I dolci dei faraoni. Sabina Malgora porta l’antico Egitto nelle classi di Alessandria: tra storia, scienza e… impasto

Ho una cara amica, la Dottoressa Sabina Malgora, egittologa di fama internazionale, monferrina doc, direttrice del Mummy Project, il celebre centro di ricerca che studia le mummie con gli strumenti della medicina moderna, dalla TAC alle analisi chimiche. L’ho conosciuta su uno scalone, come si conviene alle amicizie che nascono per caso e durano: quello del magnifico Palazzo Treville di Casale Monferrato, dove io presentavo un romanzo e lei era venuta ad ascoltare, incuriosita. Da allora non ci siamo più persi di vista. Ho seguito le sue conferenze con quella mista di devozione intellettuale e piacere autentico che si riserva a chi sa raccontare il mondo antico come se ci avesse vissuto. Ho assistito alla sua magistrale conferenza Gatti divini & C. al Museo Leone di Vercelli, dove ci ha svelato che tutti i gatti del mondo discendono da quelli egiziani, e ho seguito online una sua lezione sulla medicina applicata alle mummie, guardando affascinato le immagini della TAC ricostruire dall’interno lo scheletro di una mummia felina, seduta nella sua eternità di bende. Ogni volta che Sabina parla, il tempo si accorcia e tremila anni diventano un pomeriggio.

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Giovedì 14 maggio, nel pomeriggio, qualcosa di straordinario è accaduto nella scuola primaria De Amicis-Manzoni di Alessandria, nella classe 4C. Sabina è entrata con le sue immagini, la sua voce, il suo modo di tenere il filo tra presente e passato senza mai farlo spezzare, e ha portato con sé il pasticcere Fabrizio Pasquarelli della Pasticceria Pasquarelli di Alessandria. Il risultato è stato I dolci dei faraoni: un laboratorio didattico creativo nato nell’ambito del progetto Business Voices del Capitolo Marengo BNI di Alessandria, un movimento che restituisce al territorio l’esperienza e la passione dei professionisti locali, portandoli nelle classi a ispirare i ragazzi che saranno i protagonisti di domani.

Il Capitolo Marengo è presieduto da Andrea Fiore, agente immobiliare, e ha come Vice Presidente proprio Sabina Malgora, responsabile di Business Voices. Con loro, in classe, anche Maria Donata Capone, segretaria tesoriera, Maurizio Crocetti, social media manager, e Paolo Bobbio, consulente energetico. BNI, ha spiegato Fiore ai bambini, sta per Business Network International: la più grande organizzazione mondiale di scambio referenze e networking professionale, fondata nel 1985 da Ivan Misner, presente oggi in oltre 70 paesi con più di 300.000 membri. Una rete tenuta insieme, prima ancora che dagli affari, dalla stima reciproca e da una filosofia semplice: aiutarsi gli uni con gli altri per lavorare meglio. Ed è stato proprio Crocetti a lanciare la domanda che ha dato il via a tutto: possono un’egittologa e un pasticcere lavorare insieme? La risposta, come ha prontamente osservato Bobbio, è sì, se si ha una mente aperta e la voglia di mettersi in gioco.

La prima parte del laboratorio è stata una lezione nel senso più nobile della parola. Sabina ha mostrato ai bambini come le fonti dell’antico Egitto siano straordinariamente ricche: le pitture e i rilievi delle tombe, che raffigurano scene di vita quotidiana, la preparazione di cibi e bevande, la raccolta del miele; le stele funerarie e gli oggetti magici; i corredi delle sepolture, intatti dopo millenni, perché gli Egizi credevano nell’aldilà con una certezza assoluta. La vita non finiva con la morte: era un passaggio verso un’altra realtà analoga a quella terrena, e perciò nelle tombe si deponevano cibo e bevande in abbondanza, tutto ciò di cui il defunto aveva goduto in vita. Ed è grazie a questa fede ostinata nell’immortalità che quella civiltà ci ha lasciato una documentazione alimentare senza eguali nella storia.

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Ed è qui che entra in scena la tomba di Rekhmira, conservata nella necropoli tebana di Sheikh Abd el-Qurna, sulla sponda occidentale del Nilo, di fronte a Luxor. Rekhmira, il cui nome significa saggio come il dio Ra, fu Governatore di Tebe e Visir sotto Thutmosi III e Amenhotep II, tra il 1479 e il 1425 a.C. circa. Nonostante i danni del tempo, la sua tomba conserva pitture magnifiche che narrano la vita quotidiana e religiosa degli egizi. Tra le scene più belle, la preparazione di torte e la raccolta del miele. E in quel ciclo di immagini antichissime si nasconde una ricetta: farina, burro, miele e un ingrediente misterioso che ha suscitato la meraviglia generale della classe. Gli zigoli: un tubero dal sapore di nocciola e cocco, pressoché sconosciuto ai bambini di oggi, perfettamente a casa in un impasto di tremila anni fa.

A quel punto Fabrizio Pasquarelli ha preso parola, e le mani dei bambini si sono tuffate nella farina. Le foto di quella classe, che ho davanti agli occhi mentre scrivo, dicono tutto quello che le parole faticano a contenere: c’è una concentrazione seria, gioiosa, fisica, in quelle facce chine sull’impasto. I gesti dell’impastare non hanno bisogno di traduzione, ha osservato il team docenti, e in una classe sempre più multietnica questo conta enormemente. La cucina come lingua universale, il passato come territorio condiviso, il laboratorio come luogo in cui il sapere cessa di essere passivo e diventa materia tra le dita. I biscotti, poi, sarebbero stati cotti nel forno di Pasquarelli: un’attesa che avrà avuto il sapore dolce di qualcosa di davvero guadagnato.
Ho pensato, guardando quelle immagini, a Sabina che spiega davanti allo schermo con la sua consueta, inconfondibile capacità di tenere insieme rigore scientifico e passione narrativa. Ho pensato alla tomba di Rekhmira, alle sue pareti dipinte che hanno aspettato tremila anni per finire in una classe elementare di Alessandria, nelle mani impolverate di farina di una bambina con la maglietta gialla. Archeologia Viva, avevo scritto dopo la conferenza di Vercelli. Ma questa volta è qualcosa di più: è archeologia che impasta, che profuma, che lievita. È la storia che si mangia.

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