Donne d’Oriente a Gavi: quando la fotografia diventa carezza, nella mostra di Antonio Gervasoni.

C’è un modo di guardare il mondo che non è semplicemente vedere. È qualcosa di più antico e più raro — è lasciare che il mondo ti entri dentro, ti cambi, ti abiti. Antonio Gervasoni, alias Tashi Sufi, questo modo di guardare ce l’ha nel sangue. E lo ha portato con sé, sabato 7 e domenica 8 marzo, nell’Atrio del Municipio di Gavi, dove ha allestito la sua mostra fotografica Donne d’Oriente — un reportage delicato e appassionato dedicato all’universo femminile di un continente immenso e misterioso. Lo conosco da tempo, Antonio. So della sua solarità dolcissima, della sua capacità di entrare in sintonia con chiunque attraverso quello strumento universale che sono gli occhi, i gesti, il sorriso — senza bisogno di lingue condivise, senza bisogno di parole. E in quella mostra, in quei due giorni di marzo, tutto questo era visibile, palpabile, commovente.

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Un allestimento che è già poesia.  La prima cosa che colpisce, entrando nell’Atrio del Municipio, non è una singola fotografia. È l’insieme — il modo in cui lo spazio è stato trasformato in qualcosa di vivo e accogliente. I pannelli di legno scuro, rivestiti di tessuti orientali, reggono fotografie montate su cartoncini colorati — giallo, rosso, blu, verde, arancio — come finestre aperte su mondi lontani. Non è l’allestimento asettico di una galleria d’arte contemporanea. È qualcosa di più caldo, più artigianale, più umano. Ogni pannello sembra fatto a mano con cura e affetto, come si confeziona un regalo per qualcuno che si ama.

 

E poi, al centro della sala, quel dettaglio che ferma il passo e il respiro: un ventaglio gigante rosso lacca, aperto sul pavimento come un fiore, con fotografie in bianco e nero appoggiate sopra come petali. Il rosso — colore della fortuna e della vita in tutta l’Asia — che esalta il bianco e nero degli scatti con una potenza visiva e simbolica straordinaria. Un’idea espositiva che è già, in sé, una dichiarazione d’amore verso quella cultura lontana.

Sul tavolo d’ingresso, il nón lá vietnamita — quel cappello conico di paglia intrecciata che abbiamo visto tante volte nelle fotografie — è posato accanto al catalogo e al DVD, come un oggetto sacro portato a casa da un viaggio. Non si tratta di folklore. Si tratta di memoria.

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Un viaggio lungo anni, uno sguardo lungo una vita. Le fotografie in mostra raccontano anni di viaggi attraverso un Oriente che Gervasoni conosce con la familiarità di chi non si è mai limitato a passarci, ma ci è entrato davvero. Vietnam, Nepal, Sri Lanka, Thailandia, Myanmar, Cambogia— ogni paese una stanza di quella casa immensa che è il continente asiatico, ogni donna fotografata una presenza autentica, mai ridotta a souvenir esotico. Ciò che colpisce, scorrendo le immagini, è la varietà straordinaria di esistenze che vi si racchiude. Donne anziane, rugose e dignitose come radici di un albero secolare. Ragazze che ridono davanti a uno schermo, leggere e contemporanee come in qualsiasi città del mondo. Madri che tengono in braccio i loro bambini con quella naturalezza potente che è propria di chi sa di essere il centro di tutto. Donne in preghiera, raccolte in un silenzio che sembra toccare qualcosa di eterno. Donne al lavoro, concentrate, precise, con le mani che parlano. Ed è proprio questo — le mani, i gesti, le posture — che Gervasoni sa cogliere come pochi. Non a caso nel suo libro è tornato più volte sulla parola sanscrita Mudra, che significa gesto sacro, posizione mistica, antica arte di comunicazione fra il corpo, la mente e la coscienza. Le Donne d’Oriente che lui fotografa sono spesso colte in questo stato di grazia inconsapevole — un gesto che non è esibizione, ma essere.

Tra colore e bianco e nero: due sguardi, un’anima sola. Una delle scelte più felici della mostra è il dialogo continuo tra fotografie a colori e fotografie in bianco e nero. Non si tratta di una distinzione tecnica — è quasi una distinzione filosofica. Il colore cattura la festa, la vita, la gioia condivisa: le donne in áo dài che sfilano nella città di Hué l’8 marzo 2019, coi loro abiti tradizionali e le lanterne bianche tra le mani, in quella coreografia meravigliosa che Gervasoni racconta come una delle esperienze più intense dei suoi viaggi. Il bianco e nero invece scende più in profondità — raggiunge il gesto assoluto, il volto che non ha bisogno di colori per essere vero, la solitudine dignitosa di una vecchia seduta sulla soglia di casa. Ogni fotografia ha un titolo — e questo è forse il dettaglio più rivelatore del carattere del suo autore. Non si tratta di semplici didascalie geografiche, anche se il luogo e l’anno sono sempre indicati con precisione. Si tratta di parole che interpretano, che aggiungono uno strato di senso all’immagine. Riservatezza, si legge sotto una fotografia. Una parola che dice tutto — su quella donna, su quell’istante, e forse anche su chi ha premuto il tasto dello scatto.

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Tashi Sufi: la buona sorte con la tenerezza di Dio. Quando gli chiedi come faccia a stabilire un contatto così autentico con persone di culture così diverse, in paesi dove non conosce quasi nessuna delle innumerevoli lingue parlate, Antonio Gervasoni sorride. E risponde che il linguaggio degli occhi, dei gesti e dei sorrisi è sufficiente, sempre. Sempre. È questa la filosofia di Tashi Sufi — il nome orientale con cui si presenta nel mondo, nome doppio e bellissimo che significa, nella mia libera traduzione, qualcosa come a te la buona sorte con la tenerezza di Dio. Un nome che è già un programma di vita, un modo di stare al mondo che non conosce distanze né frontiere. Quella barba bianca, quegli occhi chiari e attenti, quella figura che se ne stava accanto ai suoi pannelli colorati con la naturalezza di chi è a casa ovunque — era il ritratto perfetto di un uomo che ha trovato la propria vocazione e ci vive dentro senza riserve. Non il fotografo di professione che esegue un lavoro. L’innamorato che porta testimonianza del suo amore.

Una mostra che resta. Donne d’Oriente a Gavi è stata una mostra piccola nelle dimensioni — due giorni, un atrio municipale, un pubblico raccolto — e grande in tutto il resto. Grande nella cura dell’allestimento, nella qualità degli sguardi, nella profondità del sentimento che la animava. In un tempo in cui l’Oriente viene spesso evocato con paura o con superficialità, Antonio Gervasoni — Tashi Sufi — ha portato nel cuore di un paese piemontese qualcosa di prezioso e necessario: la prova, visibile e tangibile, che la bellezza non ha confini, che la forza femminile è universale, e che il mondo, guardato con occhi capaci di tenerezza, è ancora un luogo meraviglioso. Grazie, Antonio.

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