Curare i ricordi si può, e ci può cambiare la vita: conversazione con Marina Balbo, pioniera dell’EMDR in Italia,

«Eh sì, è capitato che alcuni miei pazienti mi confessassero che l’EMDR ha salvato loro la vita». la Dottoressa Marina Balbo lo racconta senza enfasi, quasi con pudore, come si custodisce un dono ricevuto. Eppure è difficile immaginare, per chi passa la vita a curare i ricordi degli altri, un attestato più grande: non un giudizio scientifico, o una percentuale di efficacia, ma la voce di chi era prigioniero e ha ritrovato la strada. Partiamo da qui, da queste parole che meriterebbero di stare sulla copertina di ogni manuale di psicoterapia, per raccontare l’incontro con la psicologa e psicoterapeuta che de «La cura dei ricordi» (Mondadori, 2025) è l’autrice.
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Perché le promesse, quando sono fatte davanti ai lettori, vanno mantenute. Chi ha seguito il racconto della serata di Monale, quel felice groviglio di libri e coincidenze in cui il saggio di Marina Balbo incontrò «Il padre bugiardo» di Maria Luisa Mosele, ricorderà l’impegno preso in chiusura: tornare su quelle pagine dopo aver incontrato l’autrice, per un’intervista dedicata. Quell’incontro è avvenuto. E come tutte le conversazioni che contano, ha preso strade che non avevo previsto, portandomi dalla Bosnia degli anni Novanta a una passeggiata in un parco californiano, dallo stupore di una scienziata alla metafora di un vecchio vestito riposto nell’armadio. Fino a quelle parole, appunto: la vita, salvata.
Prima di entrare nel vivo della conversazione, però, il lettore merita una bussola. Marina Balbo, psicologa e psicoterapeuta, viene dalla terapia cognitivo comportamentale, la strada maestra della psicoterapia contemporanea, la più studiata e verificata: l’idea di fondo è che a farci soffrire non siano soltanto gli eventi, ma i pensieri con cui li interpretiamo e i comportamenti con cui vi rispondiamo. Il lavoro si svolge nel presente, alla luce della ragione: si riconoscono i pensieri distorti, quelle frasi automatiche che ci ripetiamo da una vita, non valgo abbastanza, andrà certamente male, e si smontano, pezzo per pezzo, insieme alle condotte che ne derivano. È un lavoro sul pensiero, e sul presente.

L’EMDR, che di quel mondo è figlio ma anche superamento, sposta il bersaglio: non più il pensiero, ma il ricordo che lo genera. La sigla sta per desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari, e la premessa è tanto semplice quanto rivoluzionaria: i ricordi traumatici non elaborati restano intrappolati nelle reti neuronali, congelati con le immagini, le emozioni e le sensazioni fisiche del giorno in cui sono nati, e da lì continuano a governarci. Inutile, allora, correggere all’infinito i pensieri di superficie se il fondale non cambia: bisogna scendere dove i ricordi abitano, riattivare con la stimolazione oculare la capacità naturale del cervello di elaborare, e lasciare che quella frase, non valgo abbastanza, si spenga non perché l’abbiamo confutata, ma perché il ricordo che la alimentava ha smesso di bruciare. Se la terapia cognitiva lavora sulla pianta, l’EMDR lavora sulla radice. Non due metodi rivali, sia chiaro: due profondità diverse dello stesso scavo. E Marina Balbo, che li padroneggia entrambi, è la guida ideale per capire che cosa accade quando dal pensiero si scende alla memoria.
È proprio da qui che la nostra conversazione comincia: dalle basi del suo lavoro prima dell’EMDR, che lei stessa colloca nella psicologia cognitivo comportamentale, praticata per anni con rigore. Poi, come accade nelle vite che sanno restare aperte, arriva l’incontro che cambia la traiettoria. È la dottoressa Isabel Fernandez, oggi presidente dell’Associazione EMDR Italia e non a caso firma della prefazione del libro, a parlarle per la prima volta di un metodo nuovo, arrivato dall’America con un nome impronunciabile e una promessa enorme. Marina Balbo non resta a guardare. Nel 1999 partecipa al primo corso di formazione italiano: è il 14 febbraio, a Milano, quando il trainer americano Roger Solomon forma i primi quaranta terapeuti del nostro paese. Lei è tra quei quaranta. Una data da innamorati, verrebbe da dire, e in fondo lo è stata: l’inizio di un legame con il metodo che dura da ventisette anni e che l’ha portata a diventarne vicepresidente dell’associazione italiana e trainer riconosciuta in Europa e negli Stati Uniti.

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Ma c’è un episodio, recente, che dice della donna prima ancora che della terapeuta. Marina Balbo ha portato il verbo dell’EMDR anche in Bosnia, una terra dove i traumi non si contano, dove la parola trauma non è mai stata un concetto da convegno ma la sostanza quotidiana di un popolo intero. La guerra è finita da trent’anni, le case sono state ricostruite, ma certe ferite non stanno nei muri: stanno nella memoria di chi ha visto, e passano in silenzio ai figli di chi non ha potuto dimenticare. Ci vuole uno spirito ardito, quasi avventuroso, per una scelta così: andare dove il dolore non è un caso clinico ma un’eredità, e portare lì, sul campo, la cura dei ricordi. È un tratto che si ritrova anche nella sua scrittura: la concretezza di chi le cose le ha viste, non soltanto studiate.
Ma andiamo avanti con le mie domande: quando i risultati cominciarono ad arrivare, quando quel metodo dal nome ostico si rivelò capace di sciogliere davvero i nodi della memoria, che cosa provò? La risposta arriva senza esitazioni, ed è forse la più bella dell’intero incontro: «Molto stupore. E ancora adesso mi stupisco, nella mia prassi quotidiana, di come questo metodo sia efficace». Ci si fermi un istante su queste parole. Una professionista che pratica l’EMDR dal 1999, dopo migliaia di sedute, non parla di certezze acquisite né di protocolli consolidati: parla di stupore. È la parola dei bambini davanti al mare e degli scienziati davanti alla scoperta, e non è un caso che la storia stessa dell’EMDR sia nata così, da una meraviglia: Francine Shapiro che nel 1987 passeggia in un parco, gli occhi che corrono tra gli alberi del viale, e un ricordo doloroso che all’improvviso pesa meno. Il libro racconta quella genesi con il passo della favola americana, ma chi conserva lo stupore dopo trent’anni di professione, viene da pensare, conserva anche la cosa più importante: la capacità di vedere ogni paziente come la prima volta.

Ma come si svolge, concretamente, una terapia che cura i ricordi? Anche qui la risposta di Marina Balbo spazza via ogni immaginario da laboratorio. Tutto comincia, racconta, con una serena conversazione: due persone che si parlano, nulla di più. Poi, dentro quella conversazione, si innesta un ascolto attentissimo, di quelli che non lasciano cadere nulla, perché è lì, tra le pieghe del racconto, che il terapeuta comincia a intravedere dove abitano i ricordi che fanno male. Il passo successivo ha qualcosa di quasi maieutico: al paziente viene spiegato, con serena pacatezza, come funziona il suo proprio cervello. Non il cervello in astratto, quello dei manuali: il suo. Perché capire che quel riaffiorare improvviso di immagini, emozioni e sensazioni non è una colpa né una debolezza, ma il meccanismo di una mente che ha immagazzinato male un’esperienza, è già l’inizio della cura. E solo allora, su queste fondamenta di fiducia e di consapevolezza, si arriva al cuore del lavoro: fare i conti con la propria memoria, rielaborare i ricordi rimasti congelati e restituirli, finalmente disinnescati, alla storia della propria vita. Chi ha letto il libro riconosce in queste parole la struttura stessa della parte centrale del volume, dalla raccolta della storia del paziente fino alla rielaborazione vera e propria. Ma sentirla raccontare a voce ha un altro sapore: quello di una pratica quotidiana, artigianale quasi, dove la tecnica scompare dietro la relazione.
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È a questo punto che l’intervista regala le sue immagini più belle, quelle che nessun manuale saprebbe dare. Perché curare un trauma, spiega Marina Balbo, è metaforicamente aiutare il cervello a fare ciò che l’acqua sa fare da sempre: trovare la sua strada. Il terapeuta non impone un percorso, non scava canali artificiali; rimuove gli ostacoli e accompagna, perché la mente possiede già, per sua natura, la capacità di elaborare e guarire, esattamente come l’acqua che, lasciata libera, scorre verso valle aggirando le pietre. Si tratta, insomma, di sopire il trauma, di fare in modo che non disturbi più. E qui arriva la seconda immagine, forse la più struggente nella sua semplicità domestica: il ricordo elaborato è come un vecchio vestito che riponiamo nell’armadio. È lì, non lo abbiamo buttato via, fa ancora parte della nostra storia; ma non lo indossiamo più. Non ci sveglia la notte, non ci stringe il petto, non decide per noi. In queste due metafore c’è tutta l’onestà del metodo, che l’autrice ribadisce anche nelle pagine conclusive del suo libro: l’EMDR non cancella nulla, non promette oblii impossibili. Il passato resta, ma smette di comandare.
Sarebbe però un errore fermarsi alla poesia delle metafore, e la conversazione infatti prende presto la strada della scienza. Perché dall’intuizione di quella passeggiata del 1987 a oggi, l’EMDR ha percorso il cammino più severo che si possa chiedere a un metodo terapeutico: quello della verifica. I numeri parlano da soli: moltissime pubblicazioni scientifiche, migliaia di studi condotti in tutto il mondo, fino al riconoscimento da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità come trattamento d’elezione per i disturbi post-traumatici. Ma il punto più affascinante è un altro, ed è recente: oggi la bontà del metodo si può indagare anche con la risonanza magnetica. Non più soltanto il racconto del paziente che sta meglio, non più soltanto la valutazione clinica del terapeuta: le neuroimmagini mostrano che dopo il trattamento qualcosa nel cervello è cambiato davvero, che i ricordi hanno cambiato casa, per così dire, spostandosi dalle aree dell’emergenza emotiva a quelle della memoria che sa raccontare senza ferire. La guarigione, insomma, si può vedere. E per una disciplina che ha dovuto a lungo difendersi dal sospetto di essere poco più che suggestione, è una rivincita che ha il sapore della storia.

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C’è poi un concetto che la dottoressa Balbo tiene a chiarire, perché aiuta a capire che cosa sia davvero un trauma al di là dell’uso ormai inflazionato della parola: il trauma si riconosce dai sintomi di iperattività del sistema nervoso. Un sistema d’allarme che non si spegne più, ecco che cos’è. Il corpo resta in stato di allerta anche quando il pericolo è passato da anni: il cuore che accelera senza ragione, il sonno che si spezza, il sussulto per un rumore qualunque. Non fragilità di carattere, non esagerazione: fisiologia. E proprio per questo, perché il trauma è un fatto del corpo prima ancora che un fatto dell’anima, la buona notizia ha il peso della concretezza: l’EMDR offre concrete possibilità di guarigione. Nel libro i capitoli dedicati ai traumi con la «T» grande e con la «t» piccola raccontano proprio questo doppio volto: da un lato gli eventi che minacciano la vita, dall’altro le ferite piccole solo in apparenza, un’umiliazione a scuola, un’assenza ripetuta, che lasciano nel sistema nervoso la stessa impronta di allarme. Per entrambi, la strada della rielaborazione è aperta.
Ed è qui che vale la pena di aprire la parte del volume che alla serata di Monale avevo potuto soltanto sfiorare: la terza, quella dal titolo che è già un invito, Accomodati nello studio del terapeuta. Nove casi, nove vite, nove porte che si aprono. C’è chi è cresciuto nel vuoto di un affetto mancato, chi porta un lutto mai elaborato, chi combatte con il proprio corpo, chi con i ricordi del bullismo, chi con le ossessioni, le fobie, la paura della paura, quel nodo in gola che dà il titolo all’ultimo capitolo. Pagine in cui la scienza si fa racconto e il racconto si fa specchio: perché è impossibile attraversarle senza riconoscere, almeno in una di quelle storie, un frammento della propria. È la parte del libro in cui la scrittura di Marina Balbo dà il meglio di sé, con il passo di chi le cose le ha viste accadere nel proprio studio, mille volte, negli occhi delle persone.

Ed è a questo punto della conversazione che arriva la confidenza da cui siamo partiti, quella dei pazienti che le hanno detto di dovere la vita all’EMDR. Ora, dopo aver attraversato il metodo e le sue storie, quelle parole suonano meno incredibili: dietro di esse ci sono proprio le persone che popolano la terza parte del libro, gente che era rimasta prigioniera di un ricordo, e che ha ritrovato la strada. Ma perché quel salvataggio avvenga, tiene a dire la dottoressa, serve qualcosa che nessun protocollo può garantire da solo: l’empatia. Che non è un talento innato da esibire, precisa, ma qualcosa che va cercato e ottenuto, conquistato paziente per paziente, seduta per seduta. E qui Marina Balbo si lascia andare a un auspicio che va oltre la professione e suona come una piccola utopia civile: l’empatia bisognerebbe studiarla tutti quanti. Non solo i terapeuti: tutti. Come si studiano la grammatica e le tabelline, perché è la grammatica prima di ogni relazione umana. Viene da pensare a quanto ne avrebbe bisogno questo nostro tempo distratto e ruvido, che di traumi ne produce in abbondanza e di ascolto ne offre così poco.
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Resta l’ultima domanda, la più scomoda, quella che a un’intervista non si può risparmiare: ci sono volte in cui il metodo non funziona? Marina Balbo non si sottrae, e la sua risposta ha la stessa onestà che attraversa tutto il libro. Sì, confida, ci sono stati casi in cui i pazienti non sono più tornati. Hanno abbandonato la cura, semplicemente, senza spiegazioni. Forse per colpa del trauma stesso, che difende il proprio territorio con le unghie; forse per la paura di conoscere sé stessi, che è forse la più umana di tutte le paure. Colpisce che non ci sia, nelle sue parole, alcun tentativo di assolversi o di assolvere il metodo: c’è invece il rispetto per quella soglia misteriosa che ogni persona custodisce, e che nessuna tecnica, per quanto validata, può forzare. La porta dello studio del terapeuta si apre solo dall’interno.
La promessa di Monale, dunque, è mantenuta. Il libro meritava questo ritorno, e la sua autrice anche: perché «La cura dei ricordi» non è soltanto un saggio ben scritto su un metodo terapeutico, ma un atto di fiducia nella possibilità di guarire, firmato da una donna che quella fiducia l’ha costruita in quasi trent’anni di studio, di viaggi e di ascolto. E chi, leggendolo, sentisse riaffiorare un ricordo che ancora brucia, sappia almeno questo: la cura esiste, e sa aspettare.
