Un vestito che non si dimentica: Sara Rattaro racconta Teresa Mattei – la storia di una partigiana, di una costituente, di una donna che non ha mai smesso di combattere

C’è una coincidenza, in questa storia, che vale la pena raccontare. Qualche settimana fa ero in sala, ad Alessandria, ad ascoltare Sara Rattaro presentare il suo nuovo romanzo storico, Il Vestito di mia madre, sottotitolo Storia di Teresa Mattei, antifascista. (PIEMME, 2026). Nell’occasione, me l’ha presentata l’amica scrittrice Maria Luisa Mosele, che la conosce bene perché è la sua editor, in particolare del notevole romanzo Un padre bugiardo (Morellini, 2026). Insomma, la letteratura, come spesso accade, ci aveva fatti conoscere per vie traverse. Ma è subito scattato qualcosa, perché al momento di farle un paio di domande, scherzosamente fingeva di ricusare, salvo poi dimostrare una simpatica cordialità, anche al momento dei saluti, alla fine della presentazione. Ma il suo libro, che ho letto con l’attenzione che si deve ai testi importanti, mi ha accompagnato in una serie di riflessioni sulla data fondamentale del 2 Giugno, tanto è vero che, pochi giorni fa, ho recensito per questo giornale uno spettacolo teatrale, dal titolo assai pertinente All’alba delle matite copiative, di Clara Demarchi e Enzo Bensi, dedicato appunto al 2 giugno 1946, al primo voto delle donne italiane. E ho citato questo libro anche nell’articolo-intervista con Carlo Cerrato, dedicato sempre alla stessa ricorrenza. Insomma: “Il vestito di mia madre” mi seguiva. Pretendeva una recensione. Ed eccola: l’ho finito stanotte, e sento l’urgenza di parlarvene, perché mi ha colpito e affascinato moltissimo. Una lettura importante, di una narratrice solida e senza retorica, eppure capace di commuovere e coinvolgere come poche. Ma andiamo per ordine.

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Sara Rattaro è scrittrice genovese di lunga esperienza, con una serie di romanzi fortunatissimi alle spalle, tradotti in nove lingue. Sa fare una cosa rara: tenere insieme la leggerezza della narrazione e il peso della storia. In questo libro, pubblicato da Piemme nel 2026, affronta la vita di Teresa Mattei, nome di guerra Chicchi, partigiana fiorentina, la più giovane eletta all’Assemblea Costituente nel 1946, a venticinque anni, tra le tante cose che ha fatto, è stata colei che propose la mimosa come fiore simbolo della Festa della Donna. Una figura straordinaria, che molti conoscono appena di nome e che questo romanzo restituisce in tutta la sua umanità vibrante e contraddittoria.

Il romanzo comincia con una scena che cattura immediatamente: Firenze, febbraio 1944, una staffetta partigiana che porta documenti cuciti nella fodera del cappotto e viene bloccata per strada. Un compagno la abbraccia come un amante, per coprirla, e le sussurra all’orecchio la notizia più dura: hanno arrestato suo fratello Gianfranco, lo hanno portato in via Tasso. “Da via Tasso non tornava nessuno, almeno non come prima.” Da questo incipit già si capisce la cifra stilistica di Rattaro: nessun compiacimento, nessuna retorica. La storia entra dritta nella carne.

La struttura narrativa è quella di un romanzo biografico che sceglie di muoversi avanti e indietro nel tempo con disinvoltura. Si va dall’infanzia di Teresa in una famiglia apertamente antifascista, con un padre che sfida Mussolini in persona con una calma olimpica, fino agli anni della Resistenza come “Chicchi”, staffetta tra viaggi in treno e volantini clandestini, e poi l’Assemblea Costituente, il 2 giugno 1946, il voto, Montecitorio. E Sara Rattaro non romanza per abbellire: romanza per avvicinare. Come scrive nella sua nota finale, il suo compito era “dare a Teresa un corpo, una voce, un respiro. Entrare negli spazi lasciati scoperti dai documenti, non per tradire la verità, ma per restituirle una presenza viva.”

Ci riesce. E ci riesce soprattutto nelle scene di quotidianità, che sono forse le più belle del libro. La famiglia Mattei, sette figli e un padre visionario che racconta storie di velieri attorno al camino. Clara, la madre, che legge romanzi sulla poltrona accanto alla finestra con gli occhiali che scivolano sul naso. Il modo in cui Teresa da bambina osserva tutto, fa domande scomode, non si accontenta mai delle risposte che le danno. “La lettura,” le diceva sua madre “è una finestra sul mondo. Non dimenticarlo mai.” Quei genitori e quei fratelli, e l’orgoglio testardo delle proprie idee, quel saper remare in direzione ostinata e contraria. Come quando, alla proclamazione delle leggi razziali, Teresa ha il coraggio di dire che sono sciocche follie, e viene perciò espulsa da tutte le scuole del regno d’Italia. Ma grazie all’acuta conoscenza legale di Calamandrei, amico di famiglia, riesce a studiare privatamente e prenderà comunque la laurea.

Le scene della Resistenza, poi, hanno tensione vera, mai sopra le righe. Rattaro conosce il rischio del romanzo storico: la retorica della grandezza, i martiri troppo perfetti, la Storia con la maiuscola che schiaccia le persone. Lo evita con un’attenzione costante alla dimensione interiore di Teresa: le paure, i dubbi, la stanchezza, il senso di colpa per il fratello arrestato. Una scrittura che non alza la voce proprio quando la storia griderebbe. E questo silenzio, questa compostezza, è la sua forza maggiore.

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La sequenza del 2 giugno 1946 è una delle più intense del romanzo. Teresa che entra nella cabina elettorale, le mani sudate, la matita sul foglio. “Repubblica.” Una parola sola, e pesa tutto. Poi Montecitorio, le due vedove siciliane che le baciano la mano sul portone e le chiedono aiuto per una pensione bloccata, il monsignore in talare che le offre il caffè con una battuta sulle gonnelle, e la risposta fulminante di Teresa: “Le uniche gonnelle ammesse qui dentro, però, sono le mie, non le vostre.” Un romanzo che sa anche far sorridere, nei momenti giusti, con la precisione di un bisturi.

In appendice, Rattaro ha inserito i profili di tutte le ventuno Madri della Costituzione: le donne elette all’Assemblea Costituente nel 1946, provenienti da partiti e storie personali diversissime, che insieme contribuirono in modo fondamentale a scrivere la Carta che ancora ci governa. Un gesto editoriale importante, perché quei nomi meritano di essere ricordati uno per uno. Io cito qui, per ovvi motivi di spazio, quelli di Lina Merlin, Nilde Iotti, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, deportata a Ravensbrück. Donne che avevano pagato di persona. Donne che, sedute a quei tavoli, non erano lì per caso.

Ho letto questo libro in poche notti di giugno, con la finestra aperta e il silenzio del mio paese intorno. E ho pensato, più di una volta, a come certe storie abbiano bisogno di aspettare il momento giusto per arrivare. E leggendolo, in questa casa dove sono nato e cresciuto, ho pensato a mio nonno, anche lui orgogliosamente antifascista, anche quando dichiararlo ti portava non poche sventure. E ho pensato che questo romanzo è arrivato ora perché questo era quel momento che mi doveva far riflettere sulle vicende di quella nostra storia, e sottolineo nostra.

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Teresa Mattei è morta nel 2013, a novantadue anni, senza aver mai smesso di credere che la libertà, come diceva, non si eredita: si conquista. Sara Rattaro l’ha presa per mano e ce l’ha restituita. “Il vestito di mia madre” è un romanzo che si legge con immensa partecipazione e che resta addosso come, appunto, un vestito: quello di qualcuno che non c’è più, ma che ancora sa  scaldare i cuori e sa insegnarci moltissimo.