Aldo Menghevoli (Franco Chiarlo) e la sua mostra al Bio Café di Alessandria: l’eclettismo magico come modo di guardare il mondo

Ci sono artisti che si riconoscono da un tratto, da un colore, da un tema ricorrente. E poi ci sono quelli che si riconoscono da una vibrazione: un modo di attraversare il mondo, di guardarlo, di restituirlo. Aldo Menghevoli — o Franco Chiarlo, che è il suo nome anagrafico — appartiene a questa seconda specie. Non è un pittore “di stile”, ma un pittore “di stati d’animo”. E questo fa tutta la differenza. Ieri l’ho ritrovato al Bio Cafè di Alessandria, nel giorno del vernissage della sua mostra Due anni dopo, ed è stato bellissimo rivedere quell’omaccione grande e grosso, ma dal sorriso aperto e irresistibile, la camicia hippy, la postura da uomo che non ha bisogno di interpretare il ruolo dell’artista perché artista lo è, naturalmente, nella sua eclettica e coinvolgente fantasia. Attorno a lui, un piccolo mondo: gli organizzatori della mostra, Fabrizio Priano e Francesca Parrilla, sorridenti e soddisfatti (giustamente) e poi amici, curiosi, habitué del locale, persone che entrano per un caffè e restano per un quadro. È un’arte che nasce nella comunità e torna alla comunità, senza mai perdere la sua intensità.
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Eppure, per capire davvero Menghevoli, bisogna guardare le sue opere. E lasciarsi guardare – e incantare – da loro. Io ho poi colloquiato un po’ con lui, ma non è che quando vado al vernissage di un amico mi voglia far passare da esimio critico d’Arte. Sono un appassionato fruitore, nulla più, e in tutti i luoghi d’Arte che frequento faccio domande e, se il pittore, come in questo caso, è un amico, ed è molto simpatico, mi diverto con lui a dare interpretazioni personali e a cambiare il titolo delle opere, grazie a quella mia maledetta – o benedetta – conoscenza letteraria che mi fa citare storie e scrittori e opere con le quali filtro la realtà. Guardate il quadro a sinistra sotto: la città delle finestre mute: un organismo che respira male. Menghevoli ci porta davanti a una facciata urbana, una griglia di finestre scure, un edificio che sembra più un organismo che un luogo. Le finestre non sono aperture: sono occhi chiusi. La città non è un paesaggio: è una presenza. I colori sono forti, i contrasti netti, le forme oscillano tra figurazione e astrazione. È una città che vibra, ma non rassicura. Una città che osserva, anche quando sembra dormire. E io, in questo palazzo dalle finestre oscure – e un gatto nero in primo piano, che assomiglia tanto al mio – ci ho trovato la visione del mondo di un Kafka, oppure l’assenza umana di una sopraggiunta apocalisse…e quando esponevo a Franco – o Aldo, fate un po’ voi – queste mie idee, che erano poi espressione dell’emozione, potente, che mi donava la sua tela, abbiamo in realtà riso e sorriso con grande empatia. Potete vedere sotto l’opera di cui vi parlo, con accanto un’altra opera a mio avviso molto bella, metafisica e importante.


Il fiore, la barca, la spiaggia e l’acqua: un teatro minimo e universale. Si tratta di una delle sue tele più intime, direi di una metafisica alla De Chirico: un fiore rosso svetta, estremamente indifeso e solitario, davanti ad una barca abbandonata sulla spiaggia, e dietro una luna – o una stella – che sembra pronta per inabissarsi nel mare. È un quadro che parla piano, ma dice molto, sussurra verità complesse e affascinanti. Io ci ho visto il naufragio di Ulisse e in quel fiore l’unico che non colse, il ricordo di Nausicaa…e in quella luna che scende in acqua il presagio di un ritorno. Giusto? Sbagliato? Non si tratta di indovinare, non è un quiz: si tratta di dare all’arte il senso di quello che Umberto Eco chiamava Opera Aperta, ovvero il diritto / dovere del fruitore d’Arte di vivere la sua emozione e dare la sua interpretazione. Ma non dovete pensare che tutto ciò avvenisse in forma seriosa e supponente…no: era tutto un gioco di specchi fra un sorridente Franco e le mie parole che dimostravano il mio convinto apprezzamento per la sua poetica artistica. Ma quello che caratterizza tutta la mostra è quello che definirei un eclettismo magico, che trascolora di opera in opera, utilizzando forme e colori diversissimi fra di loro, uniti da una forte coerenza: quella dell’espressività metafisica e coerente.

E in questa mostra l’eclettismo, che rende tutto così meravigliosamente cangiante, è iconico e materico: natura, artificio e elementi fluidi si incontrano in un equilibrio sospeso. E parliamo dunque di un altra opera che molto mi ha colpito. Un paesaggio visionario: archi, città, sole bianco. Un’altra tela che ci porta in un mondo che non esiste, ma che sembra avere una sua logica interna. Architetture sinuose, città che emergono come miraggi, un sole bianco che è più presenza che astro. Le linee sono curve, i colori segmentati, la composizione è un mosaico emotivo. È un paesaggio mentale, un luogo di passaggio, un sogno che non vuole essere interpretato ma abitato. Qui l’eclettismo è visionario: Menghevoli mescola natura, città, mito, luce, come se stesse componendo un racconto senza parole. Lui mi ha narrato che ha voluto dare il senso del movimento della luna che si riflette nell’acqua e nella città. Bellissima intuizione, quella del movimento della luce, quasi espressione quantistica della realtà esterna. Una vibrazione arcana e nello stesso tempo contemporanea.

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E poi c’è la farfalla nel vortice: tre linguaggi in un solo respiro. Una farfalla dai colori e dalla vibrazione Hippy, resa con un tratto quasi realistico (quasi, eh), sospesa dentro un vortice di colori astratti, sopra un prato fitto di fiori gialli. Tre linguaggi convivono senza scontrarsi: e accanto al figurativo preciso della farfalla, c’è l’astrazione dinamica dello sfondo, il decorativismo floreale della base. E allora quest’opera, stupenda, è un esempio perfetto del suo modo di tenere insieme mondi diversi senza mai irrigidirli. La farfalla non è un simbolo: è un ponte. Un ponte tra ciò che è reale, ciò che è emotivo e ciò che è ornamentale. Ma è anche, a mio avviso, la potente citazione di un mondo scomparso, quello coloratissimo degli Hippy, quello che credeva nella pace e nella comprensione, quella che ha visto e amato film come Hair…una farfalla che vine dalla stessa sensibilità che vivo anch’io, che sono un poco più vecchio di Aldo, ma mica tanto.

E poi vorrei parlarvi di un’opera ancora, che mi è piaciuta moltissimo: La donna sulla spiaggia: simbolo, a mio avviso,di un’estate che non è solo estate. Con una donna distesa su una sdraio, senza volto. Il mare arriva, un pesce osserva, un oggetto enigmatico giace sulla sabbia. La scena è narrativa, quasi una piccola storia. Mi sono subito venute alla mente le Muse Inquietanti di De Chirico…un mondo con un volto inconoscibile, con colori che si intrecciano mirabilmente per creare un deserto dell’anima: rossi caldi, gialli intensi, blu stratificati. Qui la metafisica si spinge ai mari estremi: nulla è veramente vivo, e tutto è onirico e sfuggente. Menghevoli propone una visione serena ma impossibile, fatta di molte domande e nessuna risposta. E tutto è straniamento: la postura rigida, il pesce che giace, il libro aperto e abbandonato, simbolo – forse – di una cultura ce non dona felicità -. È un’estate che non è solo estate: è un momento sospeso, un frammento di vita che non si lascia spiegare.

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Non voglio tediarvi oltre con un eccesso di analisi delle opere esposte. Invito tutti, ovviamente, ad andare a fare una passeggiata alessandrina sino al Bio Cafè, e lì fare una passeggiata sentimentale e attenta fra le opere di Aldo, Conoscerete meglio l’uomo e l’artista, che fra loro c’è una straordinaria continuità naturale. E io, riguardando le foto del vernissage, comprendo bene che l’eclettismo di Menghevoli non è solo pittorico: è un modo di stare al mondo. La camicia hippy, il sorriso, la postura aperta: tutto parla di una personalità che non teme la mescolanza, che vive la varietà come una ricchezza. È un artista che non si isola, che non si chiude nel mito dell’atelier. Vive ed espone in luoghi vivi, dove la gente parla, beve, si incontra. La sua arte nasce dal mondo e torna al mondo. E questo rende il suo eclettismo ancora più coerente: non è una scelta stilistica, è una scelta di vita.

Ed è, il suo, un eclettismo che non divide, ma unisce: aggiungo che, dalle opere esposte, emergono almeno quattro forme di eclettismo: iconografico: fiori, farfalle, città, figure umane, paesaggi interiori; tecnico: dal figurativo al simbolico, dall’astratto al narrativo; emotivo: quiete, energia, sogno, ironia, malinconia; compositivo: accostamenti arditi, città-organismi, spiagge-teatri. Eppure, in tutto questo, c’è una coerenza profonda: ogni quadro è un luogo di passaggio, un punto in cui elementi diversi si incontrano e generano un’emozione. L’eclettismo di Menghevoli non divide: unisce. Non confonde: amplifica. Non disperde: raccoglie. È un eclettismo che non nasce dal desiderio di stupire, ma dal desiderio di essere fedele alla complessità della vita.

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