni secondo l’uso ebraico, senza praticare alcuna maggiorazione di prezzo, ed è loro consentito chiudere l’ufficio del prestito nei giorni delle festività ebraiche.

La ragione di tanta buona disposizione nei confronti degli Ebrei sta sicuramente nella decisione presa dai Reggitori della Città di far aprire loro un banco di soccorso per i bisognosi, misura resa necessaria dalla distruzione del Banco di Pietà da parte dei Francesi.

Chi pratica il prestito aveva obbligo di non applicare un tasso superiore al 25 per cento per i cittadini, mentre non v’è alcuna limitazione da osservare per i forestieri; Ebrei e non Ebrei possono associarsi e chi gestisce i pegni è tutelato in caso di furto, saccheggio o distruzione dei beni conservati poiché i questi casi non avrebbe dovuto rifondere il prezzo del pegno.

La tutela della persona è assicurata a pieno, poiché nessun Ebreo può essere arrestato o tenuto in prigione ad eccezione del caso di ribellione al re; non si può tenere contro gli Ebrei alcun processo per sospetto, a meno che non si raccolgano almeno tre testimoni degni di fede e comunque soltanto nel caso di reati gravi, quali l’omicidio o l’incendio doloso.

Un atteggiamento che in Lombardia e Piemonte meridionale cambia nei confronti degli Ebrei alla morte del Duca Francesco II Sforza nel 1535, quando i territori passano prima all’Austria e quindi alla Spagna.

Nell’Alessandria di quel tempo le condizioni di vita rimangono invariate anche quando alla famiglia Vitale si aggiunge la famiglia Levi, una trentina di persone, ma quell’inversione di atteggiamento politico spinge alcuni cittadini a chiedere addirittura a Filippo II di Spagna di limitare la residenza degli Ebrei a questi due nuclei familiari soltanto.

Gli Ebrei in Alessandria rimangono anche nel 1590, anno in cui Filippo II ordina l’espulsione di tutti gli Ebrei dallo Stato di Milano: in quel periodo Simon Vitale de Sacerdoti, che gode di notevoli influenze in vari Stati italiani, stringe un accordo grazie a cui gli venne consentito di rimanere in Città sino a quando non gli fossero stati resi i denari prestati al Re di Spagna.

Negli anni a seguire gli Ebrei svolgono come principale attività quella di prestatori di denaro e custodi di pegni senza subire gravi vessazioni; tuttavia si registrano tentativi di calunniatori, i quali raccontano vicende inverosimili di pratiche stregonesche di cui sarebbero protagonisti gli Ebrei.

Un episodio accaduto nel 1657 rileva il grado di affezione degli Ebrei alla Città di Alessandria, quando il Duca di Modena Francesco I è di stanza con le truppe in Acqui Terme al comando del celebre Raimondo Montecuccoli.

Il Duca si propone di conquistare Alessandria, fidando nel tradimento di un Ebreo al quale promette un lauto compenso per dar fuoco alle polveri, ben disposto a raddoppiarlo se avesse anche aperto una delle porte della Città; l‘Ebreo alessandrino finge di accettare l’incarico, mentre invece sottrae importanti documenti al nemico e li consegna ai suoi concittadini, mandando a monte il tentativo di colpo di mano.

Alla fine del ‘600 gli Ebrei in Alessandria sono circa 230 e sono i rari gli episodi di intolleranza, anzi a tal proposito si rammenta l’episodio del portinaio del ponte sul Bormida che avendo tentato di farsi pagare il diritto di passaggio da un Ebreo Alessandrino, viene redarguito dai Priori e dai Deputati della Città affinchè non molesti chi era cittadino a tutti gli effetti.

Il clima politico generale alla fine del XVII Secolo è tutt’altro che favorevole agli Ebrei ed Alessandria non fà eccezione, tant’è che i cittadini osservanti questa fede religiosa sono oggetto di azioni malevole nei loro confronti, perpetrate per volere del Cardinale Nunzio Milini.

Le Autorità cittadine però non applicano alcuna sanzione; anzi in diversi casi disattendono le disposizioni, come quella di non consentire agli Ebrei di passaggio di fermarsi in Città per più di tre giorni; atteggiamento che si ritrova anche nel caso del processo intentato dal sergente maggiore Carlo Sardi in cui gli avvocati difensori degli Ebrei, ingiustamente accusati d’ogni sorta di delitti, costruiscono una difesa basata su dieci punti in cui si riconosce il diritto di cittadinanza, quello di esercitare il prestito di denaro e la buona condotta commerciale, in taluni casi anche caritatevole perché in soccorso gratuito di bisognosi.

Al Senato di Milano che chiede il parere della Città, viene risposto che Alessandria non dimentica le origini iniziate sotto gli auspici della Santa Sede Apostolica e che gli Ebrei erano stati accolti non già per dar loro asilo, quanto piuttosto a beneficio del popolo.

Questione infine risolta con la decisione di far portare agli Ebrei un segno distintivo e di istituire il ghetto distante dal centro, ma era assai difficile trovare un quartiere che li potesse contenere tutti quanti, essendo oltre 250 e si erano aggiunti una ventina di correligionari cacciati via da Lodi.

Negli anni successivi la popolazione ebraica quasi raddoppia, grazie soprattutto all’afflusso di famiglie provenienti dal Modenese, e d all’inizio del ‘700 la Città di Alessandria, entrata a far parte dello stato sabaudo retto da Vittorio Amedeo II, vede confermati i privilegi che gli Ebrei si sono conquistati nel ‘500, seppur con qualche restrizione, ma con atteggiamento uniforme tenuto nei confronti di tutti gli Ebrei Piemontesi.

Per puro spirito pratico i Savoia insistono in merito all’istituzione dei ghetti, sprangato dal tramonto all’alba per tutti ad eccezione dei più ricchi, che possono vivere fuori in cambio di denaro versato al Principe, secondo con le Regie Costituzioni del 1723.

Nel 1761 re Carlo Emanuele III ordina il censimento degli Ebrei ed in Alessandria, perciò si contano 64 famiglie e complessivamente 420 persone: un aumento di popolazione che spinge la comunità a chiedere al re il permesso di allargare e rinnovare il Tempio e l‘assenso viene celebrato da un inno scritto dal rabbino Elia Levi Deveali.

I principi Vittorio Amedeo e la consorte Ferdinanda di Spagna il 28 giugno 1765 sono in visita in Città e gli Ebrei partecipano all’organizzazione dei festeggiamenti, perciò illuminano il tratto di strada occupato dal Ghetto, sfoggiano anche arazzi, allestiscono una loggia in raso verde ed oro dove prendono posto alcuni suonatori e fa bella mostra di sé un ampio cartellone con una lunga scritta beneaugurante, in latino.

La Rivoluzione Francese trova adepti anche fra gli Ebrei alessandrini, come Lelio fu Salomon Vitale che fa parte della Società Patriottica e della Commissione per la ricerca di denaro per l’armata francese; vi sono altri nomi di Ebrei che appaiono negli elenchi delle sottoscrizioni e forse per questo nel corso della prima restaurazione l’Università Israelitica di Alessandria viene tassata di 40mila lire; non va meglio neppure con la libertà conquistata dopo la battaglia di Marengo, perché nel 1803 il contributo versato dall’Università Israelitica di Alessandria è di 50mila lire.

Gli Ebrei di Alessandria mantengono sempre il diritto di continuare i commerci, purché non sorpresi a praticare l’usura e con Decreto dell’Imperatore Napoleone Bonaparte dettato a Madrid l’11 dicembre 1808, viene riconosciuto il Concistoro del Monferrato costituito dalle Università Israelitiche di Alessandria, Casale Monferrato, Acqui Terme, Asti, Nizza Monferrato, Moncalvo, Biella, Ivrea e Torino; Alessandria partecipa con una quota di 29mila franchi.

La seconda restaurazione vede Vittorio Emanuele I in Alessandria, per dar conferma dei privilegi e la comunità israelitica festeggia il passaggio con la costruzione di un arco di forma ellittica con tre porte e sei colonne in stile corinzio ed una cornice con quattro figure rappresentanti la Lode, la Diligenza, la Sapienza, la Grazia; si organizzano due serate con festeggiamenti e luci che piacciono molto ai cittadini ed ai nuovi regnanti, tant’è che il solito contributo straordinario viene ridotto a 30mila lire.

Ritorna alla Comunità ebraica un terreno destinato a cimitero che un ufficiale francese aveva requisito e trasformato in orto e viene istituita una consuetudine: in occasione del Natale il rabbino capo offre una moneta d‘argento al Prefetto.

Sorgono però questioni in merito alla tassazione interna alla comunità israelitica ed altre in ordine alla liquidazione delle proprietà immobiliari, non più ammesse dai principi restaurati, col rischio di far crollare il mercato immobiliare; permane la questione del Ghetto, poiché durante il periodo della dominazione francese alcuni ebrei erano andati a vivere altrove e gli spazi erano stati occupati da Cristiani.

I rapporti fra Ebrei e Cristiani sono buoni, ma un episodio è particolarmente significativo per comprendere il rapporto che lega gli Alessandrini: il 5 giugno 1835 nel Ghetto di Alessandria si festeggiano le nozze di due giovani Ebrei: gli invitati si accalcano, un pavimento cede e provoca la morte di 29 Ebrei e 17 Cristiani, mentre altre cinquantina persone sono ferite.

Occorre precisare che Carlo Alberto aveva cercato con insistenza di evitare ogni promiscuità fra Cristiani ed Ebrei, ma la situazione reale è ben diversa poiché fra gli invitati al matrimonio vi sono molti ufficiali dell’esercito e addirittura due cappellani militari.

L’emancipazione ottenuta in seguito alla proclamazione dello Statuto Albertino genera manifestazioni di giubilo ed una spesa di 3mila lire per i festeggiamenti:  gli effetti dell’integrazione si evincono dalla lettura degli elenchi dei componenti la milizia comunale di Alessandria dove nel 1848 figurano i nomi di ben 36 Ebrei e dieci anni dopo anche quelli di tre ufficiali ovvero il capitano Moise Torre, il tenente Aron Ottolenghi e il sottotenente S. Debenedetti.

Questo è il primo inserimento di Ebrei nell’organico di corpi militari, poiché altri nomi figurano nei ruolini e fra questi spicca sena dubbio Angelo Vitale, tamburino nel 1848, furiere maggiore nel 1959 che a Palestro (31 maggio) viene decorato con medaglia al valor militare, partecipa alla guerra di Crimea del 1854-55, è capitano nel 1862 e si guadagna una medaglia nella lotta al brigantaggio, quindi è alla presa di Roma del 1870 e termina la carriera come maggiore dei bersaglieri (muove a 45 anni, nel 1879).

La Comunità di Alessandria, gelosa dell’autonomia raggiunta, trova nella legge Rattazzi del 1857 motivo per amplificare la tendenza all’isolamento; in quel periodo figura di spicco è quella del mecenate Donato Ottolenghi, che propugna la costituzione di un Consorzio fra Comunità, ma non viene sostenuto dal Consiglio di Amministrazione della Comunità di Alessandria ed in seguito alla mancata adesione di essa al Congresso delle Comunità Italiana a Ferrara si dimette da Consigliere.

L’Ottolenghi comunque prosegue la sua opera ed appoggia nel 1855 l’organizzazione di una scuola elementare ebraica ed italiana e partecipa all’ideazione e quindi alla costruzione del nuovo Tempio Israelitico (1867-1871); fedele al suo motto “si pensi al povero” è sempre molto attivo nella cultura quanto in quello della beneficenza ebraica.

Altri Ebrei si distinguono in settori diversi, come il pittore Natale Della Torre; i consiglieri comunali Raffaele Vitale (eletto nel 1859), Giacomo della Torre (eletto nel 1859) e Donato Montel (dal 1860 e nel 1868); i consiglieri provinciali Giuseppe Vitale (eletto nel 1895) e Giuseppe Montel (eletto dal 1891 al 1898); l’orefice Israele Vitale nel 1863 è membro della Camera di Commercio e Bonaiut Vitale è presidente della Commissione Esecutiva dell’Esposizione artistica agricola industriale della Provincia di Alessandria.

Nelle attività economiche si distinguono le famiglie Vitale e Sacerdote, proprietari dei grandi magazzini SAVES (situati proprio in coincidenza dell’ex ghetto, a ridosso della Sinagoga), mentre Giuseppe Pugliese è avvocato civilista e Luigi Benedetto Montel professore di termotecnica e termodinamica al Politecnico di Torino.

Quale riconoscimento per l’impegno ed il sostegno economico profuso nella causa risorgimentale ottengono l’iscrizione all’araldo gentilizio i baroni Donato Montel (1863) e Moise Zacuti Levi Deveali (1892), oltre al conte di Vallepiana Emilio Ottolenghi (1883).

L’impegno alla causa nazionale è ribadito dal sacrificio del tenente Cesare Amar medaglia d’argento al valor militare e del soldato Mario di Davide Vitale, entrambi caduti nel corso della prima guerra mondiale, i cui nomi sono iscritti nel monumento equestre che la Città di Alessandria ha eretto ai suoi figli caduti nei giardini pubblici.

Le vicissitudini della seconda guerra mondiale riducono la Comunità Israelitica, causa le persecuzioni naziste, culminate con la deportazione e la morte dei campi di concentramento, ed il trasferimento di molti componenti a Milano, Genova o Torino.

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