Parlate come vivete, sognate come volete: i fermenti di Marchina stimolano i giovani di Torino

Nell’aula magna dell’Istituto Boselli di via Sansovino a Torino non volava una mosca, ma parecchie parole sì. Centocinquanta allievi si sono radunati per un confronto diretto con il giornalista Riccardo Marchina sul linguaggio giovanile, quello che fa storcere il naso agli adulti e accendere gli occhi a chi lo usa tutti i giorni senza nemmeno pensarci.
Il punto di partenza è stato un articolo di Alessandria 24 dal titolo volutamente provocatorio Come caxxo parlano i nostri figli. Un testo che fotografa il fenomeno con ironia e un filo di spaesamento, dando la caccia ai termini che arrivano dalle serie televisive, dai videogame, dai social, da Twitch e da quel sottobosco linguistico che cambia più velocemente degli aggiornamenti di un’app.
Da lì è iniziato il dialogo, stimolato anche dal confronto con il prof Antonio Santoro Domande, esempi, risate, qualche faccia perplessa quando un termine risultava già superato nel giro di pochi mesi. Marchina però ha subito spostato il discorso su un piano meno allarmistico e più storico. «Lo slang non è una malattia della lingua» ha spiegato «è la sua febbre vitale. Dice dove siamo e quando siamo».
Il giornalista ha ricordato che il linguaggio giovanile non è né un errore né una degenerazione. È un’espressione naturale dei luoghi e dei tempi, ed è sempre esistito. A dimostrarlo basta guardare molto indietro. «Dante ha scritto la Commedia in volgare quando tutti scrivevano in latino» ha ricordato Marchina «e non perché non sapesse il latino, ma perché voleva essere letto. Voleva convincere. Voleva arrivare».
Un passaggio che ha acceso l’attenzione dell’aula. Perché se persino il padre della lingua italiana ha scelto una lingua viva, imperfetta e popolare per farsi capire, allora forse anche moggare, flexare, cringiare e compagnia non sono il male assoluto.
Tra una battuta e un esempio, sono spuntati termini presi dalle serie, dai videogame, dai meme. NPC, main character energy, ghostare. Qualcuno ha provato a spiegare trailardare con più definizioni diverse e tutte vagamente corrette. La lingua come un videogioco cooperativo, dove il significato si costruisce insieme e spesso cambia partita dopo partita.
E poi è arrivato lui, il famigerato six seven. Marchina ci ha giocato sopra, ribaltando la domanda. È qualcosa di negativo o è il nulla linguistico fatto numero. «Six seven è una zona franca» ha detto «non è un giudizio, è una sospensione del giudizio. Serve quando non vuoi dire troppo, quando non hai voglia di spiegare, quando le parole sarebbero più complicate del sentimento».
Un termine che non boccia, non promuove, non entusiasma. Sta lì. Come certi pomeriggi, come certe verifiche, come certe risposte date per chiudere una conversazione senza litigare. Six seven appunto.
Il confronto è andato avanti tra curiosità e rassicurazioni.
«Non abbiate paura di inseguire i vostri sogni» ha detto Marchina «e non abbiate paura di esprimerli con la lingua che usate tra voi. L’importante è sapere che esistono anche altri registri, altre chiavi. E saperle usare quando serve».
Nessuna predica, nessuna nostalgia dei bei tempi andati. Solo l’idea che la lingua non sia un museo, ma un organismo vivo. Che cambia, cresce, sbaglia, corregge, dimentica. E che forse il vero problema non è come parlano i ragazzi, ma quanto poco gli adulti sono disposti ad ascoltare.
Alla fine, tra applausi e sorrisi, l’aula magna si è svuotata. Qualcuno commentava l’incontro. Com’è stato. Six seven. Ma detto col sorriso. E questa volta voleva dire molto più di quanto sembri.
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