I vizi delle api che salveranno il Pil

Ogni sera, alle otto, accendo il telegiornale con lo stesso spirito con cui gli antichi romani entravano al Colosseo. Lo faccio non per capire il mondo, ma per assistere allo spettacolo morale del giorno.
C’è sempre qualcuno che difende la Virtù. La Virtù del mercato libero. La Virtù della patria produttiva. La Virtù della sostenibilità. La Virtù della globalizzazione. La Virtù della deglobalizzazione. La Virtù, insomma, cambia opinione con una velocità che farebbe impallidire un influencer in crisi algoritmica.
E allora mi viene in mente Bernard de Mandeville. Tre secoli fa aveva già rovinato la festa a tutti con una verità indecente, ossia le società prosperano grazie ai vizi, non nonostante essi.
La sua “Favola delle api” è semplice e scandalosa. L’alveare funziona perché le api sono avide, vanitose, competitive e un po’ truffaldine. Quando diventano virtuose, l’economia collassa. Fine della morale edificante.
Prendiamo i dazi di Trump, per esempio. Presentati come difesa morale del lavoro nazionale, come ritorno alla purezza produttiva, come redenzione dell’operaio dimenticato. Il messaggio è basta globalizzazione cattiva, torniamo alla comunità virtuosa. Peccato che i dazi siano, in sostanza, una gigantesca confessione di peccato economico. Per decenni il mondo ha predicato il libero mercato come religione universale… niente confini, niente barriere, solo efficienza e concorrenza. Poi improvvisamente le stesse nazioni, che avevano evangelizzato il pianeta, scoprono che la concorrenza funziona magnificamente… finché vincono loro.
Quando perdono, la Virtù cambia nome e diventa “interesse nazionale”. È il capolavoro mandevilliano del XXI secolo, ossia il vizio protezionista travestito da moralità patriottica.
Ce n’è anche per l’Europa, che predica sostenibilità mentre sovvenziona industrie energivore. Le multinazionali celebrano l’inclusività con campagne pubblicitarie realizzate dopo accurate analisi di mercato. Le piattaforme digitali difendono la libertà d’espressione finché genera engagement pubblicitario, poi scoprono improvvisamente l’etica. Viviamo immersi in un’epoca che non elimina i vizi: li rebrandizza. L’avidità diventa crescita. La sorveglianza diventa sicurezza. Il monopolio diventa innovazione. La propaganda diventa storytelling.
Mandeville avrebbe riso con la pancia in mano davanti ai talk show contemporanei. Non perché il mondo sia peggiorato, ma perché finalmente tutti recitano la sua favola senza accorgersene.
I politici promettono moralizzazione, mentre competono per investimenti; gli elettori chiedono autenticità, mentre votano chi racconta meglio la storia; le aziende parlano di valori, mentre ottimizzano fiscalmente in tre continenti diversi prima del caffè del mattino.
Nessuno vuole davvero un alveare virtuoso. Sarebbe economicamente devastante. Immaginiamo per un attimo cittadini sobri, consumatori moderati, imprese senza ambizione, investitori senza avidità, influencer senza narcisismo.
Silenzio. Disoccupazione. Nessuna breaking news.
Il problema non sono i vizi. Il problema è fingere che non siano il carburante del sistema.
I dazi, le guerre commerciali, le campagne etiche, le conversioni improvvise alla responsabilità sociale non sono deviazioni dalla modernità.
La vera ipocrisia contemporanea non è essere egoisti. È pretendere di esserlo per il bene comune e poi indignarsi quando qualcuno lo ammette apertamente.
Mandeville, oggi, non scriverebbe una favola sulle api. Scriverebbe un editoriale.
E probabilmente verrebbe invitato in televisione come esperto di morale economica, purché promettesse, tra uno spot e l’altro, che il capitalismo sta finalmente diventando buono.
Alle otto e trentacinque, sigla finale.
Chiudo il telegiornale rassicurato, anche stasera il mondo è pieno di virtù. E, come sempre, funziona grazie ai suoi vizi.
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