Il giardino segreto di Viarigi: Piergiorgio Panelli porta le sue tele nella Chiesa di San Silverio, tra muri scrostati e affreschi sbiaditi. Un colloquio tra pittura viva e bellezza ferita, nel cuore del Monferrato astigiano.

Salire sulla Torre dei Segnali di Viarigi significa capire, in un colpo solo, perché qualcuno ha deciso di portare qui la bellezza. Lassù, tra le merlature di mattoni rossi consumati dal tempo, il Monferrato si apre in ogni direzione come un respiro trattenuto che finalmente si scioglie. Da un lato i tetti di cotto del paese, il campanile con l’orologio, la piazza raccolta intorno alla parrocchiale color albicocca. Dall’altro, le colline che si distendono in onde lunghe e silenziose verso Montemagno incoronato di case e chiese lassù sul colle, i vigneti pettinati in file precise come righe di scrittura, la pianura che scivola lontana fino ad Alessandria, e oltre ancora, le Alpi appena accennate nell’azzurro di maggio come un pensiero che non si vuole perdere. È un paesaggio che fa male, di quella dolcezza che stringe.
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E laggiù, appena sotto la torre, si vede il tetto ottagonale di mattoni della Chiesa di San Silverio: un volume antico, solido, con la porta aperta come una bocca che aspetta. È lì dentro che sabato 16 maggio ha aperto la mostra Il giardino segreto, la personale pittorica di Piergiorgio Panelli. E la scelta del luogo non è casuale. Non lo è mai, per lui.

Una chiesa che respira ancora.
Entrare nella Chiesa di San Silverio fa un effetto preciso: è come mettere un piede dentro il tempo e accorgersi che il tempo non se n’è mai andato. Le pareti sono scrostate fino al mattone vivo, gli affreschi sbiaditi lasciano intravedere figure e colori che non sono più interi, le colonne reggono una volta che porta i segni di ogni stagione passata. Eppure lo spazio è vivo, alto, luminoso: le finestre filtrano una luce bianca e tagliente che cade sulle tele come se le stesse cercando.

In questo contesto di bellezza ferita, Piergiorgio Panelli ha disposto le sue opere con un senso che si avverte prima ancora di guardare i singoli quadri. Le tele più grandi sono appoggiate alle griglie metalliche installate lungo le navate, le più piccole su pannelli scuri che ne esaltano la materia. E la materia, nelle opere di Panelli, è sempre la cosa più vera: colore che cola, che si stratifica, che lascia tracce di gesti rapidi e consapevoli. Paesaggi che non descrivono la campagna ma la sentono, violetti e rossi che sono colline viste con gli occhi chiusi, bianchi che sono silenzi.

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Colori che colano come linfa da un albero ferito
Ho sostato a lungo davanti a un trittico di grandi tele sul lato sinistro della navata. Tre variazioni sullo stesso paesaggio interiore: nella prima, un orizzonte viola e nero solcato da una linea rossa bruciante come un tramonto visto allo stremo, con schizzi bianchi che attraversano la tela come fulmini fermati. Nella seconda, quella stessa tensione si scioglie in rosa e ocra, in gesti più morbidi che cercano una tregua senza trovarla del tutto. Nella terza, il campo si apre su un verde quieto, quasi una promessa. Altrove, su pannelli più piccoli, una serie di opere floreali in formato ridotto: fiori che non sono fiori ma esplosioni cromatiche, rossi e viola su fondo arancio, macchie di colore puro che Panelli sparge e poi incide con il bianco, come chi scrive su qualcosa che brucia.

C’è in queste opere una gioia che non rinuncia alla malinconia. Una festa che sa di essere provvisoria. Quella della grande tela della locandina, quella che si vede anche dal manifesto all’ingresso, mi ha tenuto fermo più a lungo delle altre: una testa di fiori magenta che emerge da un fondo di bianchi e verdi, come un pensiero che si forma lentamente, come qualcosa che affiora da sotto. Panelli non dipinge la natura. La lascia affiorare.

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Una giornata che profumava di rose e di vino.
L’inaugurazione si è svolta in una giornata di maggio come se ne sognano: cielo terso, l’aria che sapeva già di estate alle porte, e il paese trasformato in giardino diffuso per la manifestazione
Rosso di Rose, intrecciata alla ventesima edizione di Golosaria tra i Castelli del Monferrato. Per le strade si incrociavano visitatori curiosi, residenti orgogliosi, persone venute da lontano per un giorno che mettesse insieme arte, paesaggio e il piacere di stare insieme.

All’interno della chiesa, Panelli ha parlato delle sue opere con la naturalezza di chi sa che le parole sono solo un contorno: la cosa vera è lì, sulle tele, e basta avere il coraggio di fermarsi. Accanto a lui, a fare da sponda al dialogo, sia la sindaca di Viarigi, attenta e partecipe, che l’organizzatrice della camminata floreale per le vie di Viarigi. Intorno, una folla vera, non di circostanza: gente che guardava, che tornava su un’opera, che chiedeva. Poi tutti fuori, verso la Torre dei Segnali dove nel frattempo Paola Grassi aveva aperto la sua mostra di acquerelli. Uno sguardo sulla natura attraverso l’acquerello. Due mostre, due voci diverse, lo stesso amore per un paesaggio che non finisce mai di sorprenderci.

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Un pittore che abita i luoghi.
Piergiorgio Panelli compirà sessantacinque anni quest’anno, e ogni mostra che fa racconta qualcosa che le biografie non dicono: che l’arte non è per lui una professione ma una condizione, un modo di stare al mondo che non conosce orari né confini. Critico, curatore, pittore, presidente del circolo Piero Ravasenga, direttore artistico della collezione di San Valerio nella Diocesi di Occimiano. Ma soprattutto: uno che guarda. E in questa chiesa scrostata di Viarigi, con quelle tele che dialogano con gli affreschi sbiaditi come se si conoscessero da sempre, quel guardare ha trovato un luogo che gli somiglia. Un luogo ferito e bellissimo, come ogni luogo in cui la bellezza decide di fermarsi davvero.

Piergiorgio Panelli, Il giardino segreto — Chiesa di San Silverio, Viarigi (AT). Fino al 2 giugno 2026.
Paola Grassi, Dentro il giardino — Torre dei Segnali, Viarigi (AT). Fino al 2 giugno 2026.
