Quando il tramway sbuffava sulle strade della provincia – da LMCA 619

Dalla prima corsa del 1880 ai viaggi avventurosi verso Lobbi: locomotive a vapore, deragliamenti, passeggeri chiamati a spingere e la singolare storia della “bella Virginia”

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Quando il treno aveva raggiunto Alessandria, il 1° gennaio 1850, aveva già cominciato a cambiare il rapporto della città con le distanze. Trent’anni più tardi un altro mezzo di trasporto era entrato nella vita quotidiana degli alessandrini e soprattutto degli abitanti dei paesi: il tramway a vapore. Non correva su una sede ferroviaria isolata, ma seguiva in gran parte le strade, attraversava gli abitati, passava davanti alle case. Portava persone e merci là dove una stazione ferroviaria non c’era e, proprio per questo, aveva rappresentato una piccola rivoluzione.

Due linee e tre giorni di festa
L’iniziativa era partita dagli imprenditori Domenico Bellisomi ed Ercole Belloli, che già nel 1876 avevano proposto due collegamenti: Alessandria-Casale Monferrato e Alessandria-Sale.
Le due linee erano state inaugurate il 1° agosto 1880. Alessandria aveva attribuito all’avvenimento una solennità oggi difficile da immaginare. Alle cerimonie aveva partecipato anche il ministro di Grazia e Giustizia Tommaso Villa, mentre il sindaco Vittorio Zoppi aveva disposto limitazioni alla circolazione lungo le strade interessate dal passaggio dei convogli addobbati con fiori e bandiere. Nei sobborghi, a San Michele e a Lobbi, l’arrivo della locomotiva aveva costituito uno spettacolo.
Per chi era abituato al lento procedere dei carri agricoli e delle carrozze a cavalli, quei vagoni trascinati da una macchina che sbuffava rappresentavano quasi l’irruzione del futuro. Solo dall’ottobre 1881 le linee erano passate alla società belga Société Anonyme des Tramways à Vapeur de la Province d’Alexandrie, che avrebbe poi legato per decenni il proprio nome alla rete tranviaria provinciale.

Venti chilometri all’ora, quando tutto funzionava
La velocità massima era di circa venti chilometri orari. Oggi fa sorridere; allora appariva tutt’altro che trascurabile. Da Alessandria a San Michele occorrevano una ventina di minuti. Per raggiungere Lobbi, distante circa dodici chilometri, serviva invece quasi un’ora. Carlo Pagella, per molti anni presidente dell’ATM e autore di Lobbi amore mio, aveva ricordato che i contrattempi erano numerosi. Il più frequente era il deragliamento della locomotiva o di qualche vagone, soprattutto in corrispondenza delle curve dopo Castelceriolo e alla Costantina. La motrice aveva ricevuto presto un soprannome dialettale: “ra cafetera”. E qualche volta la caffettiera rimaneva davvero senza fiato.
Se mancava il combustibile, i passeggeri scendevano e cercavano legna nelle campagne circostanti, aiutati magari da qualche contadino. Una sega in dotazione alla locomotiva consentiva poi di ridurre i pezzi alle dimensioni necessarie per alimentarvi il fuoco. La modernità, insomma, funzionava anche grazie alla collaborazione degli utenti.
Non era neppure insolito che, affrontando la salita verso Castelletto Scazzoso dopo la fermata della Cerca, i viaggiatori dovessero scendere dalle carrozze e dare materialmente una spinta al convoglio. A fine Ottocento il viaggio fra Alessandria e San Michele Chiesa, circa cinque chilometri, costava 35 centesimi in prima classe e 25 in seconda. Il convoglio poteva comprendere la locomotiva con il tender del carbone, una carrozza di prima classe, una di seconda e, quando necessario, un carro merci.

Virginia, i suoi cani e due asini sui binari

Ma il tramway non era soltanto un mezzo di trasporto. Intorno a quelle rotaie si era formato un piccolo mondo di racconti, incontri e personaggi. Fra questi Carlo Pagella aveva ricordato Virginia Malagoni, conosciuta a Lobbi come “la bella Virginia” dagli adulti e “Virginia dei cani” dai bambini. Era stata una cantante d’operetta. Aveva lasciato il palcoscenico e viaggiava con un carrozzone trainato da due asini, circondata da numerosi cani randagi raccolti lungo il cammino.
All’inizio degli anni Trenta era arrivata anche a Lobbi. Sul carrozzone aveva esposto fotografie che la ritraevano nei personaggi interpretati negli anni della scena. La sera cantava arie della Vedova allegra, del Paese dei campanelli, di Cin-Cin-Là e di Scugnizza. Non chiedeva l’elemosina: cantava, accettava qualche moneta e soprattutto il cibo destinato ai suoi animali. Proprio i suoi due asini erano stati protagonisti di uno degli episodi più curiosi degli ultimi anni del vecchio tramway.
Nei pressi della Costantina due asini si erano piazzati in mezzo ai binari. Il convoglio diretto verso Piovera aveva dovuto fermarsi. Fischi, richiami e tentativi di spostarli non erano serviti a nulla. Qualcuno aveva pensato che gli animali avessero familiarità con Virginia e l’aveva fatta chiamare. Anche lei aveva cercato inutilmente di convincerli ad abbandonare i binari.
Poi aveva avuto un’intuizione: procurare due bottiglie di vino. Una per ciascun asino. Dopo aver bevuto, i due asini avevano finalmente lasciato i binari, consentendo al tramway di riprendere la corsa.
E il tramway aveva ripreso lentamente la corsa. È forse proprio in episodi come questo che si comprende cosa fosse stato davvero quel mezzo. Non soltanto una tecnologia nuova, ma il punto d’incontro fra due mondi: quello antico delle campagne, degli animali e dei ritmi contadini e quello moderno delle rotaie, delle locomotive e di una provincia che aveva incominciato a muoversi più velocemente. Anche se, qualche volta, per far ripartire il progresso servivano due bottiglie di vino.

Nell’immagine: il tram a vapore arriva a San Michele (Collezione Tagliafico, g.c. per Piccinini, Fabbio, Ferrari, La Chiesa e la Piana, Giaveno, 2024)

 

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