Dentro la collina: i paesaggi lenti di Piergiorgio Panelli nel castello di Mango

Dal 4 al 14 settembre, all’Enoteca Regionale Colline del Moscato d’Asti, una ventina di opere del pittore casalese. Inaugurazione sabato 5 alle 17, nel paese del partigiano Johnny.

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Ci sono strade che non si percorrono mai da estranei. La salita verso Mango è una di queste. Le curve si stringono, il Moscato si arrampica ordinato sui fianchi, e poi, all’improvviso, il castello: quella mole che gli Astigiani vollero sul crinale nella seconda metà del Duecento e che oggi custodisce l’Enoteca Regionale Colline del Moscato d’Asti.

Io Fenoglio l’ho letto e amato da sempre. E ogni volta che arrivo alla chiesa di San Donato e mi fermo a rileggere i cippi con le sue parole, dentro di me succede una cosa doppia, che non riesco mai a separare: da un lato la commozione per ciò che quelle frasi dicono, per gli uomini che le hanno abitate; dall’altro l’ammirazione per come sono scritte, per quella lingua incredibilmente intrigante, storta e precisissima, che nessuno in Italia ha più saputo scrivere. Qui la Langa smette di essere paesaggio e diventa racconto. Mango fu presidio della Resistenza, e in queste vie Fenoglio collocò il suo Johnny, secondo del tenente Pierre, tra gli azzurri di Nord. Ed è qui che sabato 5 settembre, alle diciassette, si apre Dentro la collina, la personale di Piergiorgio Panelli.

La mostra è promossa da Manganum ODV, l’associazione culturale che a Mango tiene viva la memoria fenogliana e che del Percorso del partigiano Johnny è stata la custode. Non è un dettaglio organizzativo: è il primo dato critico della mostra. Perché portare la pittura di Panelli dentro l’Enoteca Regionale del castello significa metterla in un luogo che parla già per conto suo, e che parla di due cose insieme.

Da una parte il vino, il Moscato, il lavoro paziente di generazioni che hanno pettinato questi versanti fino a farne un paesaggio riconosciuto in tutto il mondo. Dall’altra la guerra, i rastrellamenti, i ragazzi con le armi in mano che di questa stessa collina fecero un riparo e a volte una tomba. La Langa è tutto questo contemporaneamente, e chi ci vive lo sa: la dolcezza e l’asprezza non si alternano, coesistono nello stesso metro quadro di terra.

Ecco perché la scelta del luogo, per Panelli, non è mai casuale. Non lo è mai stata. A Viarigi, in maggio, aveva appeso Il giardino segreto dentro la chiesa di San Silverio, tra muri scrostati fino al mattone vivo e affreschi che non sono più interi: e le tele dialogavano con quelle ferite come se si conoscessero da sempre. A Casale, in giugno, era entrato nella ex Cappella del Castello dei Paleologi accanto alle sculture di plastica riciclata di Giorgio Grosso, sotto il titolo Sotto osservazione. Ora Mango. Tre luoghi, una stessa idea: che un quadro non si appende a una parete, si mette in ascolto di un posto.

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Il curriculum lo si può riassumere in tre righe: pittore casalese, sessantacinque anni quest’anno, critico d’arte, curatore, presidente del circolo culturale Piero Ravasenga, direttore artistico della collezione di San Valerio nella Diocesi di Occimiano. Dalla fine degli anni Ottanta porta avanti con coerenza un linguaggio riconoscibile eppure sempre diverso da se stesso. Ma il curriculum non dice la cosa più importante, e la cosa più importante è che Piergiorgio è un amico, e uno di quegli amici con i quali il confine tra la conversazione e l’arte semplicemente non esiste. Quando parli con lui sei già dentro un quadro. E quando poi guardi un suo quadro senti che lui è ancora lì, che non se n’è andato del tutto, che ha lasciato qualcosa di sé nella materia, in quei segni trasversali che attraversano le sue tele come una presenza silenziosa. Del resto, nella mia living-room c’è una sua Tartaruga lenta. La vedo ogni giorno e ogni giorno mi dice qualcosa di diverso. È il segno più semplice e più vero di cosa significhi avere un’opera d’arte in casa: non un oggetto decorativo, ma una presenza viva che continua a parlarti, che cresce con te, e che anche nei giorni in cui senti addosso la stanchezza ti ferma e ti chiede di vivere la bellezza. Di lui ho scritto più volte, negli ultimi anni, con le mie parole di non-critico, di semplice appassionato. E ogni volta ho cercato di capire la stessa cosa: cosa succede dentro quei paesaggi che lui chiama Paesaggi lenti.

Credo di aver capito che per lui la lentezza non è pigrizia e non è indugio: è una forma di rispetto verso il mondo. È la convinzione che le cose belle vadano attraversate con la giusta calma, e che una collina non si riveli a chi passa di corsa ma soltanto a chi si ferma, a chi ha il coraggio di sostare. E Piergiorgio si ferma. Da anni si ferma davanti al paesaggio, lo assorbe, lo vive, se lo porta dentro. Poi lo restituisce sulla tela: non come una fotografia, men che mai come una cartolina, ma come emozione pura.

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Le opere che vedrete a Mango — una ventina — appartengono tutte alla stessa famiglia, quella dei Paesaggi lenti, che è insieme un titolo e una dichiarazione di poetica: un nome solo che li raccoglie tutti, perché tutti nascono dallo stesso gesto. Ce n’è una in cui un fronte di viola profondo occupa l’intera fascia alta della tela, e sotto scorrono i gialli e i verdi dei versanti, con schizzi bianchi sospesi come una grandine ferma a mezz’aria e colature verdi che scendono fino a uscire dal quadro, come se la terra continuasse anche dove la tela finisce. In un’altra, la neve: bianchi su bianchi, appena rotti da una lunga macchia bruna e da due punti di rosso che sono forse una cascina, forse solo la memoria di una cascina. In un’altra ancora, un rosso acceso al centro di un campo di gialli e rosa, con un colpo di bianco che attraversa tutto come un lampo trattenuto.

Sono colori che colano come linfa da un albero ferito. Sono violetti e rossi che sono colline viste con gli occhi chiusi. Sono verdi delicatissimi e bianchi che sono i silenzi in cui tutto è avvolto. Panelli non descrive la natura: la lascia affiorare nella purezza dei sentimenti. E quel titolo, Paesaggi lenti, racconta il desiderio di rallentare il tempo fino a farlo diventare sospeso, in una dimensione sensoriale che cerca una serenità atavica, lontanissima dalla frenesia dei nostri giorni.

E arriviamo al titolo di questa mostra, che è la cosa più bella che Piergiorgio potesse scegliere per Mango. Non davanti alla collina. Dentro.

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C’è un salto, in questa preposizione. Perché il paesaggio che Panelli ha attraversato per decenni è quello del Monferrato, le colline che conosco e amo, più larghe, più domestiche, disposte in onde lunghe. Qui invece è la Langa: più aspra, più verticale, più cantata. La bella ma aspra collina, come è stato scritto — quella che Pavese e Fenoglio hanno inseguito cercando la poesia di una natura che trapassa la superficie del tempo e della luce.

Entrarci dentro vuol dire due cose insieme, e Panelli le sa entrambe. Vuol dire, per un pittore, smettere di stare al di qua della tela. Il rapporto fra uomo e natura che queste opere raccontano è fatto di amore e di odio, di luci e di ombre, mai di sola contemplazione: si entra nella collina come si entra in una cosa viva, che ti accoglie e insieme ti resiste. E vuol dire, in questo paese e non in un altro, qualcosa che ha il peso della storia. Dentro la collina, qui, ci sono stati degli uomini. Ci si sono nascosti, ci hanno dormito, ci sono morti. La stessa terra che oggi guardiamo dipinta in viola e in verde è quella che li ha coperti. Non è retorica: è il motivo per cui a Mango un quadro di paesaggio non può mai essere soltanto un quadro di paesaggio.

Sostare davanti a queste tele, allora, diventa una forma di ascolto. E il tempo sospeso che Piergiorgio cerca somiglia molto al tempo dei cippi di San Donato: quello in cui ci si ferma, si legge, e qualcosa dentro si muove.

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Sabato pomeriggio salirò di nuovo quella strada. Farò come sempre la sosta a San Donato, e come sempre resterò più a lungo del previsto davanti a quelle parole nella pietra. Poi entrerò nel castello, dove un amico avrà appeso venti tele, e proverò a dire qualcosa che sia all’altezza di quello che ha fatto.

Non è un lusso, tutto questo. È una necessità. In un tempo che ci chiede di attraversare tutto di corsa, fermarsi davanti a una collina dipinta — o davanti a una collina vera — è un gesto che ci restituisce qualcosa che stavamo perdendo senza accorgercene.

Venite a Mango. Portatevi il tempo che serve. Entrate dentro la collina.