“Mondiali 2026” . Una buona occasione per riflettere

Ogni tanto torniamo a discutere di sport, di vari sport non solo di “calcio” quello spesso snobbato da chi è convinto che si tratti di un anestetico, di un diversivo per portare “altrove” il popolo bue.
D’altra parte il “panem et circenses” ha più di duemila anni e in buona parte, funziona ancora. Ma ciò che riesce a sprigionare una partita di pallavolo tirata ai “25 a 23” per ore o una partita di tennis, specie se in campo c’è uno come Sinner, è difficile da spiegare. Come è davvero difficile da spiegare come si riesca a buttare alle ortiche una esperienza, come quella della “Acrobatica” alessandrina di pallavolo femminile che è riuscita finalmente a riempire per più volte il nostro palazzetto. E poi…tutto in una bolla di sapone. Un gigantesco “puff” di cui pochi parlano ma che sa molto di interessi trasversali, di incapacità amministrativa e di noncuranza da parte delle Autorità…se non quando – a fine campionato vincente – si sono fatte le classiche foto di rito con tanto di sorriso a trentadue denti insieme alle ottime pallavoliste che ora, giustamente, mandano molti “a quel paese”.
Quindi sbaglia chi tira fuori la storia dell’ “oppio dei popoli” o del “panem ecc.”. Si tratta di un fenomeno di costume, di un coinvolgimento profondo della psiche umana con tratti di grande interesse per l’antropologia culturale. Sì, perché, la cultura si può fare anche dimostrando di essere forte, resistente, astuto, capace di seguire schemi, ben inserito in un gruppo. Magari condendo il tutto con una malcelata revanche anticolonialista. E’ ciò che sta succedendo con il “calcio” oggi e i Mondiali di USA, Canada e Messico ne sono una conferma.
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Cosa sta cambiando?
Il calcio moderno si è trasformato in un gioco altamente atletico, tatticamente flessibile e scientifico. La lezione più importante impartita dalle squadre africane nella storia recente del calcio è il passaggio dalla pura brillantezza individuale a una struttura di gioco collettiva e disciplinata. Con la coscienza di essere un elemento di forte interesse, con molti detrattori razzisti dietro la rete che non aspettano altro che “si faccia schifo”. Ma così non è . I team africani, in queste fasi iniziali dei Mondiali del 2026 hanno dimostrato che con una chiara direzione strategica e moderni sistemi di formazione si può diventare una potenza sportiva con tutte le conseguenze del caso.
Per molto tempo le squadre africane in Europa sono state etichettate come “imprevedibili” o “approssimative”. Lo sviluppo storico, sostenuto in modo impressionante dai risultati del Marocco e dai successi di nazioni come Costa d’Avorio e Senegal, mostrano il contrario: le squadre oggi operano con una buona compattezza difensiva, con formazioni flessibili (realizzando un perfetto equilibrio tra possesso palla e gioco di transizione) istruendo a dovere “punte di attacco”, veloci, tecnici e di pressione.
La forza dell’Africa risiede anche nella doppia formazione. Molti dei migliori giocatori sono cresciuti nei centri giovanili europei o lì giocano nei campionati più importanti. Molto spesso sono nati in Francia, in Germania, in Belgio ma, in caso di “chiamata”, rispondono “presente” e sono pronti per sostenere il proprio Paese di origine (magari non di nascita ma per identificazione culturale. E qui l’antropologia culturale va a nozze.
Ce ne siamo accorti tutti. Lo abbiamo visto in questi ultimi vent’anni anche qui in Italia… pronti alla formazione tattica europea e alla maturità di gioco da combinare con la fisicità africana e l’estro tecnico del calcio di strada. Ne derivano giocatori estremamente versatili ed atletici che, con merito, si stanno affermando tanto nelle squadre di club quanto nelle competizioni internazionali.
Le novità del “Mondiale 2026”
Aumentando la Coppa del Mondo da 32 a 48 nazioni, la Confederazione Africana (CAF) ha aumentato notevolmente la sua presenza. Questa espansione ha dimostrato che l’Africa ha un’enorme voglia di sport che è, anche, voglia di riscatto. Gruppi come Capo Verde, Repubblica Democratica del Congo e Sudafrica dimostrano che la professionalizzazione sta avendo effetti in tutto il continente.
Per molto tempo, le squadre africane hanno sofferto di sudditanza psicologica durante i grandi eventi, specie gareggiando contro le “grandi” Nazioni del calcio. I recenti successi e la rinnovata fiducia nelle proprie forze hanno rotto questo blocco mentale. La consapevolezza è che al livello più alto non è più necessario nascondersi, ma piuttosto agire ad un livello paritario attraverso un duro lavoro continuo.
Le complicate eliminazioni del Senegal, della Repubblica del Congo e, ancor più della équipe di Capo Verde (piccola realtà insulare sulla costa ovest dell’Africa) ne sono una conferma. Squadre con giocatori che sono nati in Europa in buona parte o che, fin da piccoli , hanno frequentato con profitto realtà sportive europee “per riflesso” grazie a presenze locali di allenatori ed ex giocatori.
Ed hanno imparato bene. Lionel Messi se li vede ancora davanti in corsa come treni, con movenze feline e con buona padronanza di stop, blocchi, finte e rilanci. Il “3 a 2” finale che permette all’Argentina il recente passaggio del turno è più un colpo di fortuna (e di mano africana che devia il colpo di testa) che la concretizzazione di una superiorità conclamata.
Questa “superiorità” non c’è stata e, di sicuro, dovrà essere un punto fermo per le partite a venire. Sempre più “inclusive” con squadre multicolor e conseguente scambio di esperienze ed emotività differenti. Sullo sfondo la convinzione che lo sport contribuisca ad un riscatto, ad una accettazione diversa di chi si conosce poco, con complimenti finali che, anche se pronunciati a bocca storta, cancellano una vita di pregiudizi razziali.
E questa è la cosa più bella.
Pier Luigi Cavalchini
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