Lino Mirisola, tra fantasia, iperrealismo e pop-art, nella mostra “La forza della stampa” al Bio Café di Alessandria

C’è un momento, davanti a questi quadri, in cui si smette di guardare e si comincia a leggere. Non nel senso metaforico che i critici d’arte amano invocare, ma letteralmente: le parole sono lì, stampate, titolate, strillate. Eppure non sono carta. Sono colore, pennellate, materia viva. È la vertigine che mi ha preso sabato 2 maggio al Bio Café di via dell’Erba, ad Alessandria, dove Lino Mirisola ha inaugurato la sua mostra dal titolo perfetto, doppiamente tagliente: “La forza della stampa“, davanti a dipinti che sembrano Collage o Découpage, ma non lo sono, sono un impressionate, purissimo iperrealismo, che lascia stupefatto chi osserva attentamente.
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Organizzata dall’Associazione Culturale Libera Mente Laboratorio di Idee, nell’ambito del Progetto Arte Diffusa guidato da Fabrizio Priano con la preziosa collaborazione di Francesca Parrilla, la mostra resterà visitabile fino al 31 maggio. Un mese intero in cui le pareti color prugna del Bio Café ospitano un mondo fatto di giornali dipinti, vinili sospesi, copertine, targhe, insegne: tutto ciò che la comunicazione su giornale cartaceo, ma nel senso più largo della parola, ha impresso nella memoria collettiva del Novecento.

Alessandria, 29 ottobre 1956. Mirisola nasce in questa città e qui costruisce la sua identità artistica: frequenta il liceo artistico Donatello e poi entra nello studio di Roberto Caracciolo, grande pittore iperrealista, con cui lavora per un decennio con serietà e dedizione. È lì che si forma la mano, la pazienza, l’ossessione per il dettaglio. Dal 1992 affianca alla pittura la decorazione murale e il restauro pittorico, attività che lo radica ulteriormente in un rapporto fisico, artigianale, quasi amoroso con la superficie e il colore. Nel tempo, insieme al pittore Bob Caracy, ha dato vita alla corrente dei “Leonardeschi”: un ritorno al mestiere, ai colori, ai pennelli e alla tela, in un’epoca che troppo spesso ha scambiato la provocazione con il pensiero. Mirisola lavora in un territorio di confine affascinante, dove l’iperrealismo incontra la pop art senza appartenerle del tutto. Le sue non sono fotografie, non sono collage, non sono riproduzioni meccaniche. Sono dipinti, e la parola va sottolineata con forza: ogni pagina di giornale, ogni headline in neretto, ogni foto d’agenzia che appare nelle sue tele è stata ricreata a mano, con una maestria tecnica che lascia senza parole. Mi sono avvicinato alle opere, ho cercato il bordo, la texture della carta, il taglio tipografico. Non c’era. C’era solo pittura. Solo l’illusione perfetta di una realtà già di per sé illusoria, quella dei media, quella dello spettacolo del mondo che i giornali hanno raccontato per un secolo.

Ho parlato con lui a lungo, in piedi davanti alle opere, mentre la gente si stringeva attorno con quella curiosità mista a riconoscimento tipica di chi si trova davanti a qualcosa che conosce e non conosce allo stesso tempo. Mirisola ha la calma di chi sa dove sta andando. Io, nel mio modo di pensare l’Arte come qualcosa di simbolico, come rifermento ad “altro”. gli proponevo concetti interpretativi dei sui dipinti, citando film, composizioni musicali, testi di Umberto Eco (Segno e significato), la Pop Art di Robert Rauschenberg, Invece sbagliavo tutto: le sue idee pittoriche, mi ha spiegato, con la pazienza di chi ragiona con i piedi per terra e rifiuta la logica astratta dei simboli a tutti i costi, sono semplici: nessuna citazione colta, nessuna evocazione simbolica dichiarata, nessuna intenzione di abitare il mondo della psicoanalisi o dell’allegoria. Eppure, ascoltandolo descrivere i suoi quadri uno per uno, quella semplicità si rivela densa, stratificata, sorprendentemente precisa. I palloncini sono la gioia dell’infanzia, e così via…una profonda e coloratissima semplicità concettuale.

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La chitarra elettrica e quella acustica, mi dice, semplicemente le suona. È un fatto biografico, non un simbolo. La tela con i 45 giri appesi intorno allo strumento è un ricordo degli anni Settanta, un’epoca che ha vissuto e che porta dentro. Il dipinto con il sassofono evoca il clima dei nightclub, quell’atmosfera calda e fumosa che la notte degli anni Sessanta e Settanta sapeva creare. Il quadro con la targa automobilistica e i frammenti di stampa quotidiana è, nelle sue parole, una sorta di riepilogo delle possibilità comunicative: il segno che diventa segnale e viceversa, il confine sottilissimo tra informazione e rumore, tra messaggio e decorazione. Ma senza pretese citazionistiche, senza clamore metafisico. La gioia della comunicazione, punto e basta.

Eh si, in sostanza, Mirisola mi ha detto di non proporre citazioni o evocazioni simboliche consapevoli. E lo ha detto con convinzione. Ma io, guardando quelle tele, non ho potuto fare a meno di pensare che il mondo dei simboli lo abita comunque, forse senza saperlo: quegli oggetti disposti con cura, quelle cronache sospese nel tempo, quella tensione tra il vissuto personale e la memoria collettiva hanno tutta la forza di un immaginario che lavora in profondità. Tuttavia, al di là delle mie velleità simboliche, la semplicità dichiarata e la complessità realizzativa coesistono nelle sue opere con una naturalezza rara, e quella naturalezza è probabilmente il segno più autentico del talento.

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Il pezzo sul quale l’artista si è soffermato più a lungo, è il grande dipinto dedicato a Schumacher: la Gazzetta dello Sport che strilla “Addio al n. 1”, il Corriere dello Sport con il suo “Grazie Schumi”, e sotto tutto, come un fondale che non si riesce a ignorare, il logo Marlboro che dilaga nella parte bassa della tela. C’è dentro tutto: il mito dello sport, il dolore della caduta di un campione, la pubblicità che non sparisce mai dal retro dei sogni. Mirisola non commenta, non giudica, non mette didascalie esplicative. Dipinge, e lascia che le sovrapposizioni parlino da sole.

Ed eccola qua, “La forza della stampa“: il titolo gioca quindi su due piani e Mirisola li abita entrambi con consapevolezza. La forza della stampa come potere dei media, come capacità dei giornali di plasmare la realtà e il ricordo. E la forza della stampa, quindi, come atto tecnico, come pressione del colore sulla tela, come gesto pittorico che si fa carico di tutto quel peso e lo trasforma in qualcosa di nuovo. Arte nel senso più onesto del termine: una cosa che non c’era e adesso c’è, e che non si dimentica.
Ricordate: la mostra è aperta fino al 31 maggio 2026 al Bio Café, via dell’Erba 12, Alessandria. Visitarla sarà davvero un piacere sorprendente.
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