Per Tonino, il Sindaco che guardava Oviglio con occhi innamorati

Avevamo parecchie cose che ci dividevano, Tonino ed io. Le fedi calcistiche, per cominciare: lui interista infervorato, di quelli che il nerazzurro ce l’hanno nel sangue, e nel suo caso era vero alla lettera, perché quel sangue gli veniva da suo padre Ginetto, che con la maglia dell’Inter aveva scritto pagine di storia del calcio; io milanista, tiepido quanto si vuole, ma pur sempre milanista. E poi la politica: lui di destra, convinto e dichiarato, io esattamente il contrario. Eppure, prima delle ultime elezioni, mi ha chiesto di occuparmi delle cose culturali ovigliesi. La cosa poi non ebbe seguito, ma so che avrebbe comunque trovato in me un alleato pieno d’amore per questo paese. E quando me lo chiese, ricordai di botto quelle sere: le serate estive da Tunon a mettere dischi nel juke box, i mondiali, sempre da Tunon, a tifare Italia tutti insieme, le lunghe partite a tarocchi o a briscola in 5 nei lunghi inverni ovigliesi. Frammenti di ricordi e fantasmi di memoria che mi avvolsero allora, e che ora, adesso che lui se n’è andato in un inconoscibile altrove, ritornano tutti come schegge e ombre di vita e di giovinezza. Perché era questa, alla fine, l’unica cosa che contava, la cosa che ci univa al di là di ogni maglia e di ogni bandiera: Oviglio, e la vita che ci abbiamo vissuto dentro.
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La notizia mi è arrivata stamattina, ed è stata devastante. Certo, avevo immaginato avesse qualcosa di assai difficile da combattere, e le notizie che mi arrivavano, a me che con pudore tutto contadino, poco chiedevo, erano il segnale di qualcosa di irreparabile. Antonio Armano, per tutti Tonino, se n’era andato dopo anni di una malattia affrontata con la stessa riservata tenacia con cui si coltiva la terra: senza clamore, senza lamenti, un giorno dopo l’altro. Era un ragazzo del ’59. Io sono un ragazzo che gli veniva subito dietro, un anno soltanto di distanza, e quando muore qualcuno che ha la tua età, o quasi, il dolore si porta appresso una vertigine che riguarda anche te: le stesse stagioni attraversate, le stesse strade, lo stesso campanile a misurare il tempo.
Diciassette anni ha guidato questo paese, dal 2009, quattro mandati, l’ultimo iniziato nel giugno di due anni fa quando già la malattia gli camminava accanto. Ma io non voglio ricordarlo per la fascia tricolore. Voglio ricordarlo per come guardava Oviglio.

Ogni anno, alla fine dell’inverno, gli mandavo gli auguri per il suo compleanno. Riletti oggi, uno dopo l’altro, quegli auguri mi sembrano le stazioni di un congedo che non sapevo di stare scrivendo.
Una volta gli scrissi: «Cosa augurare ad un ragazzo del ’59… che ha il coraggio di fare il Sindaco in un piccolo paese… e per di più è interista? Forse, semplicemente, che sappia continuare ad amare questo piccolo paese adagiato in questa fine di inverno, sentirlo sempre come un nido sperduto nell’aria, da curare ed accudire, ma che in questo paese sappia sempre vedere ogni cosa che si vivrà insieme con la giusta distanza, ma anche con una profonda intimità… e soprattutto con una sana e giusta voglia di continuare ad occupare con passione e gioia ogni angolo della sua giornata!». Ogni angolo della sua giornata: lo scrivevo quando le giornate sembravano ancora infinite, e gli angoli innumerevoli.
L’anno dopo gli mandai una foto del paese, e insieme alla foto i versi di Franco Arminio che porto sempre con me: “I paesi si salvano con gli occhi. / Prima bisogna guardarli / come un uomo giovane / guarda una donna bellissima…”. E aggiunsi: «Ti auguro con tutto il cuore che quello sguardo innamorato tu ce l’abbia per sempre e per sempre ti accompagni!». Per sempre, scrissi. Non sapevo che quella parola si sarebbe avverata così, in un modo che nessuno dei due avrebbe voluto: quello sguardo ora appartiene per sempre a Oviglio, alle sue strade, alla memoria di chi resta.
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E poi ci fu l’augurio delle passioni. La sua Inter, certo, che quell’anno gli regalava soddisfazioni: gli augurai che la passione calcistica potesse viverla in ogni cosa, «che ti sia vento a favore di vela, propizio e amico per tutte le situazioni che dovrai vivere e affrontare, che tu lo possa fare con il guizzo creativo e aristocratico di un grande Campione». Eh sì, perché il grande Campione, Tonino, lo aveva avuto in casa: suo padre Ginetto, ala che incantò San Siro, oltre quattrocento partite in Serie A, un centinaio di gol, e con quei gol la cascina comprata qui, in questa terra, la Cascina Nicoletta che Tonino ha continuato a coltivare per tutta la vita. Il calcio, per lui, non era una bandiera: era il sangue, era la terra, era il padre. Augurargli il guizzo di un grande Campione significava, senza che io lo pesassi fino in fondo, augurargli di somigliare a chi lo aveva messo al mondo.
L’ultimo anno, invece, gli feci auguri semplici. Sapevo della malattia e davanti alla malattia le parole di gioia e sorriso non si osano più. Non rispose. E quel silenzio, che allora mi lasciò un’ombra di pena, oggi mi appare per quello che era: l’ultima pagina di un epistolario che si interrompeva, come si interrompono le vite, non con un congedo ma con una risposta che non arriva.
Del sindaco diranno altri, e giustamente: l’amministratore onesto, il senso del dovere, le battaglie combattute per questa terra, come quella contro il deposito nazionale di rifiuti radioattivi, quando disse che poco importava fosse il nostro Comune o un altro, perché era tutto l’Alessandrino a doversi difendere. Io preferisco ricordare l’uomo che accudiva un nido sperduto nell’aria. E stringermi, con tutto l’affetto di cui sono capace, alla sua mamma, alla moglie Patrizia, ai figli Giovanni e Massimo.
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Questa mattina Oviglio si è svegliato più solo. Ma io credo che i paesi custodiscano gli sguardi di chi li ha amati, li trattengano nei muri, nei campi, nell’aria della sera. E allora quell’augurio, Tonino, è mantenuto: lo sguardo innamorato ti accompagna per sempre, e per sempre accompagna questo paese che, come un uomo giovane davanti a una donna bellissima, non hai mai smesso di guardare…e di amare.
