Non ti scordar… di che? Gli Scavalcamontagne a Monastero Bormida, fra risate, memoria e malinconia

Ci sono luoghi che, quando li ami, ti richiamano a sé. Tre sere dopo la magia di «Ero, l’ultima luce», mercoledì 8 luglio sono tornato a Monastero Bormida, stavolta nella grande piazza medioevale davanti al castello, sotto i balconi traboccanti di petunie. E sul palco ho ritrovato volti ormai amici: gli Scavalcamontagne, la compagnia del teatro che cammina, che avevo incontrato e raccontato poche settimane fa a Oviglio, nella piazzetta a duecento metri da casa mia. Ritrovarli lungo la loro strada, di borgo in borgo, è stato come incrociare di nuovo una carovana di guitti d’altri tempi: ci si riconosce, ci si sorride, e si sa già che la serata sarà buona.
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Lo spettacolo era «Non ti scordar… di che?», e ricordo che il testo e la regia sono di Gianfranco Vergoni. Si comincia con un balletto cantato trascinante, tutta energia e giovinezza, finché, nel giro di una canzone, avviene la metamorfosi: i quattro artisti si ritrovano anziani e acciaccati, in vestaglia e camicia da notte, occhialoni spessi e berretti da riposo, ospiti di una casa per artisti centenari. Una metamorfosi fortemente metaforica, perché è esattamente così che il tempo ci sorprende tutti: si balla, e un attimo dopo ci si scopre vecchi. Io, dentro di me, l’ho subito battezzata la Villa Arzilla dei giorni nostri: quattro vecchi leoni del palcoscenico che rievocano i fasti di un tempo fra equivoci, scambi di persona, liti e riconciliazioni, e che sotto la polvere degli anni conservano artigli e ruggito, sprazzi di fantasmagorica vitalità.

Da lì lo spettacolo si colora di mille colori, con una sapienza geniale nell’alternare divertimento e malinconia, avanspettacolo della migliore qualità e riflessione sull’invecchiare. Si passa dalla citazione di una poesia di Patrizia Valduga al quarto movimento – corale – della Nona Sinfonia di Beethoven, l’Inno alla gioia che si trasforma in un irresistibile «medicine, medicine» cantato in coro da tutta la piazza. Perché questa è l’altra meraviglia degli Scavalcamontagne: il pubblico non assiste, partecipa, viene coinvolto, fatto cantare e perfino esercitare insieme agli attori, in una ginnastica collettiva che scioglie ogni distanza fra palco e platea. Poi molta musica di livello notevole, e soprattutto azzeccatissima nel contesto dello spettacolo. Infatti è arrivato anche uno splendido Criminal Tango, di Fred Buscaglione, e lo canta Claudio Pinto Kovacevic, trascinante e coinvolgente il giusto. E io, che mi divertivo un sacco, ho annotato sul mio taccuino due parole che mi sembravano le uniche giuste: spirito rossiniano, quella comicità musicale leggera e perfetta che non scade mai, che diverte con intelligenza.

Ma, permettetemi una personale opinione: è nella malinconia che lo spettacolo tocca le sue corde più profonde. La splendida Irene Geninatti Chiolero, soprano lirico e anima della compagnia, a un certo punto si trasfigura: abito viola di paillettes da chanteuse, uno scialle rosso fra le mani, gli occhi chiusi, e la vecchietta ridiventa diva per la durata di una canzone. È la memoria che si fa carne, la macchina del tempo più semplice e struggente che esista. Poi la sua voce ha regalato un dolcissimo brano di Satie, sospeso sulla piazza come una carezza.

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E ancora, più avanti, il – da me amatissimo, che lo cantavo tanti anni fa con i miei amici – Tema della band I Giganti, uscita nel 1966. Il brano esplora l’amore attraverso i diversi punti di vista dei membri della band. Ognuno dice la sua opinione sul sentimento. Le strofe si alternano tra speranza, disillusione e critica sociale. Da dire gli Scavalcamontagne lo cantano per evocare la vitalità, la gioia, il lusso della giovinezza…e ci riescono benissimo. Tutti questi sono frammenti di un tempo che, pur trascorso, è nell’anima e nell’anima per sempre resterà.

Poi è arrivata anche 1950, la canzone di Amedeo Minghi dedicata a Serenella, affidata a Danilo Ramon Giannini, l’altro fondatore della compagnia che già avevo applaudito a Oviglio: l’ha cantata con un filo di voce e una tenerezza infinita, come si sfoglia un ricordo fragile che si teme di rompere. E qui lo spettacolo ha fatto su di me esattamente ciò che il titolo promette: mi ha chiesto di che cosa non dovessi scordarmi. Perché 1950 la ascoltavo con nostalgia ai tempi del servizio militare, ragazzo lontano da casa, e sentirla riaffiorare in quella piazza, fra quei vecchi artisti che frugano nei loro ricordi, mi ha commosso: i loro ricordi avevano risvegliato i miei.

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Degli Scavalcamontagne ho già raccontato la storia bella e coraggiosa: il progetto nato nei giorni del lockdown, le tournée interamente a piedi, zaino in spalla, di paese in paese, nel nome delle antiche compagnie di giro che scavalcavano le montagne pur di portare il teatro dove il teatro non c’era. Accanto a Irene e a Danilo, quella sera c’era anche il giovane Leonardo Bares al pianoforte, serissimo e bravissimo in mezzo a tanta scatenata follia: un’immagine che da sola racconta il passaggio di testimone fra generazioni di artisti.

Il congedo lo ha affidato Irene a una frase che mi sono portato a casa come un piccolo dono: «La tristezza, in fondo, è una cosa importante, una cosa che ci fa crescere». Poi, come sempre, il rito del cappello: nessun biglietto, solo l’offerta libera che passa di mano in mano, il patto più antico e più onesto che esista fra artisti e pubblico. Ho lasciato il mio contributo pensando che serate così valgono molto di più di quel che il cappello può contenere. Non ti scordar… di che? Di questo, appunto: che il teatro può ancora arrivare a piedi nella piazza di un borgo, farci ridere fino alle lacrime e donarci anche tenue e gentile malinconia… poi, piano piano, con una manciata di vecchie canzoni, restituirci un poco della nostra giovinezza.

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