“L’Urlo della Natura” parole per la presentazione della mostra antologica di Piero Racchi Castello di Monastero Bormida, inaugurata il 9 maggio 2026

Era il settembre del 2023, a Bubbio, nella Chiesa della Confraternita dell’Annunziata. Un’amica entusiasta mi aveva trascinato quasi di forza a vedere una mostra di un pittoscultore acquese che non conoscevo. Mi ricordo che sono entrato con la distrazione di chi ha già visto molte mostre, e sono uscito con qualcosa di diverso dentro. Perchè Le opere di Piero Racchi non si guardano: ti prendono. Quella materia viva, quei rami e quelle radici che avvinghiavano griglie metalliche e ingranaggi arrugginiti, quella natura che non chiedeva permesso ma semplicemente avanzava, conquistava, trasformava. Mi sono fermato davanti a una di quelle pitto-sculture e ho pensato, quasi involontariamente, a una storia che avevo letto da ragazzo e che non avevo mai dimenticato.
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Ray Bradbury, nelle Cronache Marziane, pubblicate nel 1950, scrive un racconto che si intitola Cadrà dolce la pioggia. Badate, una data, il 1950, davvero drammatica. Solo 5 anni sono passati dalle prime bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, e da solo un anno (il 1949) l’URSS ha fatto i suoi primi esperimenti nucleari. Il mondo pare davvero sull’orlo di una guerra definitiva, che avrebbe distrutto l’umanità. Il racconto di Bradbury, è ambientato nel 2026 – curiosamente, proprio quest’anno – e in una città americana c’è una casa che funziona ancora perfettamente. La sveglia suona alle sette, la colazione si prepara da sola, le pareti recitano filastrocche per i bambini, i robot spazzano i pavimenti con pazienza instancabile. Ma nella casa non c’è nessuno. Fuori, la città è un deserto silenzioso. Una guerra nucleare ha cancellato tutto in pochi secondi — tutto tranne quella casa, che continua i suoi rituali quotidiani per nessuno, con la fedeltà cieca e commovente delle cose che non sanno fermarsi. Poi, verso sera, il vento rovescia un ramo contro la finestra della cucina. Qualcosa prende fuoco. Le pareti chiamano aiuto, i sistemi antincendio lottano con tutto quello che hanno, ma il fuoco avanza più veloce di qualsiasi risposta umana — o meccanica. La casa brucia lentamente, stanza dopo stanza, continuando fino all’ultimo a svolgere le sue funzioni, a recitare le sue poesie, a preparare pasti per nessuno. All’alba, di quella casa resta solo un muro, e su quel muro una voce elettronica che si inceppa, ripete, si affievolisce. Poi il silenzio. E in quel silenzio, la natura riprende quello che era sempre stato suo.

Bradbury aveva tratto ispirazione da una poesia. La scrisse Sara Teasdale nel 1918, in piena Grande Guerra, e si intitola anch’essa There Will Come Soft Rains – Cadrà dolce la pioggia. Immagina un mondo dopo la fine dell’uomo: le rondini che volano indifferenti, le rane che cantano nei fossi, i prugni selvatici che fioriscono in primavera. La natura che continua, serena e meravigliosa, senza accorgersi della nostra assenza. Senza rimpiangere nulla.
Questa la Bellissima poesia di Sara Teasdale:
Verranno le dolci piogge e l’odore di terra,
e le rondini che volano in circolo con le loro strida scintillanti;
e le rane negli stagni che cantano di notte,
e gli alberi di susino selvatico che fremono di bianco;
i pettirossi vestiranno il loro piumaggio infuocato,
fischiettando le loro fantasie su una bassa recinzione in rete metallica;
e nessuno saprà della guerra,
nessuno presterà attenzione infine quando sarà avvenuto;
nessuno baderebbe, né uccello né albero,
se l’umanità scomparisse completamente;
e la Primavera stessa, al suo risveglio all’alba,
si renderebbe conto appena che noi ce ne siamo andati.
La natura non urla per rabbia, ci dice la Teasdale. Urla perché è viva. Perché vuole tornare. Perché non ha mai smesso di aspettare.
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Ma volete vedere un esempio di natura e artificio che mi riguarda direttamente, senza attendere nessuna guerra? Questa è la casa dei miei avi paterni, a Casal Cermelli. La casa dove mio padre è nato. Dove andavo da bambino e le stanze mi sembravano immense, le soffitte dense di mistero. Dove mia nonna versava il caffè con gesti lenti e misurati, con il suo consunto viso di contadina reso compunto dall’ospitalità. Dove il pomeriggio d’estate i parenti che venivano da Marsiglia cercavano un semplice relax nella campagna piemontese, e facevano la pennichella nel giardino ombroso a nord. L’altro giorno ci sono tornato, dopo aver portato due fiori sulla tomba dei miei nonni. Sono rimasto lì un bel po’, ad entrare e uscire a fatica dalla nostalgia. A pensare a quanti, ormai, non sono più. A quanti dispersi nel tempo che è stato. Guardate quei rami secchi che avvinghiano i mattoni, che scendono dal tetto come una cascata, che penetrano nell’arco della finestra. La natura che riprende, lentamente, pazientemente, inesorabilmente, quello che era suo. Senza rabbia. Senza giudizio. Con la stessa serenità che la Teasdale aveva immaginato nel 1918. Ed è esattamente il mondo che Piero Racchi racconta da quarant’anni.

La mostra che inauguriamo oggi si articola in due sale, e in ciascuna ci attende un Racchi diverso e ugualmente necessario.Nella prima sala troverete il ciclo Natura e Artificio: pitto-sculture tridimensionali dove radici, muschi, rami e conchiglie avvinghiano griglie metalliche, ingranaggi arrugginiti, frammenti di costruzioni abbandonate. Opere di una fisicità che colpisce prima ancora che la mente abbia il tempo di elaborare. La natura qui non decora: assedia, sfonda, prende. Con le sue lunghe dita vegetali serpeggia in ogni crepa, penetra in ogni pertugio dei gelidi manufatti umani, e come un lenzuolo li ricopre, con la presunzione di far nascere un nuovo ciclo di vita. Non è un lamento, è una rivendicazione. Non è una protesta, è una certezza.
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Poi si apre la seconda sala, e qui Racchi ci sorprende con un cambio di sguardo radicale: le Vedute Spaziali. Grandi mappe di mondi immaginari visti dall’alto, realizzate con spago, cartone, pietre, segatura e materiali di recupero. Planisferi di pianeti sconosciuti, paesaggi cosmici dove curve di livello in colori tenui delimitano continenti di muschio e sabbia, dove minuscole costruzioni umane appaiono come puntini quasi invisibili nell’immensità di una natura che ha già quasi tutto inghiottito.

Davanti a queste opere mi sono tornati in mente tre scrittori, tre modi diversi di guardare il mondo dall’alto.
Jorge Luis Borges, in un frammento breve e folgorante, immagina un impero che costruisce una mappa del proprio territorio così dettagliata, così precisa, da coincidere esattamente con il territorio stesso. Quando l’impero decade e gli uomini scompaiono, quella mappa gigantesca resta abbandonata nei deserti, lacerata dal vento e dalla pioggia, inghiottita lentamente dalla natura. Anche la rappresentazione del mondo, ci dice Borges, non sfugge alla stessa legge. Anche il tentativo umano di dominare il reale attraverso la conoscenza finisce per cedere, per dissolversi, per tornare terra.
Italo Calvino, nelle Città Invisibili, costruisce città impossibili attraverso le parole — città che non stanno su nessun atlante ma che riconosciamo immediatamente come vere, perché parlano di noi, delle nostre ossessioni, dei nostri desideri, delle nostre paure. Racchi fa la stessa cosa con le mani invece che con le parole: costruisce planisferi di pianeti sconosciuti che non esistono in nessun sistema solare, eppure li riconosciamo. Li abbiamo già visti, da qualche parte, in qualche sogno.
E poi c’è Antoine de Saint-Exupéry, con il suo Piccolo Principe che abita un asteroide così piccolo da poterlo abbracciare tutto con uno sguardo, che guarda gli altri pianeti dall’alto e in ciascuno trova un’umanità rinchiusa nella propria piccola ossessione. Quella distanza malinconica e tenera insieme — guardare il mondo dall’alto sapendo che lì sotto c’è qualcosa di fragile e irripetibile che nessuna mappa saprà mai contenere davvero — è la stessa distanza delle Vedute Spaziali di Racchi. La vertigine silenziosa di chi sa già come andrà a finire, e lo racconta con la serenità dolorosa dei grandi visionari.
Se nella prima sala il conflitto tra natura e artificio si consuma corpo a corpo, con la fisicità brutale e meravigliosa di chi lotta senza esclusione di colpi, nelle Vedute Spaziali lo si guarda dall’alto — con gli occhi di Borges, di Calvino, del Piccolo Principe. Con gli occhi di chi ha già visto tutto.
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E questo castello — con le sue mura di pietra antica, le travi a vista del sottotetto benedettino, quell’arco unico in tutto il Piemonte, il ponte di pietra che ha resistito a otto secoli di alluvioni — non è soltanto un contenitore. È un complice attivo. Un luogo dove la bellezza è già lì, prima ancora che arrivi l’arte. Sara Teasdale immaginava la natura sopravvivere all’uomo con la serenità di chi non ha mai avuto dubbi sull’esito finale. Bradbury raccontava una casa che continuava a funzionare nel silenzio della catastrofe. Borges vedeva le mappe dissolversi nel deserto. Calvino costruiva città impossibili e necessarie. Il Piccolo Principe guardava i pianeti dall’alto con occhi pieni di malinconia e di meraviglia. E la casa di Casal Cermelli, in quella foto, mostra quei rami che avanzano senza fretta, senza rabbia, senza giudizio. Piero Racchi, da quarant’anni, raccoglie quella stessa verità con le mani. La forgia, la compone, la offre a chi sa guardare. Quando la sua arte incontra le mura di questo castello, accade qualcosa che non si spiega e non si descrive fino in fondo. Si vive, soltanto.

