Riparare il mondo, senza cancellarne le ferite: “La riparazione – Donne che rammendano il mondo”, di Marcella Filippa

La presentazione del libro La riparazione. Donne che rammendano il mondo alla Biblioteca di Asti — alla quale ero presente — non è stata una semplice illustrazione di contenuti, ma un incontro vissuto con partecipazione e passione, grazie all’autrice Marcella Filippa, alle interlocutrici Valeria Guasco e Giovanna Paviglianiti, e alla bella introduzione complessiva di Alessia Conti, direttrice della Biblioteca Astense. Fin dall’avvio si è avvertita la sensazione che non si trattasse soltanto di parlare di un libro, ma di sostare per un momento dentro un pensiero condiviso, capace di tenere insieme memoria, dolore e responsabilità civile.
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Il titolo del volume racchiude già il suo nucleo più profondo. “Riparazione” non è qui sinonimo di ritorno a uno stato originario, né di soluzione definitiva. Non c’è, in questo libro, alcuna illusione di integrità ricostruita o di ferite cancellate. Al contrario, la riparazione è un gesto che prende atto dello strappo, che non lo nasconde, che lo attraversa. Come nel rammendo di un tessuto, il segno della lacerazione resta visibile, ma viene reso abitabile, portabile, nuovamente vivo.

È in questo spazio fragile e concreto che Marcella Filippa colloca le storie delle donne di cui scrive. Il libro raccoglie venti profili femminili segnati da esperienze estreme di conflitto, violenza e persecuzione. Donne che hanno agito in contesti di guerra, autoritarismo, emarginazione, pagando spesso prezzi altissimi per le loro scelte. E tuttavia, ciò che colpisce è che la loro resistenza non si esprime attraverso la forza contrapposta alla forza, ma tramite pratiche che potremmo definire “inermi”: il canto, la musica, l’arte, la scrittura, il pensiero filosofico, l’impegno politico inteso come assunzione di responsabilità verso gli altri. Strumenti fragili, apparentemente insufficienti, che proprio per questo risultano capaci di aprire varchi là dove la violenza vorrebbe chiudere ogni possibilità.

Durante la presentazione, il dialogo con Valeria Guasco e Giovanna Paviglianiti ha messo in luce come queste pratiche di riparazione siano tutt’altro che marginali. Esse costituiscono, piuttosto, una forma di azione che agisce in profondità, nel tempo lungo, nella quotidianità, nell’intreccio dei legami. Non si tratta di eroismi solitari, ma di gesti che si inseriscono in una trama collettiva, spesso invisibile, senza la quale le comunità non sopravviverebbero. In questo senso, le donne raccontate da Filippa non sono eccezioni isolate, ma figure che illuminano una postura possibile nei confronti del mondo ferito. Un aspetto particolarmente significativo del libro è il modo in cui il passato viene continuamente messo in relazione con il presente. La riparazione non è un testo commemorativo né nostalgico. Il racconto delle vite attraversate dalla violenza storica parla direttamente all’oggi, a un tempo che appare nuovamente assediato da conflitti armati, da crimini contro la dignità della persona, da violazioni sistematiche dei diritti umani. La distanza temporale non attenua il senso di urgenza, ma lo rafforza: le domande che quelle donne si sono poste — come restare umani, come custodire la speranza, come non farsi contaminare dalla logica della distruzione — sono le stesse che oggi tornano a interpellarci.

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In questo quadro si inserisce uno dei nodi concettuali più forti emersi anche nel corso dell’incontro: l’idea di “capovolgere il lessico per demolire la violenza”. La riparazione non riguarda soltanto i corpi e le vite, ma anche le parole. Il linguaggio è un campo di battaglia, un luogo in cui la violenza può essere normalizzata, giustificata, resa accettabile. Sminare il linguaggio, prendersi cura delle parole, disarmare la comunicazione, diventa allora una pratica di riparazione, tanto quanto il rammendo materiale. Durante la presentazione è stato richiamato un accorato appello attribuito a Papa Leone XVI, a testimonianza di come questa attenzione al linguaggio attraversi ambiti diversi, religiosi e laici, accomunati dalla consapevolezza che le parole possono ferire quanto le armi. Il libro di Marcella Filippa non propone ricette né modelli esportabili. Non dice cosa “bisognerebbe fare”, ma mostra come alcune persone abbiano scelto di stare dentro il mondo senza cedere alla sua brutalità. In questo sta forse la sua forza maggiore. Le protagoniste non sono presentate come sante laiche o icone morali, ma come donne immerse nelle contraddizioni del loro tempo, capaci di compiere scelte difficili e spesso tragiche. In alcuni casi, la riparazione è costata la vita; in tutti, ha richiesto una fedeltà ostinata a ciò che rende umana l’esistenza.

La scrittura di Filippa accompagna queste storie con rispetto e misura, evitando sia l’enfasi sia il distacco accademico. Si avverte un lavoro di scavo attento, che tiene insieme rigore storico e partecipazione emotiva. Anche per questo il libro risulta accessibile senza essere semplificato, profondo senza mai diventare oscuro. La postfazione di Marco Baliani — di cui si è accennato durante la presentazione — amplia ulteriormente l’orizzonte, portando la riflessione sul terreno del gesto simbolico e della narrazione teatrale, dove il rammendo diventa metafora di un modo di stare sulla scena del mondo. La presentazione alla Biblioteca Astense, introdotta con intelligenza e sensibilità da Alessia Conti, ha avuto il merito di restituire questa complessità senza appesantirla. Il clima dell’incontro — attento, partecipe, mai celebrativo — rispecchiava la natura del libro stesso. Non un evento mondano, ma uno spazio di ascolto e di pensiero condiviso, in cui le parole non venivano consumate, ma rammendate anch’esse, una all’altra.

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Uscendo dalla biblioteca, restava l’impressione che La riparazione non chieda di essere semplicemente letto, ma abitato. È un libro che invita a rallentare, a sostare sulle ferite senza trasformarle in spettacolo, a riconoscere il valore dei gesti minimi. In un tempo che sembra chiedere soluzioni rapide e risposte nette, Marcella Filippa propone una via più difficile e forse più necessaria: quella di una riparazione paziente, imperfetta, continuamente esposta al rischio della rottura. Non per guarire il mondo una volta per tutte, ma per continuare, ostinatamente, a tenerlo insieme.
PS: ringrazio per le foto la Biblioteca Astense
