Solero e il suo tenore: inaugurato il museo Carlo Guasco nel 150° anniversario della morte

C’è un modo tutto particolare di tornare nei luoghi dove si è vissuto: si cammina insieme a sé stessi, al fianco di chi si era allora. Giovedì 9 luglio, entrando nel parco dell’Asilo Carlo Guasco di Solero, così camminavo, in doppia compagnia. Perché a Solero ho abitato, e degli Amici di Solero, l’associazione che ha voluto e costruito questa giornata, sono stato uno dei fondatori, in anni ormai molto lontani. L’invito dell’amico sindaco Andrea Toniato aveva quindi il sapore delle cose di famiglia: tornare a casa per vedere un sogno antico, il più grande e a lungo accarezzato, diventare finalmente stanze, vetrine, memoria condivisa. Il Museo Carlo Guasco.

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Ma per capire che giornata sia stata, bisogna partire da lontano, dal 1813. Quell’anno, in un piccolo paese della nostra provincia, nasceva un bambino di nome Carlo. Lo stesso anno, a Busseto, nella bassa parmense, ne nasceva un altro: si chiamava Giuseppe Verdi. Due coetanei esatti che il destino avrebbe fatto incontrare sui palcoscenici più importanti d’Europa. Uno dei due è diventato il simbolo stesso della musica italiana. L’altro si chiamava Carlo Guasco, e centocinquant’anni dopo la sua morte il suo paese ha deciso, con tutta la forza di una comunità, che merita di essere nuovamente ricordato.

La giornata del 9 luglio è stata pensata come una festa lunga un pomeriggio e una sera. Fin dalle 15 l’annullo filatelico speciale con le cartoline celebrative, e alle 17 la cerimonia di inaugurazione, con le fasce tricolori nel giardino: c’erano il presidente della Provincia Luigi Benzi, il consigliere regionale Domenico Ravetti, sindaci del circondario e soprattutto tanta gente, di Solero e non solo. Il sindaco Toniato ha definito il museo «un atto di profonda e doverosa riconoscenza» verso un uomo che, nonostante l’Europa intera lo acclamasse, scelse sempre di tornare qui, tra la sua gente. Impossibile dimenticare che Paolo Arrobbio, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, che dell’opera è stata il sostegno decisivo insieme al patrocinio della Provincia, ha ricordato in Guasco «una sintesi straordinaria di talento, volontà e amore del territorio»: il grande tenore fu infatti anche amministratore comunale e filantropo del suo paese.

 

E poi c’è stato il momento in cui la piccola storia di Solero si è specchiata nella grande. Il professor Carlo Gallia, presidente onorario degli Amici di Solero, nel celebrare il trentennale dell’associazione che questo museo ha perseguito fin dalla nascita come obiettivo primario, ha evocato Friedrich Nietzsche e le pagine scritte dal filosofo per l’inaugurazione di Bayreuth: l’essere umano che deve scavalcare ogni ostacolo e puntare sempre più in alto. Una citazione che nasconde una vertigine, perché il tempio di Wagner fu inaugurato nell’estate del 1876, e nel dicembre di quello stesso anno Carlo Guasco si spegneva nella casa di Solero dove era nato. E di Wagner, in una vetrina del museo, riposa una testimonianza che vale un romanzo, come si dirà.

Perché il museo, allestito negli spazi del complesso dell’asilo con un percorso di pannelli, documenti, ritratti e cimeli, è piccolo di metri ma vertiginoso di storie. Ci accolgono, appesi l’uno sopra l’altro come furono nella vita, i ritratti del Maestro Giuseppe Verdi in cilindro e sciarpa bianca e del tenore Carlo Guasco in marsina, opera di Franco Pieri, che dell’Associazione era Presidente quando io ne ero il segretario. Poco più in là un pianoforte verticale nero sormontato dal busto di Verdi, donato da don Mario, che di Solero è il prevosto, e la bandiera storica della Società di Mutuo Soccorso di Solero stessa, i materiali giunti in prestito dal Museo Teatrale alla Scala, il libretto e gli spartiti dell’Ernani, manoscritti musicali, lettere autografe, il pannello dedicato ad Angelo Cuglierero, lo scultore che realizzò il monumento funebre del tenore.

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Tre pezzi, su tutti, valgono da soli il viaggio. Il primo è lo spartito della riduzione per pianoforte della Favorita di Donizetti edita a Parigi: la firma è quella di Riccardo Wagner, allora ignoto musicista tedesco che nella capitale francese sbarcava il lunario piegandosi a lavori che detestava, in attesa di una gloria che si sarebbe fatta attendere a lungo, mentre Guasco era già cantante affermato e ricco. Il destino, si sa, ama rovesciare i tavoli. Il secondo è il diploma di misuratore conferito dall’Università di Torino e recentemente ritrovato: il giovane Guasco doveva misurare campi e cascine, e finì per misurare i teatri di mezza Europa. Il terzo è lo spartito delle arie dedicate da Gaetano Donizetti alla regina Vittoria, che Guasco probabilmente eseguì a Buckingham Palace davanti alla sovrana. Accanto, si ricordi, il ritratto che il pittore bolognese Antonio Muzzi gli fece a San Pietroburgo nel 1848, oggi custodito nel Palazzo Comunale.

Ma chi era, questo ragazzo di Solero? Un predestinato che rischiò di non accorgersene. Fu il maestro e compositore Giacomo Panizza, sentendone la voce, a convincerlo ad abbandonare squadre e teodoliti per studiare canto a Milano: era il settembre del 1836, e bastarono pochi mesi perché Guasco debuttasse alla Scala nel Guglielmo Tell di Rossini. Da lì una carriera folgorante: Nizza, Marsiglia, Londra, Vienna, Madrid, San Pietroburgo, dove il Teatro Imperiale lo trattenne per anni. I critici dell’epoca ne lodavano la voce soave e penetrante, il fraseggio nobile e incisivo: era quello che si chiamava un tenore di grazia, figlio della scuola di Bellini e Donizetti, un canto che prediligeva la mezzavoce e la purezza del suono sulla potenza, capace di commuovere senza mai alzare la voce.

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Il suo nome resta però legato soprattutto a tre prime assolute verdiane: Oronte nei Lombardi alla prima crociata alla Scala nel 1843, Ernani alla Fenice di Venezia il 9 marzo 1844, Foresto nell’Attila, ancora alla Fenice, nel 1846. Tre ruoli scritti per lui dal coetaneo di Busseto. Eppure il rapporto fra i due fu anche la storia di un affascinante fraintendimento artistico: Verdi andava cercando una nuova idea di tenore, più virile e drammatica, e continuò a scrivere per Guasco parti che non si addicevano pienamente alla sua natura di cantore della grazia. La sera della prima dell’Ernani il tenore arrivò in teatro con la voce provata, quasi senza fiato, e lo stesso Verdi annotò amaramente che la sua cavatina fu l’unico pezzo a non essere applaudito; nelle repliche, tornata la voce, il pubblico lo acclamò con calore. Ma quando scrisse per Ernani un nuovo finale, la grande aria «Odi il voto», il Maestro la destinò a un altro tenore, Nicola Ivanov, protetto di Rossini. Era il segnale di un sogno vocale diverso, che Guasco, uomo di confine fra due epoche del canto, non poteva dargli fino in fondo.

C’è poi un capitolo che appartiene alla piccola storia del nostro territorio, e che a chi scrive è particolarmente caro. Nella casa di Guasco a Solero esisteva una saletta del biliardo, ritrovo di amici e conversazioni. È più che probabile che Verdi in persona vi sia passato: i due si conoscevano bene, lavoravano insieme, e il Maestro, che per anni svernò a Genova, aveva buone ragioni per fermarsi a Solero dal vecchio amico. Quelle pareti hanno forse sentito i due coetanei discutere di musica, di teatro, di come rendere una frase o un finale d’atto. Chi scrive ha avuto la fortuna di contribuire al restauro di quella saletta, e confessa che ogni volta che ci pensa prova qualcosa di strano: il senso fisico, quasi tattile, di come la grande storia passi anche dai luoghi più semplici e domestici.

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La sera, sul palco degli Amici di Solero, davanti al fondale che riproduce la Solero d’inizio Novecento con il campanile e il municipio color seppia, è andato in scena «Carlo Guasco da Solero, storia di un tenore da leggenda», ideato e condotto da Giorgio Appolonia, il biografo che oltre vent’anni fa dedicò al nostro il volume «Carlo Guasco. Un tenore per Verdi» e che oggi vede quelle pagine farsi museo. Da dire che Apollonia è stato insignito, prima del concerto, del titolo di Cittadino Onorario di Solero. Ed è un gesto, magari solo simbolico, ma di grande pregnanza umana  e culturale, e plaudo il Sindaco e la sua Giunta che hanno preso questa decisione.

Con chi scrive, prima e dopo lo spettacolo, Appolonia ha intrecciato una bella conversazione su Guasco e su Verdi, di quelle che valgono una serata intera. Sul palco gli artisti del Teatro Coccia di Novara, con una giovane voce tenorile – ancora in formazione, come del resto fu acerba anche quella di Guasco prima dell’incontro con Panizza – e l’attore Marco Ballerini, che ha dato corpo e parola al tenore in prima persona: ed è stato il momento più intrigante e coinvolgente, sentire Guasco raccontarsi nel suo paese, davanti alla sua gente, in una calda e tenera notte d’estate, a un secolo e mezzo dal congedo.

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Nel 1853, ancora giovane, Guasco lasciò le scene e tornò a Solero, a insegnare canto ai giovani e a servire il paese come amministratore. Morì il 13 dicembre 1876 nella casa dove era nato, la Colombara, che aveva restaurato arricchendola di decorazioni ispirate alla musica. La lasciò al Comune perché diventasse un asilo per i bambini bisognosi, e istituì borse di studio per i giovani di Solero: l’ultimo nobile gesto di un grande uomo dell’Ottocento. Quell’asilo esiste ancora, e ora, nel suo parco, abita anche più di prima la memoria del donatore. I bambini giocano dove visse un uomo che cantò per Verdi, per la regina Vittoria e per lo zar: non c’è monumento più giusto.

E la leggenda continua: venerdì 28 agosto alle 21, al Nuovo Anfiteatro del Castello Faà di Bruno di Solero, il concerto lirico, e a settembre la gita alla scoperta dei luoghi verdiani. Il museo è visitabile su prenotazione scrivendo ad amicidisolero@gmail.com oppure telefonando al 339 6814445