Gli influencer che non fanno un tubo

C’è stato un tempo in cui l’influencer entrava in camera da letto alle cinque del mattino per mostrarci come si diventava miliardari prima di colazione. Acqua e limone, meditazione, venti flessioni, agenda della giornata, corsa, doccia gelata, tre podcast e poi via, a conquistare il mondo. Adesso, finalmente, la rivoluzione: l’influencer non fa più niente.
È nata la figura dell’influencer trascendente, detta anche, con una certa precisione sociologica, suora digitale. Su TikTok e Instagram c’è chi si filma mentre fa la calza, sistema le piante, spazza il cortile, legge un libro o semplicemente sta lì. In silenzio. Nessun prodotto da comprare, nessun codice sconto, nessun «ragazzi, link in bio». Al massimo un gomitolo.
Il fenomeno nasce come presa in giro della hustle culture, quella religione contemporanea secondo cui se alle 5.12 non sei già in piedi a fare yoga, leggere Seneca, rispondere a 46 mail e costruire una startup mentre prepari il porridge, stai sprecando la tua vita. L’anti-productivity ha deciso di vendicarsi: basta performance, basta ottimizzazione, basta trasformare anche il riposo in una competizione.
Così arriva il monastic-core: estetica da convento, ritmi da eremita e contenuti che sembrano concepiti apposta per far venire sonno all’algoritmo. Una ragazza fa la maglia per quaranta minuti. Un ragazzo innaffia l’orto. Un’altra legge in poltrona senza dire una parola. E sotto, milioni di persone guardano.
È la grande contraddizione del nostro tempo. Per scappare dai social bisogna andare sui social. Per disconnettersi dal telefono bisogna accenderlo. Per ritrovare la lentezza bisogna collegarsi a una diretta. E soprattutto, per dimostrare di non avere più nulla da dimostrare, bisogna accumulare milioni di visualizzazioni.
Il convento, insomma, è diventato l’ultima frontiera dell’economia dell’attenzione. Una clausura con il Wi-Fi, le notifiche attive e magari qualche sponsorizzazione discreta sul rosario.
Sarò anche un boomer, ma continuo a chiedermi come certi video possano avere così tanti follower. A me ricordano certi documentari in bianco e nero, noiosissimi, che trasmetteva la Rai quando ero bambino. O, peggio ancora, quei programmi del Dipartimento Scuola Educazione che riuscivano nell’impresa di stroncare la finestra dei cartoni animati delle cinque del pomeriggio. Solo che allora, almeno, dopo arrivava Goldrake.

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