World Wild Folk: la musica dei popoli sotto le volte di Palazzo Ghilini, con l’Ensemble Mistralia

Due occhi blu spiano tra le foglie: la copertina di World Wild Folk, olio su carta di Massimo Gariano, è già una dichiarazione di poetica.

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La musica del mondo ci guarda da dentro la foresta, selvatica e viva, e aspetta solo che qualcuno la chiami per nome. Domenica 20 settembre, nell’androne di Palazzo Ghilini ad Alessandria, l’ha chiamata l’Ensemble Mistralia, per la seconda edizione di “Arte e musica per l’anima. Un rifugio dal mondo moderno”, in collaborazione con la Provincia di Alessandria. E ringrazio moltissimo Ivana Zincone per avermi invitato all’evento.

Certo, non si poteva immaginare scenario più austero. L’androne di Palazzo Ghilini parla la lingua dell’istituzione: colonne di pietra e pilastri di mattoni a vista, volte alte e stucchi che appartengono a un altro secolo, inferriate di ferro battuto alla finestra tonda che si apre sopra il portale e, sul portale stesso, la scritta PROVINCIA. Qui ha sede l’amministrazione provinciale, la “casa dei comuni”, come ricorda una bacheca: luogo di atti e di delibere, di passi misurati e di voci che si abbassano per rispetto, dove una grande lanterna pende dal soffitto come un sorvegliante silenzioso.

Sul muro, la memoria ufficiale. Una lapide di marmo ricorda l’incontro, il 14 maggio 1859, tra Napoleone III e Vittorio Emanuele II, l’alleanza tra un imperatore e un re alla vigilia della campagna per l’indipendenza e l’unità della Patria. La collocò l’Amministrazione provinciale a un secolo di distanza: maiuscole, date in numeri romani, solennità. È il registro alto della storia, quello che si scrive nella pietra perché resti.

Eppure è proprio qui, tra il marmo della Patria e le grate di ferro, che la musica più libera ha trovato casa. Il contrasto sembrava quasi un’epigrafe del concerto: da una parte il rigore delle istituzioni, dall’altra un suono senza frontiere, selvatico e popolare, nato nelle strade, nei villaggi, nelle feste e nelle lotte di gente che non ha mai avuto una lapide. Le inferriate, in quell’androne, erano di ferro battuto; le barriere della musica cadevano una dopo l’altra.

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A preparare l’ascolto, Chiara Corradi con le sue “Pillole d’arte”: un’introduzione appassionata e interessante, giocata sulla reale e profonda popolarità di Giotto.

Poi la musica. Michele Menardi Noguera ai flauti, Luca Sciri al clarinetto, Leonardo Ferretti Gallino al pianoforte, Giovanni Piccardo a percussioni e tuba: una formazione che sulla carta sembra un azzardo e dal vivo diventa un’evidenza, con i fiati a cantare, il pianoforte a sostenere l’architettura dei brani, tuba e percussioni a dare il passo. Si parte con Bregović, e subito dopo si apre la steppa, con una splendida medley di brani popolari russi. Poi le musiche occitane, e quello specchiarsi di brani palestinesi e klezmer, due tradizioni lontane che si riconoscono e si rispondono come in uno specchio. Più avanti arriva la medley degli Inti-Illimani, che culmina in El cóndor pasa e porta l’altopiano andino fin sotto gli archi del palazzo. Con Bregović si chiude, come si era cominciato, ijn un modo struggente e trascinante, com’è giusto e sano che sia.

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È stata una cavalcata meravigliosa tra i continenti, i popoli e la loro musica, e dietro i brani si leggeva una volontà precisa: unire le culture in un’immensa koiné umana, una lingua comune, come dice la parola greca, fatta di melodie, danza e nostalgia. Nessuna barriera di confine, nessuna gerarchia tra le tradizioni: ciascuna ha avuto la sua voce e tutte, insieme, hanno parlato la stessa.

Bravissimi, e non è un aggettivo di cortesia. Il pubblico lo ha detto con gli applausi, i quattro lo hanno ricevuto con il sorriso di chi ha appena ricordato a una sala intera perché si suona.

Io ho cantato quasi tutto a fior di labbra, brano dopo brano, con una commozione che non voglio nascondere. Perché certe musiche non si ascoltano soltanto: tornano. Tornano a Felizzano, quando, giovanissimo e nutrito di rock, ascoltai La Lionetta e scoprii canti così diversi da quelli che avevo nelle orecchie. Torna la magia bretone di Alan Stivell e dei suoi Tri Martolod, che da allora non ha mai smesso di chiamare.

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È questo che accade quando i popoli si uniscono e le barriere cadono nel nome della musica e della bellezza. Quando l’ultima nota si è spenta, la lanterna sopra di noi era accesa e il giorno declinava. Per un pomeriggio, il “rifugio dal mondo moderno” del sottotitolo non è stato uno slogan: è stato un luogo vero, un atrio istituzionale trasformato in piazza del mondo. E da giorni sul mio lettore di CD gira il loro lavoro, con la loro splendida interpretazione, perché il viaggio non finisca.