A Cessole con Medeidae, la collana di perle di vetro di una canzone d’arte che intreccia Baudelaire, De Simone e Pino Daniele

Sono salito a Cessole la sera del trentuno luglio, in quell’ora incerta di fine giornata quando le nuvole di quel territorio, sospeso fra Langa e Monferrato astigiano, non hanno ancora deciso cosa fare del cielo. Aveva piovuto poco prima, di quella pioggia estiva che sa più di annuncio che di temporale, e per prudenza il concerto si era spostato dal sagrato all’interno della chiesa parrocchiale di Nostra Signora Assunta. Al caldo, ma a ripensarci è stato un dono, perché quella navata barocca, con gli angeli dorati sull’altare, i candelabri accesi, i lampadari di cristallo che pendevano bassi sulle teste, e un po’ di tappeti persiani,  stesi a mo’ di piccola isola davanti alla balaustra, ha fatto da cassa armonica e da scenografia insieme.

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Il trio si chiama Medeidae, e già il nome è un piccolo enigma da schiudere prima ancora della musica. Viene dalla scomposizione della parola diomedeidae, che è la famiglia zoologica dei grandi uccelli marini di cui fa parte l’albatros, e affonda le sue radici nell’Albatros di Baudelaire, quella poesia bellissima e ferita in cui il grande uccello dalle ali immense, sovrano dell’aria, precipitato sul ponte della nave diventa impacciato e ridicolo, con le ali da gigante che gli impediscono di camminare. È la metafora del poeta, ovvero di chi sta troppo in alto per stare bene in mezzo agli uomini, e i tre di Medeidae questa poetica se la portano cucita addosso.

Sono in tre. Pasquale Fama, voce e chitarra classica, napoletano del millenovecentoottantacinque, autore dei testi, uomo di formazione filosofica, teosofica, psicosintetica, con una scrittura che intreccia napoletano, italiano, francese, portoghese, spagnolo e inglese in quella che loro stessi chiamano una meccanica spirituale. Umberto Maisto, chitarra classica, del millenovecentonovanta, diplomato al conservatorio Nicola Sala di Benevento, poi il master europeo a Maastricht con Carlo Marchione, e dal duemilaventi dentro la Nuova Compagnia di Canto Popolare, quella storica di De Simone, per capirci. E Luca Enipeo, chitarrista dei Manomanouche e da quindici anni chitarrista dell’orchestra di Paolo Conte, dalla Royal Albert Hall di Londra al Concertgebouw di Amsterdam, dalla Scala di Milano al Montreux Jazz Festival, e stasera qui con noi, in una chiesa di collina, imbracciando anche la guitarra portuguesa, quella tondeggiante da fado, con la sua luce metallica che aggancia l’orecchio al primo pizzicato.

Hanno aperto la serata con due brani senza dire nulla, e hanno fatto benissimo. Perché dei primi due brani ricordo soprattutto l’incanto, quella sensazione rara che ti si posa addosso quando la parola e la nota si sono cercate a lungo, si sono trovate, e ora camminano insieme come se non avessero mai fatto altro. Una poesia sofisticata e limpida, senza compiacimenti, che entra sotto la pelle prima ancora che tu abbia capito da che lingua venga.

Solo dopo si sono presentati, presentando poi pressoché ogni brano che proponevano. E la presentazione dei pezzi è stata una delle cose più belle della serata: encomiabile e simpatica, fatta con sagacia, cultura e spirito, in quel registro colto e cordiale insieme che i musicisti veri sanno maneggiare senza scivolare mai né nell’accademia né nel pop. Hanno raccontato che qualche giornalista, cercando una definizione per quello che fanno, ha coniato l’espressione canzone d’arte, e loro l’hanno accettata volentieri. Ha un senso, quella definizione, e lo si capisce ascoltandoli: non è soltanto canzone d’autore, è canzone come officina, come fucina alchemica dove il testo cerca la nota, la nota cerca la lingua, e la lingua cambia da brano a brano perché ogni pensiero ha il suo idioma naturale.

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Il concerto è stato una lunga collana di perle di vetro, per usare un’immagine cara a un romanzo che tutti abbiamo amato, e di quella collana posso raccontarne solo qualcuna, quelle che la memoria ha voluto tenere più strette. C’è stata Lava e sale, in siciliano, quarto brano della serata, che è entrata come un’onda scura e luminosa insieme, con quell’asprezza mediterranea che sa di roccia bagnata e di pesce appena tirato su. C’è stata Ora, e qui bisogna spiegare, perché ora non è il sostantivo del tempo che passa, è l’imperativo del verbo pregare, ora pro nobis, ed è una mediterranea orazione, un salmo laico e antico che dentro una chiesa barocca ha trovato la sua acustica naturale. E poi, l’omaggio a Roberto De Simone in forma di villanella, gemma vera della serata, quel taglio antico e popolare che De Simone ci ha insegnato a riconoscere come una delle vene più profonde della cultura del Sud. Ma forse tutta la serata, a ben pensarci, è stato un immenso omaggio a De Simone.

Mi hanno fatto sobbalzare dalla sedia quando hanno annunciato un brano ispirato ad Aure di Elémire Zolla. Zolla dentro una canzone non capita tutti i giorni, e chi conosce il grande orientalista e mistico sa cosa vuol dire prendersi la responsabilità di quella parola, aure, che è insieme brezza e presenza, respiro del mondo e affaccio del sacro. Il brano ha tenuto la promessa del riferimento, con una tessitura di chitarre che si allargava e si stringeva come una respirazione.

Poi il colpo di teatro affettuoso: Canzone nova di Pino Daniele, un brano che nell’originale vive di elettrico e di groove, e che loro hanno restituito in una veste acustica sorprendente, come se quel pezzo fosse stato scritto apposta per due chitarre classiche e una portoghesa. Non un depotenziamento, tutt’altro: una rilettura che ne ha fatto emergere lo scheletro melodico e la tenerezza sotterranea, quella che in Pino Daniele c’è sempre stata anche quando la sua musica sembrava andare da un’altra parte.

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E qui, chi scrive vuole dire una cosa, forse azzardata ma sincera. Dentro la loro musicalità, oltre al miglior Pino Daniele e a De Simone, ho sentito gli echi del primo Alan Sorrenti, quello di Aria e di Un vecchio incensiere, quello del millenovecentosettantadue e settantatré, quando Sorrenti era un giovane visionario che cantava con voce androgina e mistica in una lingua tutta sua, prima del disco d’oro e del successo pop. Quel misticismo mediterraneo, quella capacità di far respirare la voce dentro strutture aperte, quella sospensione tra il canto arabo, il fado e la ballata mediterranea, in Medeidae torna con una freschezza che sembrava perduta.

E se questi sono i brani che ho scelto di nominare, tutta la serata è stata così: una collana di perle di vetro dove ogni pezzo aveva la sua luce, e la luce di uno accendeva la luce dell’altro. Ho lasciato fuori molte cose, e non perché non meritino, ma perché la memoria della bellezza ha una sua economia, e trattiene alcune tessere per raccontare l’intero mosaico.

Poi il concerto è finito, gli applausi hanno riempito la navata, e nell’ora del rinfresco è successa una di quelle cose che valgono da sole il viaggio. Abbiamo intavolato sul sagrato una discussione, io e loro, su tutto questo. E chi scrive era davvero felice, di una felicità semplice e antica, di parlare di musica con un giovane che milita nella Nuova Compagnia di Canto Popolare, quella NCCP che ascoltavo da ragazzo, che ho continuato ad ascoltare, che ancora ascolto. Gli ho detto che poche ore prima, in macchina, salendo verso Cessole, ascoltavo Li sarracini adorano lu sole, e la faccia con cui mi ha guardato è stata la ricompensa più bella di tutta la serata. E c’era anche l’altro, Enipeo, che ha suonato quindici anni con Paolo Conte, che loro avevano appena omaggiato dentro il concerto, e con lui di Conte abbiamo parlato a lungo, di quella grazia obliqua e ironica che il maestro di Asti ha portato nel mondo intero, dai teatri di Parigi alla Royal Albert Hall.

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Beh, un vecchio ascoltatore di tanti tipi diversi di musica deve ammettere, con gioia, che una serata così, con quella canzone d’arte, con quelle chitarre, con quella conversazione, è un privilegio raro. E che certi concerti si ascoltano con tutto il cuore, e con tutti i pensieri che il cuore porta, e proprio quando i pensieri sono più densi e più duri, la bellezza fa il suo lavoro antico: non consola, non guarisce, ma sta accanto, come una compagna paziente, e ti ricorda che il mondo, nonostante tutto, continua a saper produrre bellezza. Medeidae questa bellezza la produce, e la produce con l’officina aperta, la ricerca vera, la libertà espressiva che sta distante dalle mode.

Già: canzone d’arte. Chi scrive concorda. E ringrazia il Comune di Cessole, l’Associazione Bosco delle Acacie, il Mamota BeB, e la parrocchia di Nostra Signora Assunta per aver reso possibile una serata così. E Silvia Bussi che mi ha invitato. Quando l’albatros riesce a volare basso, senza tuttavia perdere il senso del cielo, allora la canzone diventa arte davvero. E stanotte, a Cessole, l’albatros ha volato, e volato a lungo, e quel volo resterà nella mia anima.