Fiorella canta Fabrizio e Ivano in piazza Alfieri, celebrando trent’anni dopo «Anime salve»

Ricordo esattamente dove ero seduto, nell’allora ben attivo e agibile Teatro Comunale di Alessandria, ad uno degli ultimissimi concerti di Fabrizio De André, pochi mesi prima che ci lasciasse. Cantò tutto Anime salve, uscito da poco, e molte altre canzoni ancora, E io ero un baldo trentacinquenne, o almeno così mi pareva. Adesso, come dire, mica tanto. Nel frattempo sono passati trent’anni sopra quel disco e sopra di me, e devo confessare che il disco li porta un po’ meglio. Ricordo anche, per restare in Asti, un grande concerto Unplugged di Ivano Fossati al Teatro Alfieri, e i dieci minuti di applausi che seguirono Canto e discanto, un tempo lungo che mi è rimasto dentro come la misura esatta di un’emozione senza parole. Quando martedì sera sono entrato in piazza Alfieri, sotto una luce ancora bianca di luglio, questi due ricordi mi camminavano accanto come compagni antichi, con qualche capello grigio anche loro.
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Fiorella canta Fabrizio e Ivano. Anime Salve è il progetto con cui la cantante romana attraversa l’estate italiana per celebrare i trent’anni del disco che De André scrisse a quattro mani con Fossati nel 1996, ultimo capolavoro di Faber e insieme uno dei vertici assoluti della canzone d’autore del nostro paese. Ad Asti, dentro il cartellone di AstiMusica 2026, la Mannoia è arrivata dopo l’apertura genovese all’Arena del Mare del Porto Antico, la città che ha visto nascere entrambi i cantautori omaggiati, e ha portato in piazza Alfieri un concerto costruito sulla sobrietà, che però non ha mai smesso di essere una festa.

Chi scrive ha ammirato, prima ancora del repertorio, il modo in cui Fiorella si è messa al servizio. Non ha usato quelle canzoni per raccontare sé stessa, come pure poteva permettersi dopo quarant’anni di carriera e sei Targhe Tenco. Le ha lasciate essere quello che sono, poesia messa in musica dai due maestri, e ci si è appoggiata con la delicatezza di chi conosce il peso specifico di ciascuna sillaba. La sua è stata una interpretazione limpida, la voce ancora oggi materia rara e riconoscibile fra mille, capace però di piegarsi al testo senza mai coprirlo. Anche la scelta scenografica ha lavorato nella stessa direzione, con una parete di grandi cornici quadrate luminose sospese a diverse altezze come finestre affacciate sul vuoto, che mutavano colore brano dopo brano, dal verde acqua profondo di certi passaggi lirici fino al rosso vivo delle canzoni più drammatiche. Cornici, appunto: soglie della memoria dentro cui i volti dei due maestri parevano affacciarsi per un istante, e poi ritrarsi con discrezione.

Attorno a Fiorella un ensemble di altissimo livello, sezione d’archi in scena, tastiere, chitarre, sezione ritmica, e due coriste splendide, entrambe polistrumentiste dalla voce incantevole e potente, che nei momenti più caldi della serata hanno imbracciato piccoli strumenti a corda della famiglia del mandolino, molto in linea con il paesaggio sonoro caro a Fossati e a De André. Arrangiamenti fedeli, mai calcati, capaci di respirare. In platea, un pubblico composto e attento, molti capelli bianchi ordinati sulle sedie (i miei compresi), come per un concerto di camera che qualcuno avesse trasportato all’aperto.
C’è stata anche una piccola inciampata, molto umana, in Marinella. La Mannoia, ha concluso il brano, e subito dopo ha chiesto scusa alla piazza, con un sincero candore da cui in molti, su altri palchi e in altri mestieri, dovrebbero prendere lezione, e ha ripreso il concerto con la naturalezza di chi sa che sbagliare in pubblico non è una vergogna ma un piccolo pezzo di verità in più. Onestà intellettuale al microfono, merce rara e commovente.

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Poi, prima di attaccare Panama, la Mannoia si è concessa il racconto più sorridente della serata. Ha narrato che a Genova, alla prima tappa del tour, aveva Ivano Fossati proprio davanti a sé, tra il pubblico, e a un certo punto gli aveva chiesto (immagino con quel sorriso suo, metà romano e metà timido) di volerci cortesemente donare ancora una canzone, una soltanto, che ci dicesse come va a finire la questione della nave in mezzo all’oceano. Fossati non le ha risposto, e nemmeno a noi ha ancora risposto, ma la piazza si è messa a ridere piano, come si ride quando ci si riconosce. Poi la banda ha attaccato il brano, e per qualche minuto abbiamo tutti fatto finta di essere di nuovo giovani, con discreta convinzione.
Il vertice emotivo, però, almeno per me, è arrivato con Smisurata preghiera, una delle vette assolute della discografia di entrambi i cantautori. La ricordo dalla voce di Faber, la ricordo dalla voce di Fossati, coinvolgente e sconvolgente ogni volta, con quella marea di versi che sale come una preghiera per gli ultimi, per gli anomali, per chi cammina disobbediente alle leggi del branco. Fiorella l’ha interpretata magnificamente, mentre la scena si accendeva di un rosso pieno, quasi liturgico, che avvolgeva la piazza come un’abside. Per qualche minuto piazza Alfieri si è fatta chiesa laica, come accade quando una canzone diventa il luogo dove si va a trattenere qualcosa che non si vuole perdere.

Dalla commozione condivisa di quella preghiera senza misura, Fiorella ci ha portato per mano dentro una fantastica sequenza di brani di Faber e di Fossati, uno dietro l’altro come perle di una stessa collana. Il pescatore con la sua andatura così ritmica e trascinante, nata dopo l’incontro di Faber con la PFM, che tutti conoscevamo a memoria e che pure sembrava di ascoltare per la prima volta, e poi Lunaspina, delicata e fossatiana fino al midollo, scritta per lei e per quel suo disco capolavoro che è stato I treni a vapore. E poi ancora canzoni che parevano rispondersi a distanza, come se De André e il suo compagno di penna in Anime salve si passassero il microfono da un decennio all’altro. Un’infilata di titoli che da sola avrebbe giustificato il viaggio ad Asti, e che ha ricordato a chi ascoltava quanto sia vasto il repertorio di questi due maestri, e quanto sia bello sentirlo attraversare da una voce che li rispetta e li ama.
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Il bis ha chiuso il cerchio nel modo più bello possibile. Sally, quel piccolo capolavoro di Vasco che nella voce di Fiorella è diventato ormai casa sua, restituita in un intimissimo duetto con il solo pianoforte. Nient’altro. Nessun arrangiamento a coprire, nessuna orchestra a rassicurare, soltanto una voce e le mani di un solista sui tasti, e una piazza che tratteneva il fiato per non guastare niente. È stato il momento in cui la cifra dell’intera serata, questa idea che la sobrietà non tolga ma aggiunga, si è vista tutta insieme, distillata in pochi minuti di grazia.

Uscendo, non mi sono sentito nostalgico, che sarebbe stata la reazione facile. Mi sono sentito contento. Contento che a distanza di trent’anni queste parole continuino a parlarci di quelli che perdono, di quelli che scelgono, di quelli che restano soli e non per questo diventano piccoli. Contento che Fiorella Mannoia, martedì sera in piazza Alfieri, ci abbia ricordato che le canzoni davvero grandi non hanno bisogno di essere reinventate, ma soltanto amate. Che è il modo più difficile, e più felice, di continuare a cantare. E se un giorno Ivano Fossati vorrà dirci come va a finire la questione di quella nave, diretta verso una Panama che non arriva mai, saremo qui ad ascoltare, con i nostri capelli grigi e la stessa curiosità di allora.

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