L’epoca della gogna permanente

A questo giro proprio non ci sto. Per dirla con Socrate, credo di aver fatto il pieno di cicuta. L’altro giorno ero nel solito bar dove pranzo. Al tavolo accanto due signore parlavano di vacanze. Una magnificava i treni giapponesi… «Arrivano al secondo». L’altra raccontava la metropolitana di Londra come fosse una cattedrale dell’efficienza. Poi, nel giro di trenta secondi, il capolavoro. «Da noi non funziona niente». E subito dopo… contrarie alla Linea 2 della metropolitana, contrarie alla Tav, contrarie alla Spina 3, alla Spina 4, contrarie praticamente a qualsiasi cosa assomigliasse anche solo lontanamente a un’opera pubblica. Le ascoltavo e pensavo che forse il problema non è che in Italia non costruiamo abbastanza. È che siamo il Paese che vuole raccogliere i frutti degli alberi che ha impedito di piantare.
Poi mi è venuta in mente un’altra cosa. La forca non è mai passata di moda. Ha solo cambiato materiale. Una volta era di legno. Oggi è in fibra ottica. Il boia non porta più il cappuccio. Ha un profilo social, una foto di copertina con il tramonto, magari una citazione di Gandhi e una biografia impeccabile. “Rispetto. Inclusione. Gentilezza”. Poi scrivi qualcosa che non coincide perfettamente con il suo pensiero e parte l’esecuzione. «Vergognati». «Bloccato». «Unfollow». «Disiscriviti». Il processo dura meno di un minuto. Le prove non servono. Il dubbio richiede fatica, l’indignazione è molto più economica. Mi colpisce soprattutto una cosa: pretendiamo comprensione infinita per noi stessi e severità assoluta per gli altri. Per noi esistono i contesti. Per gli altri solo le sentenze. Siamo diventati incapaci di sopportare le sfumature. O sei un eroe o sei un mostro. O sei dei nostri oppure sei automaticamente dall’altra parte. Pensiero binario allo stato puro. È comodissimo, perché evita la fatica di ragionare.
E così ci trasformiamo in Leonida alle Termopili contro qualsiasi intervento pubblico. Una rotonda? Scempio. Una pista ciclabile? Guerra agli automobilisti. Un impianto sportivo? Cementificazione. Una ferrovia? Fine del pianeta. Poi arriva agosto. E gli stessi che hanno combattuto ogni cantiere pubblicano fotografie da Barcellona. «Che metropolitana incredibile». Da Copenaghen. «Qui sì che si vive». Da Singapore. «Qui funziona tutto». Da Tokyo. «Perché noi non saremo mai così?». Forse perché quando qualcuno prova a costruire qualcosa, noi abbiamo già fondato il Comitato del No.
Ma la parte che mi diverte di più è la morale. Siamo inflessibili con il SUV del vicino e indulgenti con la nostra macchina in seconda fila. «Tanto era solo per un caffè». Condanniamo gli evasori fiscali e cinque minuti dopo chiediamo con aria innocente: «Senza fattura cambia qualcosa?». Gridiamo contro le raccomandazioni, purché il raccomandato sia nostro nipote. Difendiamo la legalità finché la legge non rallenta i nostri interessi.
E poi c’è la parola magica: inclusione. Probabilmente è la parola più abusata degli ultimi anni. Ovunque incontro convegni, manifesti colorati, giornate dedicate, hashtag, campagne, laboratori, post pieni di cuoricini. Sembra che viviamo nel secolo dell’accoglienza universale. Poi guardi meglio. Il ragazzo timido continua a mangiare da solo. La compagna straniera entra nel gruppo WhatsApp quando ormai tutti gli altri hanno già fatto amicizia. Quello con una passione un po’ diversa viene catalogato in tre ricreazioni. Perché ho imparato che tutti adorano l’inclusione finché il diverso rimane teorico. Quando invece il diverso entra davvero nella stanza, si siede vicino a noi, parla in modo strano, vota diversamente, ha gusti che non comprendiamo o semplicemente ci contraddice, improvvisamente l’inclusione va in pausa. Ed è qui che scatta il vero miracolo della nostra epoca. Siamo riusciti a trasformare l’inclusione nella forma più elegante di esclusione. Sei il benvenuto, purché tu diventi esattamente come noi. Se pensi diversamente, se fai una domanda scomoda o semplicemente non partecipi al coro, smetti di essere una persona. Diventi un’etichetta. E le etichette sono comodissime. Sostituiscono il cervello.
Anche gli adulti, diciamocelo, non sono migliori. Invocano il dialogo ma frequentano soltanto chi conferma quello che pensano già. Difendono la libertà di espressione finché qualcuno esprime un’opinione diversa dalla loro. Celebrano il pluralismo, purché il pluralismo sia composto esclusivamente da persone che votano, leggono e ragionano nello stesso identico modo. Eppure, continuiamo a raccontarci di essere modernissimi. Socrate probabilmente sorriderebbe. Nell’Apologia spiegava ai suoi giudici che il suo compito era cercare la verità, non il consenso. E quando disse che «una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta», ci lasciò una lezione semplicissima, ossia che il dubbio non è una debolezza, è il motore dell’intelligenza. Lo condannarono. Non perché avesse torto, ma perché disturbava chi era troppo comodo nelle proprie certezze.
Da allora è cambiato molto poco. Sono cambiati i tribunali. Non c’è più l’agorà ateniese. Ci sono i social. Non c’è più l’Inquisizione. C’è l’algoritmo. Non c’è più il maccartismo. C’è la nuova religione dell’etichetta istantanea. Il meccanismo è identico. Solo infinitamente più veloce. Forse il problema non è che abbiamo smesso di discutere. È che abbiamo smesso di desiderare di avere torto. Preferiamo avere ragione. Preferiamo il coro alla conversazione. Preferiamo un nemico a una domanda.
Socrate scelse di bere la cicuta pur di non rinunciare alla libertà di mettere in discussione il mondo. Noi, molto più comodamente, beviamo ogni giorno il consenso. Ha un sapore dolce, regala qualche “mi piace” in più e ci fa sentire dalla parte giusta. Ma proprio come la cicuta, lentamente, anestetizza il pensiero.

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