I ribelli di Santa Libera: quei ragazzi tornati in collina perché il conto non tornava

Ho sempre pensato che il mio modo di guardare ai partigiani me lo avesse regalato Davide Lajolo. A conquistare la rossa primavera, letto da ragazzo, quando un amico di famiglia mi mise in mano i suoi libri: l’epica delle colline, i giovani che salgono, il partigiano Ulisse che comanda nel Monferrato e poi scrive. Era un mondo intero, e per anni è stato l’unico.
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Poi ho scoperto Fenoglio, e con lui il disincanto. La paga del sabato, il romanzo che Einaudi rifiutò nel 1950 e che uscì soltanto nel 1969, dopo la morte dell’autore: la storia di un ex partigiano che dalla guerra esce inadatto a tutto e finisce nei traffici. Vittorini lo bocciò per ragioni di scrittura. Ma è difficile non pensare che quel ritratto, in quegli anni, fosse anche scomodo. E leggendo Fenoglio, e non soltanto lui, ho scoperto una cosa che nessun manuale mi aveva detto: che in molti, dopo, sentirono tradito il sangue versato fra quelle colline.
Il libro che Laurana Lajolo ha ora ripubblicato per Baima & Ronchetti, nella collana «Piemontesi. Storie e memorie», racconta proprio il giorno in cui quel sentimento uscì dalle pagine e si rimise in armi. Si intitola I ribelli di Santa Libera. Storia di un’insurrezione partigiana (agosto 1946), ed è la ricostruzione di una vicenda che per quarant’anni nessuno ha voluto raccontare. A firmarla è la figlia dell’uomo che quell’epica l’aveva scritta.

Era il 20 agosto 1946: un gruppo di giovani partigiani astigiani riprese le armi e costituì un comando a Santa Libera, frazione di Santo Stefano Belbo. Li guidava Armando Valpreda, già combattente in una divisione di Giustizia e Libertà, segretario dell’ANPI provinciale di Asti. La ragione di fondo era l’amnistia del 22 giugno, firmata dal ministro della Giustizia Palmiro Togliatti nel governo presieduto da Alcide De Gasperi: gli ex fascisti rientravano nelle istituzioni, mentre i partigiani venivano licenziati e restavano senza sussidi. La miccia si accese proprio lì: ad Asti il capo della polizia ausiliaria, che tra i suoi uomini aveva arruolato dei partigiani, era stato sostituito con un ex ufficiale della polizia coloniale dell’Africa orientale.
Non serve alzare la voce, raccontando una cosa simile. Basta dirla, così come fa Laurana Lajolo, senza enfasi, senza retorica. Quei ragazzi avevano combattuto per liberare il Paese, e adesso vedevano tornare al comando esattamente gli uomini che il Paese lo avevano rovinato. La paga che gli veniva messa in mano non era piccola: era sbagliata.
Al comando di Santa Libera cominciarono ad arrivare adesioni da gruppi partigiani di tutta Italia. La protesta poteva diventare insurrezione contro lo Stato, e l’accanita reazione delle destre spingeva nella stessa direzione: il rischio di una nuova guerra civile fu concreto. A salire a trattare furono il vicepresidente del Consiglio Pietro Nenni, i dirigenti del PCI e i comandanti partigiani. Dopo pochi giorni i ribelli scesero, con l’impegno del governo ad attuare alcune delle richieste e l’impunità sotto condizione. E poi, per tutelare i protagonisti e per opportunità politica, su Santa Libera calò un silenzio lungo quarant’anni. Ricordate il famoso detto del Conte-Zio manzoniano: Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire? Così le ragioni di Valpreda e dei suoi sodali sono state sopite per tanto tempo.

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Laurana Lajolo quella vicenda l’aveva ricostruita già nel 1984, per un convegno dell’Istituto per la storia della Resistenza di Asti. Ma dovettero passare dieci anni prima che avesse in mano la documentazione sufficiente per farne un libro, e la difficoltà maggiore non fu archivistica: fu convincere Valpreda. Dimostrargli che voleva raccontare quella storia riconoscendone la motivazione ideale, e non farne un caso di ordine pubblico. Solo dopo aver guadagnato quella fiducia ebbe accesso ai documenti che i partigiani si erano tenuti, e alle loro vite. Dieci anni per meritarsi un racconto: c’è un’etica del mestiere, in questo, che oggi si vede raramente.
Ed è qui che si vede la qualità rara di questo libro. Laurana Lajolo è una storica di rigore assoluto: incrocia le testimonianze con i documenti, colloca la protesta dentro il 1946 vero, quello del referendum e del voto alle donne, ma anche della disoccupazione e degli Stati Uniti che minacciano di sospendere gli aiuti se il governo italiano non si stabilizza. Non concede nulla alla leggenda. E però, dentro quel rigore, batte un’empatia che non si nasconde e non si scusa: dice di aver ammirato la purezza di cuore di quei giovani, il loro slancio ideale, la dirittura morale di Valpreda. Le due cose non si annullano, si tengono. È la differenza tra chi studia una vicenda e chi la sente come propria pur continuando a studiarla, e in questo, chissà, c’è anche il modo di guardare che le ha lasciato Ulisse. Poi, da storica, aggiunge la cosa che costa: fu un atto emotivo, e non poteva cambiare il corso degli eventi. La sconfitta politica resta. La ragione morale, no.

Che io sia dalla parte di quei ragazzi, a questo punto l’avrete capito. Non è tifo, ed è per questo che il libro di Laurana Lajolo mi convince: perché non chiede al lettore di scegliere, gli chiede di capire. Poi ognuno starà dove deve. E ve lo dice uno che di libri partigiani ne ha letti davvero molti: I ribelli di Santa Libera mi ha raccontato una storia che non conoscevo, o che non ricordavo con questa ampiezza e con questa importanza.
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Il libro, nella bella ristampa appena uscita, verrà presentato domenica 30 agosto alle 18 alla Biblioteca di Belveglio, in via XX Settembre 1, per iniziativa dell’Associazione Biblioteca di Belveglio. A ottant’anni dall’insurrezione, Laurana Lajolo dialogherà con Mario Renosio, storico, già direttore scientifico dell’ISRAT e presidente provinciale dell’ANPI di Asti. Seguirà «L’Aperitivo in Biblioteca». Il volume è in libreria a 18 euro.
Domenica sarò in sala. E ascoltando dialogherò anch’io: con la vicenda, e con le ombre di quei ragazzi, che avevano creduto di cambiare il mondo e la Storia, e che la Storia ha abbandonato.
