Chiudi gli occhi che si va: Il paese di Filastrocca di Enzo Bensi, viatico per un’estate gioiosa

C’era una pizzeria a Cassine, all’inizio dell’estate. C’era chi scrive seduto davanti alla sua prima pizza dopo tanto tempo, non un dettaglio dietetico ma un piccolo ritorno alla vita di certe cose semplici. E di fronte a me Enzo Bensi e Clara Demarchi, e nel modo in cui Enzo raccontava e guatava il libro, che tenevo tra le mani, mentre ne parlava, c’era tutto il caldo piacere dell’amicizia vera, quella che non ha bisogno di preludi né di spiegazioni.

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Sono in ritardo con questa recensione, lo confesso. Le tante cose da fare me l’hanno rimandata di settimana in settimana. Eppure il libro mi chiedeva ogni giorno di parlare di lui, appoggiato lì sul tavolo dello studio, con quei colori piccoli e quella copertina che aspettava con la pazienza mite degli oggetti fatti bene. Ora eccomi qui, ad agosto pieno, e forse è il momento migliore. Perché Il paese di Filastrocca di Enzo Bensi è esattamente il libro giusto come viatico per un’estate gioiosa per i piccoli, ma non solo.

Enzo racconta il suo libro con l’orgoglio pudico di chi sa di aver messo insieme una cosa piccola e importante insieme, di chi ha capito, forse tardi ma con esattezza, che quel gioco che faceva la sera con sua figlia era già letteratura. E Clara sorride, perché quel libro lei lo porta con lui nelle scuole, lo legge ai bambini, lo trasforma in teatro. Un altro sodalizio, dopo il Dante che ho visto fatto da loro al Teatro di Bistagno e dopo la matita copiativa del due giugno a Pasturana. Un’altra tessera nel loro racconto a due voci.

Un libro che nasce da una bambina

La dedica, aperta la prima pagina, mi ferma. «Questo libro è dedicato a Giulia, mia figlia: quando era piccola mi chiedeva ogni sera di inventare e raccontare una “storia”.» Enzo scrive che alcune di quelle invenzioni, le più apprezzate dal suo pubblico ristretto ma sempre molto esigente, erano diventate un classico in casa loro. E che quel gusto di creare con le parole «mondi fantastici e rassicuranti per i più piccoli» non lo ha più abbandonato.

Leggo e sorrido, con la strana intimità di chi riconosce un gesto che è stato anche il suo. Io ho una figlia che ormai è più che trentenne, ma quando era piccola queste cose le facevo con lei, eccome. Le storie inventate sul bordo del letto, i personaggi buffi coniati sul momento, i mondi fantastici che nascevano dalla stanchezza di fine giornata e diventavano poi, come per Enzo, un piccolo classico privato. Non ne è rimasta traccia scritta, io non le ho raccolte. Enzo sì. E gliene sono grato, perché in queste sue pagine ritrovo qualcosa che credevo perduto solo mio.

C’è tutta la biografia dell’autore, in quella dedica. C’è il padre che a fine giornata si siede sul bordo del letto e comincia. C’è la figlia che ascolta con quella meraviglia solenne che solo i bambini sanno dare al buio. E c’è, prima ancora dell’attore che sarebbe diventato Odysseo, del narratore che con Clara avrebbe innalzato la matita del 1946 come oggetto sacro, un uomo che imparava, senza saperlo, il mestiere più antico del mondo: cavare mondi da una lingua sola.

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Il patto di lettura

Il libro si apre con una promessa. «C’è un paese in riva al mare / che si può solo sognare. / Se lo cerchi non lo vedi / ma esiste se ci credi.» E poi l’incantesimo diventa dispositivo, gesto rituale da bambini: «Chiudi gli occhi che si va / io ti porto proprio là. / Gira in tondo, il naso tocca… / sei arrivato a Filastrocca!»

Sono versi minimi, quattro accenti perfetti, e sono la cosa più difficile del mondo. In quel «se lo cerchi non lo vedi ma esiste se ci credi» c’è il patto che ogni scrittore stipula silenziosamente con il proprio lettore, e che qui viene detto ad alta voce perché il lettore è piccolo e ha bisogno che gli si spieghi la regola del gioco. Nel giro di poche righe Enzo passa la parola al bambino e lo rende complice: non è più lettura, è viaggio a occhi chiusi.

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Sette personaggi buffi e un vecchio albero

Sono nove le filastrocche di Il paese di Filastrocca, sette dedicate ad altrettanti abitanti di questo paese immaginario in riva al mare, più il paese stesso e un albero antico che si chiama Vecchiotronco. C’è Sognidoro, il sognatore, che «pensa e sogna / come volo di cicogna» e si vede già a occhi aperti astronauta sulla luna, capo indiano, imperatore, «corsaro dei Sargassi, / gran terrore dei gradassi», salvo poi confessare, in una risata deliziosa, che «tutto sogna e tutto fa / in panciolle sul sofà». C’è Panciagrossa, il prepotente, «gradasso» dal «ghigno cattivone» e dagli occhi «rosso brace». C’è Giantranquillo, l’imperturbabile, quello che veste da orso «calda estate o freddo gelo», sudando sotto strati di lana come una piccola pentola a pressione umana.

E poi Zumpappà il musicista, Fischietto il vigile, Baffodoro il pompiere, Chichitei il sindaco. Ognuno con la sua filastrocca, ognuno con la sua illustrazione, ognuno con un QR code accanto ai versi, perché il libro suona: basta inquadrarlo per sentire la filastrocca letta ad alta voce, come Enzo faceva la sera per Giulia. Un piccolo teatro portatile, un audiolibro travestito da album da colorare.

Enzo, con la delicatezza dell’insegnante che non insegna, mette sotto i versi anche piccoli glossari, giochi di parole, verbi da coniugare, aggettivi rari da cercare: gaio, balzana, folle, tocca. Fa quello che faceva Rodari, senza nominarlo. Fa quello che ogni buon padre fa senza saperlo, quando trasforma la ninna nanna in vocabolario e la buonanotte in un viaggio verso l’Africa selvaggia, l’Australia, il Giappone, «la vasta Cina».

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Cont’anima: trecento anime che rispondono

Ma il libro non finisce nel libro. Nell’ultima parte Enzo racconta il progetto Cont’anima, e qui il pezzo mi si allarga il cuore. Le sue nove filastrocche sono state date in lettura a quasi trecento «artisti» di tutte le età, dai quattro ai novantanove anni, ognuno dei quali ha scelto una storia in rima e l’ha illustrata a modo suo. Un bambino di quattro anni con i pennarelli e una signora di novantanove con quello che aveva sotto mano. Tutte le opere sono state esposte in una mostra a Palazzo Robellini di Acqui Terme, con il sostegno della Biblioteca Civica e del suo delegato Matteo Ravera e con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune.

E c’è un movimento in più, che è quello che davvero mi ha commosso. Ogni visitatore, davanti alle opere, ha compilato un questionario anonimo indicando quale illustrazione lo avesse più emozionato e perché. Quei questionari, insieme alle motivazioni degli artisti stessi, diventeranno materiale per un libro di arteterapia curato dalla dottoressa Serena Baretti, fondatrice dell’atelier Ricicreando di Acqui Terme.

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Chi scrive vede in questo passaggio la conferma di una cosa che sospettava da tempo. Enzo non è solo l’attore che ho raccontato in scena con Ulisse, non è solo la voce che con Clara ha fatto risuonare la Repubblica del 1946 e ha attraversato le terzine dantesche sul palco di Bistagno. Enzo è un innescatore. Le sue parole non stanno mai ferme sulla pagina: si mettono a chiamare altre parole, altre mani, altri sguardi. Nove filastrocche che diventano trecento illustrazioni che diventano centinaia di questionari che diventano un libro di arteterapia. È una piccola alchimia di comunità, una moltiplicazione dei pani che parte da una figlia di pochi anni seduta sul bordo del letto e arriva a novantanove anni di età di uno sconosciuto lettore in una sala di Palazzo Robellini.

Un viatico per l’estate

A tavola, a Cassine, mentre l’ho ascoltato raccontarmi tutto questo, ho pensato che con questo libro Enzo aveva fatto un cerchio. Da Bistagno, dove ho seguito il suo Odysseo tornare a Itaca «con la serenità e non con il furore», e dove lo stesso palco lo aveva visto con Clara addentrarsi tra le terzine di Dante, fino a Pasturana, dove i due hanno sollevato la matita copiativa del due giugno 1946 come si solleva un’ostia laica, e infine fino a quella pizzeria di inizio estate dove sui tovaglioli disegnavamo le illustrazioni immaginarie di Giantranquillo e Panciagrossa. Sempre lo stesso Enzo, sempre la stessa arte del narratore incarnato, capelli bianchi e sorriso empatico. Ma un Enzo che qui torna bambino, o meglio torna dai bambini, e ci va per mano con Clara, che di quei bambini nelle scuole diventa la seconda voce.

Mi ha confidato quanto gli piaccia portarlo nelle classi, sentire i piccoli ripetere «gira in tondo, il naso tocca», vederli chiudere gli occhi davvero, per gioco, e riaprirli come se fossero arrivati sul serio in un paese in riva al mare. E che con Clara la cosa funziona ancora meglio, perché le loro voci si sanno rincorrere.

Sono passate settimane da quella cena. Il libro ha aspettato paziente sul mio tavolo che io trovassi il tempo. Ora finalmente lo consegno ai lettori di Alessandria24, come un viatico per un’estate gioiosa, dei bambini certamente, ma anche di quegli adulti che sanno ancora chiudere gli occhi e credere. Prendetelo, portatelo in vacanza, leggetelo a un nipote sulla veranda, inquadrate i QR code sotto un ombrellone. E per un istante, giuro che vale, crederete anche voi a un paese in riva al mare che esiste solo se ci credete.