Castelletto d’Orba: quando il Commissario blocca il paese

Castelletto d’Orba. Come pubblicato anche dal nostro giornale nei giorni scorsi, la Pro Loco di Castelletto d’Orba APS ha presentato un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica contro il silenzio-inadempimento del Comune di Castelletto d’Orba, attualmente retto dal Commissario Straordinario dott. Eugenio Licata.

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La vicenda della Pro Loco di Castelletto d’Orba ha ormai superato i confini di una semplice controversia amministrativa. Con il ricorso straordinario presentato al Presidente della Repubblica contro il silenzio-inadempimento del Comune commissariato guidato dal dottor Eugenio Licata, il caso assume un valore politico e istituzionale che va ben oltre il singolo procedimento.
Perché qui il punto non è soltanto il merito della concessione richiesta dalla Pro Loco. Il nodo vero è un altro: una gestione commissariale nata per garantire continuità amministrativa è finita, nei fatti, per bloccare una vicenda che appariva già sostanzialmente definita.
Prima dell’arrivo del Commissario Straordinario esistevano una bozza di deliberazione, uno schema di contratto, incontri già svolti e un percorso amministrativo avanzato. La Pro Loco aveva manifestato la disponibilità ad assumersi investimenti importanti, manutenzioni, adeguamenti normativi e responsabilità gestionali in cambio dell’utilizzo dei locali comunali destinati ad attività di interesse collettivo. Inoltre, non va dimenticato un elemento tutt’altro che secondario: la Pro Loco di Castelletto d’Orba aveva contribuito direttamente, negli anni Novanta, alla realizzazione di quei medesimi locali attraverso il lavoro volontario dei propri associati. Cucine, attrezzature e impianti sono frutto anche di quell’impegno civico e gratuito che da sempre caratterizza il mondo delle Pro Loco italiane. In moltissimi paesi, infatti, queste associazioni reinvestono il ricavato di sagre, feste e iniziative popolari per migliorare strutture pubbliche, valorizzare il territorio e accrescere, senza alcun tornaconto privato, il patrimonio delle comunità locali. Per questo motivo, vedere oggi bloccato proprio quel percorso amministrativo assume il sapore amaro di un tradimento istituzionale nei confronti di una delle forme più autentiche e disinteressate di partecipazione civile al bene comune. Non si era dunque nel campo delle ipotesi astratte, ma dentro un procedimento concreto, già istruito e condiviso nelle sue linee fondamentali.
E con l’insediamento della gestione commissariale, tutto si è fermato.
E qui emerge il paradosso politico della vicenda. Non vi è stato un provvedimento negativo motivato. Non vi è stata una scelta amministrativa alternativa. Non vi è stata neppure l’assunzione esplicita di una responsabilità politica o tecnica. Vi è stato invece un rinvio indefinito, un congelamento di fatto di un procedimento già maturo.
È precisamente questo che ha portato la Pro Loco a compiere una scelta estrema: ricorrere addirittura al Capo dello Stato.
Una scelta che, peraltro, apre tempi inevitabilmente lunghi. Il ricorso straordinario al Presidente della Repubblica segue infatti un iter complesso, che passa attraverso il Ministero competente e il parere del Consiglio di Stato. Nella prassi amministrativa, la definizione di questi procedimenti richiede spesso anni. E questo rende ancora più grave il fatto che una questione già praticamente definita sia stata sospesa dalla gestione commissariale senza una decisione conclusiva.
Ed è questo il punto più inquietante, forse un paradosso irrisolvibile: la Pro Loco non sta combattendo contro un “no”, ma contro il silenzio.
Un silenzio che rischia di trasformarsi in danno per l’intera comunità. Perché nel frattempo il territorio resta fermo, i programmi vengono rinviati, gli investimenti bloccati e le strutture pubbliche prive di quella valorizzazione che l’associazione si era dichiarata pronta a garantire.
La situazione appare ancora più singolare se si considera la natura del soggetto coinvolto. Da una parte vi è una Pro Loco, cioè volontariato puro, che si dichiara disponibile a investire risorse proprie per migliorare beni pubblici e promuovere il territorio. Dall’altra vi è un apparato amministrativo che arretra, rinvia e congela.
È un rovesciamento del rapporto tra cittadini e istituzioni. Normalmente si lamenta il disinteresse della società civile e si invoca maggiore partecipazione. Qui accade il contrario: un’associazione del territorio si propone di investire, organizzare, mantenere e animare spazi pubblici, mentre la macchina amministrativa si immobilizza.
Il problema, allora, va ben oltre Castelletto d’Orba. E forse bisogna riconoscere alla Pro Loco il merito civile di averlo portato pubblicamente alla luce, nonostante il prezzo umano e organizzativo che questa battaglia inevitabilmente comporta. Perché ciò che emerge da questa vicenda tocca il rapporto stesso tra democrazia e burocrazia nel nostro Paese.
Dopo le riforme degli anni Novanta e la progressiva separazione tra indirizzo politico e gestione amministrativa, si è spesso determinato un equilibrio ambiguo: gli eletti decidono sempre meno, mentre dirigenti e apparati assumono un peso crescente. Ma, contemporaneamente, si diffonde una tendenza ancora più pericolosa: quella a non decidere affatto, soprattutto quando le scelte possono apparire impegnative, delicate o esposte a possibili contestazioni o addirittura, alle sanzioni della corte dei Conti.
La legge 142 del 1990 – e il successivo impianto sviluppato con le riforme Bassanini – probabilmente merita oggi una riflessione seria e non ideologica. Perché il rapporto tra organi elettivi e dirigenza amministrativa non può tradursi in un sistema dove il formalismo finisce per prevalere sulla responsabilità politica, sul buon senso amministrativo e sull’interesse concreto delle comunità locali.
Uno Stato democratico non può trasformarsi in un meccanismo nel quale il potere più forte diventa quello di rinviare, sospendere o non decidere.
E quando una comunità locale, insieme alla propria Pro Loco, è costretta a rivolgersi addirittura al Presidente della Repubblica soltanto per ottenere una risposta formale dalla propria amministrazione, allora il problema non riguarda più soltanto Castelletto d’Orba. Riguarda la salute stessa della nostra democrazia amministrativa.

 

Piercarlo Fabbio