Trent’anni dentro un faldone rosso: «La segreta cura», il toccante memoir di Raffaella Romagnolo

Sono andato, ma dopo aver letto il libro, alla presentazione di Raffaella Romagnolo martedì 16 giugno, nel cortile del Circolo Way Assauto di Asti, dentro la rassegna “Il Cortile dei Lettori“. organizzato dalla libreria indipendente Alberi d’Acqua di Asti. Luci verdi e ambrate sulla pedana, il libro appoggiato a un piccolo leggio nero come fosse una stele. In copertina una schiena nuda attraversata da rami scuri, radici o forse terminazioni nervose incise sulla pelle. Il titolo: “La segreta cura“.

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L’avevo già ascoltata diverse volte presentare “Aggiustare l’universo”, ad iniziare dalla prima Acqui Terme nel settembre 2023, e l’avevo intervistata qualche mese dopo nella sua casa luminosa vicino a Ovada, piena di libri e di una luce che non ostentava nulla, mentre il romanzo correva verso la finale del Premio Strega. Ad Asti dialogava con lei la professoressa Marisa Varvello, con quel garbo attento di chi il libro l’ha letto davvero. Quella sera, però, Raffaella Romagnolo parlava di un libro diverso da ogni altro suo. Per la prima volta, in trent’anni di scrittura, parlava di sé.

La segreta cura” (Mondadori) nasce, racconta l’autrice nelle prime pagine, da un’intervista concessa quasi per caso a una giovane antropologa che studiava il percorso terapeutico dei malati di sclerosi multipla. Rispondendo alle sue domande, Raffaella Romagnolo si accorse di avere tra le mani una storia vera che non aveva mai osato raccontare, nemmeno a sé stessa: la propria. Da narratrice abituata alla terza persona, capì che questa volta avrebbe dovuto usare la prima.

Il libro si apre l‘8 agosto 1998, sul ghiacciaio del Monte Rosa, due ore prima che un formicolio alle gambe le cambi la vita, e si chiude vent’anni dopo su un sentiero verso il Monte Bianco, quando il corpo le restituisce, gradino dopo gradino, ciò che il medico le aveva pronosticato fin dal principio. In mezzo, un’architettura ad anello che definirei quasi musicale: i referti clinici, conservati per trent’anni in un faldone di cartoncino rosso, scandiscono il racconto con la precisione asciutta del linguaggio medico (parestesie, poussée, carico lesionale), mentre intorno a quelle sigle l’autrice costruisce capitoli saggistici di rara eleganza, sulla storia di chi ha avuto questa malattia prima che avesse un nome: il gentiluomo inglese Augustus d’Esté, il poeta Heinrich Heine, la scrittrice vittoriana Margaret Gatty, la mistica medievale Lidwina di Schiedam.

C’è un capitolo, fra i più belli, dedicato alla parola che dà il titolo al libro. “Cura” in latino significa insieme pensiero, affanno, pena d’amore e atto terapeutico: Raffella, che ha scritto la tesi di dottorato sulle lettere del Foscolo alla sua amante, scioglie quel nodo etimologico mostrando come nella sua vicenda i significati non si possano più separare. C’è la scena, fra le più dure, della prima risonanza magnetica, il terrore della bara metallica che la costringe a scoprirsi claustrofobica, proprio mentre scopre la propria malattia. C’è il filo, mai consolatorio, della maternità che lei e il marito inseguirono per anni e che la malattia, insieme al tempo, ha finito per portare via: pagine durissime, in cui l’autrice si rivolge direttamente alla propria ginecologa chiedendole se davvero si possa misurare quanta vita ci sia nel non diventare madre.

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E c’è, sotto tutto il libro, un’analisi spietata e mai gridata sul rapporto fra genere e medicina: la maggioranza dei malati di sclerosi multipla è femmina, la maggioranza dei neurologi che racconta è maschio, dal medico nazista che sperimentò liquido cerebrospinale su pazienti psichiatrici negli anni quaranta fino al medico che per primo la curerà,  che le chiede con crudele nonchalance: tu cosa pensi di avere?, e quando lei risponde con esattezza La sclerosi a placche, lui le lancia un allucinante Spera che sia davvero quello!!

Gliel’ho chiesto direttamente, quella sera ad Asti: come mai uno stile così lontano dalla sua scrittura di sempre, da quella vividezza evocativa che le avevo riconosciuto nell’incipit di Gilla, qui risulta quasi del tutto assente? Mi ha risposto che sì, che l’aveva fatto apposta: aveva prosciugato il testo da ogni enfasi, da ogni retorica. Ripensandoci, è forse la scelta più coraggiosa del libro. Un memoir che racconta la propria malattia potrebbe facilmente scivolare nel patetismo, nella ricerca di commozione a ogni costo. Raffaella Romagnolo fa l’esatto contrario: lascia che siano i fatti, nudi, a produrre da soli l’effetto che le pagine comunque sortiscono, ed è un effetto enorme.

L’ho letto in due giorni, questo libro, trascinato in eguale misura dall’angoscia dei referti e da quello che considero un vero e proprio inno alla vita: le pagine dedicate alla montagna, al Monte Rosa e al Monte Bianco, alla fatica buona che si sceglie e non a quella che tocca in sorte. È lì, credo, il segreto di un libro che pure ha cambiato quasi tutto rispetto ad “Aggiustare l’universo”, la lingua, il registro, persino la persona grammaticale: nonostante la sobrietà voluta, o forse proprio grazie a essa, Raffaella Romagnolo resta una narratrice capace di trascinare il lettore pagina dopo pagina, esattamente come mi era già capitato con Gilla e con Ester.

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Chi ha seguito Raffaella Romagnolo nei suoi romanzi riconoscerà, leggendo “La segreta cura”, lo stesso gesto che l’aveva resa protagonista di “Aggiustare l’universo”. Lì era Gilla, maestra elementare nel dopoguerra, a rimettere insieme pezzo per pezzo un vecchio planetario rotto, metafora di un mondo da ricostruire dopo la furia della guerra. Qui è Raffaella stessa, in prima persona, a fare lo stesso lavoro paziente su ciò che ha di più intimo: una storia clinica frammentata in trent’anni di referti, che solo la scrittura riesce a rimettere in ordine e a restituire un senso. Mi aveva detto, nella sua casa di Ovada, che inizia sempre da un archivio, dalla documentazione, lasciando poi che la scrittura prenda il volo. Non avrei mai immaginato che un giorno l’archivio, da cui avrebbe iniziato le sue ricerche, sarebbe stato il proprio corpo…e la sua storia.

E poi c’è un dettaglio che, da cronista, mi ha colpito più di ogni altro. Nell’articolo che le avevo dedicato due anni fa, raccontavo che la nostra lunga conversazione si era interrotta per una telefonata del marito che rientrava, che c’era da cena. Un dettaglio di colore, allora. Oggi, dopo aver letto “La segreta cura”, so che quell’uomo è lo stesso che lei chiama, nei ringraziamenti finali, il proprio caregiver, l’amore della sua vita: chi per ventisette anni l’ha accompagnata a ogni visita, chi una notte, mentre lei rischiava di soffocare per uno shock anafilattico, ha chiamato i soccorsi senza perdere un secondo. Quella telefonata per la cena, vista oggi, pesa molto diversamente.

Il libro si chiude a Rocca Grimalda, il 15 ottobre 2025, con l’autrice che guarda dalla finestra del suo studio le foglie d’autunno planare sul prato, a una a una. Le ultime due parole sono un atto di resa che non ha niente di rassegnato: “lo accetto“. Ad Asti, qualche sera fa, l’ho vista raccontare tutto questo con la stessa passione trascinante che le avevo già visto mettere nel narrare le vicende di Gilla e di Ester. Solo che stavolta, sotto i fari verdi e ambrati di un cortile di provincia, la protagonista della sua stessa narrazione, era lei.

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