“L’alba delle matite copiative”, quando la Repubblica tornò a commuoverci, con Clara Demarchi e Enzo Bensi a Pasturana

C’è un momento, in certi spettacoli, in cui la sala dove si propone il gesto coraggioso del teatro civile, smette di essere una sala e diventa qualcos’altro. Diventa un luogo dove si svolge una intensa quanto coinvolgente cerimonia laica, dove voci e gesti di un’attrice e un attore, Clara Demarchi ed Enzo Bensi, donano vita, vitalità e forza al nostro passato, un passato magari non vissuto di persona, ma vissuto dentro la nostra capacità di far parte di una società, dentro il nostro più intimo e profondo sentire. E allora, una cantina con la volta a botte e i mattoni a vista, come quella del Palazzo Comunale di Pasturana, alla presenza di un Sindaco raggiante, che il 2 giugno scorso ha ospitato L’alba delle matite copiative, può diventare una cripta della memoria, un luogo dove il passato non è archiviato ma respira ancora, preme contro le pareti, cerca aria. Io non ve ne farò una cronaca didascalica, ma vi narrerò le mie emozioni, da tutti, credo condivise. Emozioni e grande commozione.
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Eh, sì: ero seduto in quella sala piena, partecipata, vibrante di una presenza umana rara per i tempi che corrono. Entrando, a parte gli attori, che reputo ormai amici impagabili, ho ritrovato uno straordinario musicista, che ho l’onore di chiamare amico, perchè dietro di me, ad ascoltare come me, c’era Paolo Enrico Archetti Maestri, bandleader degli Yo Yo Mundi, una delle voci più oneste e tenaci della canzone civile italiana. Una delle sue canzoni partigiane, la struggente “13” avrebbe fatto parte della colonna sonora della serata. Per me è stato un immenso piacere ritrovarlo lì, in quella situazione. Ci siamo scambiati storie di antenati, di guerra, di impegno e di gioia. Alla fine della serata ci siamo abbracciati con entusiasmo, anche perchè il grande pathos della narrazione di Clara e Enzo ci aveva portati, insieme, noi e tutti gli altri, appunto, verso momenti di commozione autentica e profonda.

Enzo Bensi, capelli bianchi e sorriso empatico, ha il dono della narrativa incarnata. Quando ha alzato la matita copiativa come fosse un oggetto sacro, non stava recitando un gesto, stava mostrando un’epoca. Quella matita, usata il 2 giugno 1946 per tracciare una croce su una scheda elettorale, fu per milioni di italiani il primo atto sovrano della loro vita. Per molte donne, il primo in assoluto. Ero lì e pensavo a come la Carta Costituzionale sia nata da un percorso che cominciò proprio ottant’anni fa, appunto con il primo voto delle donne. Con il voto di donne come Teresa Mattei, che a 25 anni fece parte dell’Assemblea Costituente. Donne, dunque, che non si accontentarono di depositare una scheda nell’urna, ma salirono su quei banchi e scrissero le regole del gioco. Pensavo che le parole di Clara e Enzo mi risuonavano nell’anima come quelle di Sara Rattaro, che ce le ha evocate pochi giorni prima, in una sala di Alessandria, con il suo romanzo storico Il vestito di mia madre tra le mani, e la voce di chi ha passato mesi a cercare una donna dentro la storia e l’ha trovata molto più viva del previsto.

Ma tutto lo spettacolo, ottimamente scritto e magnificamente interpretato da Enzo Bensi e Clara Demarchi, è stato un potente racconto a due voci che attraversa le colline tra Piemonte e Liguria, da Ovada alla Benedicta, da Novi ad Acqui fino a Genova, lungo i luoghi dove la Repubblica italiana smise di essere un’astrazione e diventò una scelta umana, fragile e necessaria come tutte le cose vere. E si attraversano i momenti più diifficili della Resistenza, come l’eccidio della Banda Tom a Casale Monferrato, con il brano di Paolo con gli Yo Yo Mundi, 13, con quel finale incredibilmente struggente:

camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZAOra e sempre Resistenza. Non è uno slogan. Si tratta invece di una promessa che qualcuno, ottant’anni fa, ha pagato con la vita. Clara ha portato quelle parole con una dignità che non ammetteva distanza. La mano sul petto, al momento degli applausi, non era una posa: era gratitudine vera, quasi stupore per aver attraversato qualcosa di più grande di uno spettacolo.

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E qui già eravamo ad un livello di commozione altissimo, l’anima scossa e piena di partecipazione e incanto. . E poi è arrivato Pavese. Tu non sai le colline. E Clara Demarchi, con la voce ferma e raccolta, ad intonare con immenso afflato lirico quei versi che nominano un paesaggio che è anche un destino, colline che non sono solo geografia ma carne, memoria, scelta. E lei al leggio con una concentrazione quasi dolorosa, come chi sa che certe parole vanno sostenute, non semplicemente pronunciate
Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.
Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l’arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morí
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cencio di sangue
e il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline.
E a un certo punto mi sono accorto di star recitando insieme a lei, sottovoce, ma non troppo, le parole che conoscevo a memoria, che portavo dentro da anni. E dietro di me, Paolo faceva lo stesso. Ce ne siamo accorti dopo, guardandoci, con gli occhi che non riuscivano a fingere niente. Ma, vi assicuro, non era nostalgia. Era qualcosa di più preciso e più doloroso: era riconoscimento. La sensazione che certe parole non le abbiamo imparate, ma che ci appartengano da sempre, come appartengono – e apparteniamo – a queste colline, a questo cielo di inizio giugno, a tutto ciò che siamo senza saperlo spiegare.

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Voglio solo aggiungere, in questo resoconto poco giornalistico e molto rapsodico, fatto più di emozione che di descrizione, che anche la scelta musicale ha sorretto tutto con intelligenza e misura. A parte gli Yo Yo Mundi,m già citati, abbiamo avuto grandi emozioni con il tema di Nuovo Cinema Paradiso di Morricone, l’Adagio for Strings di Samuel Barber, Viva l’Italia di De Gregori, il messaggio radiofonico di Pertini del 1945: ogni brano era una camera di risonanza per le parole, non un ornamento.
Questa serata non è stata semplicemente una commemorazione. È stato un viaggio, intimo e collettivo insieme, dentro ciò che siamo stati e dentro ciò che rischiamo di dimenticare. In un tempo in cui la parola Resistenza viene spesso svuotata o strumentalizzata, in cui la parola Costituzione viene spesso derisa e ripensata, Enzo e Clara hanno restituito questi termini al loro peso specifico, alla loro grammatica di corpi e di scelte, di colline percorse di notte e di mattine in cui si sapeva che forse non si sarebbe tornati, per portarci poi all’alba delle matite copiative, quando uomini e donne facevano insieme la fila per dire, finalmente: io la penso così!
Alla fine, commossi ed emozionati, sotto quella volta di mattoni, ho pensato, anzi, abbiamo compreso, tutti quanti, che certi spettacoli non finiscono quando il pubblico applaude. Continuano, silenziosi, nella strada di ritorno, nell’insonnia, nel bisogno improvviso di ricordare a qualcuno che amiamo da dove veniamo. E quanto ci è costato arrivarci.

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